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giovedì 14 agosto 2014

“…All’erta… li Turchi su calati alla marina…”

di Pierfranco Bruni
Anche San Lorenzo del Vallo nella notte del 14 Agosto deve ricordare l’attacco dei Musulmani a Otranto:  “…All’erta… li Turchi su calati alla marina…”  Rileggendo  la profezia di San Francesco di Paola
Anche San Lorenzo del Vallo come molti paesi del Regno di Napoli non dovrebbero dimenticare cosa avvenne la notte del 14 agosto del 1480. Ad Otranto. La frontiera tra Islamismo e Cristianesimo. Dico San Lorenzo perché proprio in questo paese si recitava cantando con tristezza alcuni versi che dicevano: “ All'erta, all'erta li campani sona,/Li Turchi su calati alla marina,/Chi tena li scarpi rutti si li sola/Che jiu mi l'haiu sulati stamatina”. Ovvero: “Attenti suonano le campane/i Turchi sono scesi alla marina/chi ha le scarpe rotte se le risuola/che io le ho risuolate stamattina”.

Il tempo degli Arabi è il tempo della rottura della forza cattolica nei confronti del mondo Ottomano. Ma oggi riviviamo una prospettiva che va addirittura oltre con il relativismo delle chiese religiose ed ideologiche. Dall’eremo di Paterno Calabro San Francesco di Paola aveva detto che “I musulmani  avrebbero assalito Otranto e, distruggendo dalle fondamenta, ne avrebbero massacrati i cittadini. Scrisse al Re Ferdinando, predicendo l'imminente uragano, ma non fu creduto”. Una vera profezia.  Mi è molto cara e su questo sto lavorando, con i Padri Minimi, per rileggere e ricontestualizzare, da laico, le Regole di San Francesco di Paola.
Io che di viaggi ne ho attraversati soprattutto nei Paesi islamici, dalla Turchia alla Macedonia, dall’Albania alla Tunisia, dagli Orienti adriatici musulmani ai Mediterranei africani musulmani, non ho mai tolto il rosario dal dito e i bracciali di corda francescana con la croce che porto tuttora accanto al mio mondo di “monaco” buddista al quale resto sempre più legato.
Ma ora vado oltre e ci vuole coraggio e non conformismo. Sono convinto che ci vorrebbe un nuovo Sisto IV e un nuovo Ferdinando nel Regno di Napoli.
Nelle stragi dei cristiani e nell’avanzata devastante la preghiera resta una teologia della speranza e del nulla. Una Chiesa debole che non riesce a proteggere quella che chiama la “sua” cristianità nel mondo è una Chiesa che non ha mai capito la forza del Cristo difeso dalle Crociate, dai Templari, dalla nobiltà che viveva dietro ogni Torre costiera, dalle Terre attraversate dai Cavalieri di Malta, dagli uomini del Mistero dei Cavalieri di Malta e del Santo Sepolcro.
La strage di Otranto della notte del Ferragosto del 1480 non va dimenticata.
Arrivano i Turchi, i Musulmani, Maometto II… a contrapporsi a Maometto non poteva che essere il gigante dell’eresia: il nostro San Francesco di Paola.
Otranto, terra strategica per gli Ottamoni non solo per invadere quella Puglia che aveva come centro Brindisi, ma per occupare l’intero Regno di Napoli.
Oggi siamo alle porte di una nuova guerra di religione, (i fatti lo testimoniano abbondantemente nel mondo arabo e musulmano dopo il 2001 e le “primavere arabe”, la cui responsabilità è in gran parte dei Paesi Occidentali che hanno permesso alla Libia di diventare, con l’uccisione di Gheddafi, sede di terrorismo islamico), che è diventata anche uno scontro etnico e le costanti immigrazioni, aiutate dal relativismo di uno Stato che si dice della Ragione e di una Chiesa progressista che si dice post Conciliare, indicano la leggerezza di una identità ben radicata sia nella tradizione etica di uno Stato etico sia nella tradizione di una cristianità che non può e non deve permettere la barbarie dei cristiani.
Otranto non è da dimenticare e mi chiedo se è ancora possibile accettare la debolezza di Stato e Chiesa di fronte ad un attacco a quei valori che l’Europa cristiana aveva posto. La Cristianità ha una sua universalità, ma non può averla affidandosi al dono della preghiera soltanto sotto l’invito della Cei, come anche in una email mi è stato rivolto.
È universale nel momento in cui sa esercitare la tutela di una civiltà, di una identità, di una appartenenza a quella tradizione alla quale faceva riferimento, appunto, Sisto IV. Non si può essere cristiani, si deve essere cristiani. Il mondo musulmano ha delle leggi precise in nome di una fede che è passata attraverso una storia in uno scontro tra Occidente ed Oriente.
Il cristianesimo continua a confondere Israele con Gerusalemme e la pochezza avvertita nella tragedia delle stragi di Gaza è un'altra questione aperta. Non si vuole ammettere che c’è una scissione tra l’Ebraismo e il Cristianesimo perché ancora si sostiene “malamente” la non ammissibilità di uno scisma. Il Cristianesimo è unico, pur nelle sue ortodossie e bizantine eresie, e Cristo è stato ucciso dal mondo ebraico. Il mondo musulmano ha una sua articolazione complessa, ma si sa immolare nel nome della fede unica.
Ci vorrebbe un Combattente in Cristo come il “convertito” Scanderbeg per far comprendere che il dialogo non ha senso, si aggiunge ad altro, che la preghiera è un orante vivente ed è un dono che si aggiunge ad altro, ma per difendere una civiltà e una fede, o una civiltà in una fede e viceversa, la tolleranza è la distruzione della passione nella religiosità in Cristo.
Mi auguro, io da cristiano dissidente alla Chiesa conciliare e a questa gestione attuale che continua a non convincermi e a non darmi fiducia e ad essere cristianamente contro in nome di Cristo, che la comunità occidentale, europea, insieme a quella degli Orienti possa prendere consapevolezza di una nuova guerra religiosa che abbiamo sia dietro le spalle sia davanti ai nostri occhi.
D’altronde  la strage di Otranto nel 1480 veniva considerata una passeggiata. Gli islamici passeggianti nelle nostre terre.
Ma questi immigrati, ed apro un capitolo che non si ha il coraggio di aprire, che il nostro Paese ospita, e che il Papa attuale ha invitato ad ospitare, i venditori di collanine che vediamo sulle spiagge in questi giorni a che credo, anzi non credo (sono Ramadan), appartengono ad una cultura dei Ramadan che linguaggio parlano sotto i nostri ombrelloni, di che religione sono?
Noi per entrare in una Università di Ankara ci siamo dovuti coprire, o addirittura girare, il crocefisso appeso al collo. Io per poter parlare in una Paese musulmano della Macedonia mi è stato imposto di togliere il rosario che portavo al dito. Non l’ho tolto, ho rischiato, continuo ad essere cristiano senza diplomazia e a vivere la mia cristianità distante da questa Chiesa, perché Otranto non è solo un ricordo e da Templare so che per continuare ad essere fedeli in Cristo bisogna difendere la cristianità oltre la liturgia e la teologia.
Il resto è leggerezza, debolezza, fragilità e con questi elementi non si salva un popolo, non si salva una civiltà, non si salva una fede, non si salva una continuità che si chiama popolo in Cristo. La tolleranza e la preghiera non hanno senso.
La storia del Regno di Napoli e la Chiesa di Sisto IV, nel 1480, ci hanno educato a ben altro. È San Francesco di Paola ad urlare contro l’Occidente implorando l’Europa e l’Occidente cattolico a non mollare nella difesa della cristianità e a difendere sempre la fede e a non far entrare nella nostra tradizione il relativismo pagano. Aveva letto, con le sue capacità da taumaturgo, la strage di Otranto con lo sbarco dei Turchi e un anno dopo la liberazione.

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