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giovedì 26 ottobre 2017

Ciro Quaranta: il fotografo della fatica

Francesco Lorizio intervista il fotografo grottagliese
Ciro Quaranta è un artista della fotografia d’autore. Lui cerca l’uomo in ogni suo scatto,  inteso come una finestra dell’anima. Va in cerca delle fatiche da intrappolare nelle sue foto, affinché restino immortali.

Com’è stata la tua infanzia?

Sono cresciuto in una famiglia con sani principi. Io ero un bambino molto timido e, questa riservatezza mi è rimasta anche in età adulta, ma grazie alla fotografia, sono riuscito ad affrontare meglio questo mio piccolo limite.




A che età hai capito che la fotografia sarebbe stata la tua passione?

Avevo 16 anni quando iniziai a lavorare, ma poi, col passare del tempo, mi resi conto che lo studio era importante. Frequentai così l’istituto tecnico industriale serale. Lì conobbi un sacco di miei coetanei, ma strinsi amicizia in particolare con una cara persona che mi fece conoscere il magico mondo della fotografia. Infatti, prima di andare a scuola, insieme andavamo in uno studio fotografico e lì cominciai ad interessarmi a quella che sarebbe poi divenuta la mia passione che mi avrebbe aiutato a sconfiggere la mia timidezza.


Hai incominciato frequentando uno studio fotografico?

Frequentando lo studio, mi sono appassionato allo sviluppo di una foto, così ho comprato la mia prima macchina fotografica e ho dato inizio alla mia attitudine.

Com’era il modo di fotografare degli anni ’80?

Negli anni ’80 i giornali ingaggiavano dei fotografi per raccontare il mondo, ciò faceva del reporter un giornalista che al posto della macchina da scrivere, aveva la macchina fotografica. Ora, il modo di procurarsi le foto, è più rapido, ma non sempre giusto, perché si sminuisce il ruolo del fotografo e della fotografia in sé.


 Ti sei mai interessato di fotografia di moda?

Il mondo della fotografia ha tanti rami, c’è chi si occupa del mondo della moda, chi del ramo viaggi, still life, natura, ritratto e tanti tanti altri. Le mie foto riguardano prevalentemente il mondo del lavoro.


Che cos’è lo still life?

È la promozione di un prodotto tramite la fotografia, risaltandolo, grazie ad un gioco di luci e a delle macchine fotografiche specifiche.


 Quando fotografi, che cosa cerchi dalla tua lastra?

Io cerco emozioni. Ad esempio, quando sono stato invitato da un mio amico a fare delle fotografie in un centro diurno per disabili, non conoscevo nessuno, ma sono rimasto colpito dai ragazzi e fotografavo con discrezione, mentre loro svolgevano le loro attività quotidiane. Quelle foto, in qualsiasi mostra le abbia portate, hanno fatto e continuano a far emozionare.

Viaggiare ha cambiato il tuo modo di fotografare? Se sì, come?

Viaggiare ha cambiato moltissimo il mio modo di fotografare. Ho avuto la possibilità di conoscere altra gente e, nei volti, scoprire un mondo. Sono stato ospite di altre culture e ho aperto la mia mente a nuovi sguardi. Viaggiare rende liberi.


Ti è capitata l’occasione di intraprendere il lavoro di fotoreporter?

Tutti i miei lavori si possono definire da fotoreporter. Ho iniziato grazie ad un mio amico non giornalista che mi ha commissionato per delle foto, poi, ho scelto il tema del lavoro perché sapevo come e dove muovermi, in quanto è un mondo che conosco benissimo. Nelle rughe di un lavoratore, c’è la fatica di un uomo e il mio scopo è stato quello di immortalare tale fatica.


È difficile entrare nel circuito del fotoreporter?
È difficile intraprendere la professione del fotoreporter perché bisogna avere strette collaborazioni con le testate giornalistiche. Io, oltre ai tanti lavori da fotoreporter che ho svolto, ho collaborato anche con l’Università di Torino. Alcuni studiosi infatti, hanno realizzato delle ricerche sulle nuove realtà socio-culturali, sulla scia del grande antropologo Ernesto De Martino e del suo libro- documentario “I viaggi nel Sud”, redatto negli ’50.

Com’era la procedura per sviluppare le fotografie quando non c’era l’uso dei computer?

La prima fase era acquistare gli acidi e l’attrezzatura adatta per sviluppare la pellicola. Una volta sviluppata, si facevano dei provini a contatto, in modo tale da vedere, dal negativo, quale foto fosse interessante da stampare. Scelta la foto, si preparava la camera oscura: si metteva il negativo con il portanegativi nell’ingranditore e poi si stampava con i vari chimici; si lavava la copia e  la si appendeva con le mollette ad asciugare. L’ultima fase riguardava il post-produzione, ossia, si andava a ritoccare con un pennello finissimo, le imperfezioni e così la fotografia era finalmente pronta.                           


Com’era fotografare in analogico? Tu lo usi ancora?

Sono affezionato alla fotografia in analogico, mi emoziona ancora adesso. Infatti uso ancora             una macchina da quando ho iniziato a fotografare 35 anni fa. Adopero anche il digitale, sono stato uno dei primi ad acquistare una macchina digitale nel 2003.

Perché fotografi spesso in bianco e nero? L’uso del bianco e nero che cosa aggiunge alle opere, sia in generale, sia secondo il tuo parere.

Il bianco e nero, per me, non è realtà, mi da la sensazione di immaginare un mondo a parte, le foto non invecchiano. Racconto un episodio: poco tempo fa, feci vedere una fotografia che scattai 35 anni fa ad un mio amico e lui non sapeva datarla. La magia del bianco e nero è semplicemente questo.


L’uso di smartphone ha sminuito la fotografia?

Io, come principio, non sono contrario all’uso degli smartphone, perché la foto è per tutti reperibile al momento in cui c’è qualcosa da documentare, però ci sarebbero due limiti: la qualità della fotografia e l’impossibilità di archiviarla in quanto, al giorno vengono scattate col cellulare decine e decine di foto che poi, per mancanza di spazio in memoria, verranno puntualmente cancellate.


Quali tecniche utilizzi  per fotografare?

Di natura sono un uomo timido e riservato, ma quando ho in mano la macchina fotografica, mi trasformo, mi guardo intorno, cercando uno sguardo, entrando in empatia. Prima cerco un contatto, parlandoci, poi comincio a scattare. A me non piacciono le distanze, non uso zoom, a me piace fotografare da vicino. La maggior parte delle mie foto è fatta con l’obiettivo grandangolo che permette di fare foto da vicino, inquadrando anche tutto ciò che circonda il soggetto. Poi, in fase di sviluppo, ci sono diverse fasi come la stampa, il taglio e la composizione.

  Se non avessi fatto il fotografo, cosa avresti fatto nella vita?

Mi sono diplomato in elettrotecnico e per un periodo ho anche lavorato e fotografato contemporaneamente. Avrei svolto con più dedizione il mestiere dell’elettricista, un mestiere molto basato sull’intelligenza, se non ci fosse stata la fotografia, una passione che è diventata un lavoro.


Fare il fotografo appaga economicamente?

No, non credo assolutamente perché, ad esempio, il tipo di fotografia che faccio io non è commerciale.  In generale, purtroppo, il lavoro del fotografo sta perdendo il suo ruolo. Prima i cataloghi per promuovere prodotti, ci venivano commissionati dai clienti, oggi invece è il grafico che cura anche l’aspetto fotografico.


Cosa ne pensi di fotoshop?

È un bello strumento, io, però, lo uso con parsimonia. Prima scansiono in negativo le foto che diventano file digitali, poi scelgo quelle da stampare, taglio le parti che non mi servono, vado a sistemare la giusta scala di grigi e con la gomma digitale tolgo quei puntini che prima toglievo col pennello.


Per te, una fotografia, che cosa rappresenta?

È una mia emozione che, piacevolmente, condivido con la gente.


Quante e quali mostre fotografiche hai tenuto? Hai mai vinto un premio in qualche concorso fotografico?

Sono stato il primo vincitore di Alberobello Fotografia, che era una manifestazione mondiale, dove partecipavano come giurati nomi del calibro di: René Burri, Martin Parr, Leonard Freed, Elliott Erwitt, Ferdinando Scianna, Gianni Berengo Gardin, Gabriele Basilico, Mimmo Jodice, che hanno fatto la storia della fotografia mondiale.
Inoltre, Ho tenuto tante mostre, a partire da quella al Museo Archeologico di Taranto, passando poi ad un’altra in provincia di Firenze sulle ceramiche. Con il patrocinio dell’ Inail, ho organizzato una mostra itinerante in tutta la Puglia, dal titolo “Valori- lavori”. Recentemente ho realizzato una mostra sulle bande musicali ad Acquaviva delle Fonti con sessanta foto.


Qual è la più bella fotografia che tu abbia mai scattato?

Quella che mi è rimasta in testa. Racconto un episodio. Nel ’82 mi ricoverai a Brindisi per un infortunio sul lavoro. C’era un corridoio, il mio sguardo si soffermò su un signore anziano, con la valigia di cartone che stava aspettando di essere ricoverato. Quella immagine, ancora oggi, mi ritorna in mente. Una foto nasce prima nella testa, poi, se hai una macchina fotografica a portata di mano, la scatti senza avere la sfortuna di non poter immortalare quel momento.


A che cosa pensi prima di addormentarti?


Con l’età si fanno pensieri spirituali. Io ultimamente, prima di addormentarmi, faccio pensieri volti al Signore.

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