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venerdì 27 ottobre 2017

"Vita di paese" il bel romanzo breve di Maria Caterina Basile recensito dal suo papà Michele

Ricevere in dono un libro scritto dalla propria figlia provoca una piacevole emozione che stimola alla conoscenza del suo contenuto.
Dopo aver letto – per due volte – il romanzo breve VITA DI PAESE “…mi sento in pace, in momentanea quiete, momentanea immobilità”, mentre “…me ne sto appoggiato al muro simile ad un ramo secco in attesa del vento che lo spazzerà via”.
È la storia di un emigrato dal Sud che – con grande conflitto e travaglio interiore – ritrova se stesso e tutte “le cose” care lasciate per ragioni estranee alla sua volontà.
Un dramma che sfocia in pura poesia e che l’autrice ripercorre – non senza elementi autobiografici – in tutte le fasi narrative che – alla fine aprono alla speranza. “La poesia annuncia l’Aldilà, l’eterno stato di beatitudine e benessere al di là del mondo visibile”.
Il Sud viene descritto nelle sue più naturali connotazioni storiche e sociali, nelle lacerazioni provocate da numerose concause che da sempre fanno da sfondo ad una irrisoluta questione meridionale, rivisitata in alcuni aspetti posti in evidenza negli scritti di Pino Aprile.
Fanno da sfondo i paesaggi di paese, il lavoro dei campi, il mare, il sole, i rossi tramonti posti in risalto da un linguaggio caratteristico, estremamente vero e moderno.
Uno stile semplice ma profondo, utilizzato per tratteggiare grandi problematiche. Calato nella psicologia dei personaggi con una semplicità disarmante ma d’effetto.
Gli aggettivi si susseguono, a volte senza punteggiatura, martellanti come “la pizzica” salentina.
“Le terrazze argentee di sole, la quiete del paese”. “La vita soffia, sbuffa, sospira”. “…..i trulli d’incanto che si affacciano sul mare e abbelliscono le campagne come sassi disposti sulla terra da un Dio bambino”.
La figura dell’insegnante nel suo ruolo educativo e del ricordo impresso per sempre nella mente dell’alunno.
Una perfetta simbiosi fra italiano e lessico dialettale che traspare pienamente nei dialoghi dei protagonisti.
“La felicità sta nelle piccole cose, in questo paesino che benedico. E se qualche volta l’ho maledetto e ti ho maledetta, terra mia, io mi perdono . Settanta volte sette”.
Un romanzo breve che porta equilibrio e sensibilità in ciascuno di noi: “Siamo la terra arsa, le nuvole, il cielo. Siamo l’aria, le stelle, la notte. Siamo polvere d’inconsapevolezza lucente, delicatezza e forza bruta. Siamo i sogni della nostra anima e la realtà dei nostri semplici, perfetti cuori di uomini e donne”.
La poesia raggiunge toni alti nella semplicità disarmante dell’epilogo: “E la mia vita, la vita di poeta contraddittorio, infelice, sempre in preda a sbalzi d’umore, può avere pari dignità e bellezza? Si”. Il vecchio – saggio – è sempre sull’uscio di casa, ogni mattina; se piove si mette dietro la finestra e benedice ogni goccia che cade dal cielo, benedice ogni sua azione e versa il vino con fare divino.
Un monito di pacata saggezza che può superare il continuo tormento dell’essere.
Attaccamento alle proprie radici, alla terra, in attesa di un futuro migliore.

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