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venerdì 18 aprile 2014

La morte di Marquez.Gabriel García Marquez ha segnato anche la mia generazione con le passioni e le solitudini degli amori

Di Pierfranco Bruni 


Cosa è  stato Gabriel García Marquez per una generazione che più volte, negli anni Settanta, ha letto e riletto "Cent'anni di solitudine"? Marquez è morto!
E poi l'amore negli anni del colera e poi la tristezza delle puttane... E poi i racconti che raccontavano le donne nella America del Sud tra il mondo boliviano e i balli cubani...

Marquez, non maschero nulla, è stato lo scrittore che non ho tanto amato negli anni irregolari della mia inquieta e rivoluzionaria stagione universitaria. Poi ho riletto quelle pagine in cui la solitudine era un precipitato dell'esistenza e ho ritrovato la dispersione di un tempo tra amore e disamore e il tremore di un popolo, oltre il fascino di quelle donne che si portano sulla pelle e negli occhi la rabbia la passione e il mare. Ora è un romanzo al quale resto legato. E poi è tra i libri che mi è stato regalato da mio padre e sono libri intoccabili e segnati dalla vita.
Possono anche esserci cent'anni di solitudine e non si supera perché la solitudine resta senza la conta degli anni. Lo scenario è quello che poi ho tanto amato in Jorge Amado con il personaggio di Gabriella anzi Gabriela, con i profumi di cannella o il mare morto con la morte di un amore.
La musicalità è quella che mi ha attraversato con i romanzi e la poesia di Alvaro Mutis che attracca ai porti columbiani i destini dei marinai e delle donne che non smettono di essere puttane. Perché le puttane hanno il gioco e la tristezza e nella tristezza hanno lo sguardo delle notti insonne.
Come quell'amore al tempo del colera che è una pagina di agonizzante fine e di una implacabile poesia.
Così come il personaggio del patriarca che raccoglie, in uno spazio che non conosce n'è tempo n'è storia, passaggi di generazioni e destini di uomini dal pensiero inciso nella tradizione e dalle mani callose che hanno stretto furono di terra e corde di acque salate.
Marquez ha segnato anche un "genere" al di là del Nobel che ormai si nega a pochi.
Proprio in "Cent'anni di solitudine" la scrittura diventa devastazione della sintassi. Ma questo è un bene. È stato un bene in una letteratura o falsamente sperimentale o marcatamente marxista e accademica. Rompe le strutture e il romanzo assume il viaggio di un respiro. Può piacere o memo, può essere nella volontà dei  desideri o delle scelte ma Marquez resta uno scrittore con le palle. Il suo incontro con Fidel? Mi riguarda,oggi,poco. Ci credo a ciò che ha dichiarato, ovvero di non essere mai stato un comunista. Ma anche se fosse...
La sua scrittura non conosce i limiti ischemici degli "ismi". Ma tanto si muore ugualmente. Si è ironici e tristi. La vita si misura osservando gli occhi delle puttane tristi come in uno delle sue ultime pagine del romanzare l'inquieto del vivere. Era nato nel 1927.

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