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martedì 2 febbraio 2016

La battaglia sullo “scippo” della Soprintendenza, rende debole e provinciale la nostra Taranto

Magdi Allam con Micol Bruni
di Micol Bruni*
Taranto giuridicamente, tra cultura e turismo, è tra le città potenzialmente internazionale per il suo Museo.
Quando si va in una città, come turisti o come appassionati di conoscere il territorio o come gli antichi viaggiatori alla francese, che sanno come si abitano i luoghi e sanno cosa chiedere per capire, cosa si domanda? Dove è la Soprintendenza o se c’è una Soprintendenza alle Belle Arti o si chiede immediatamente dove si trova il Museo?

Anzi. Perché si va a Firenze? Per sapere in quale strade è stanziata la Soprintendenza o si va per visitare i Musei? Perché si va Reggio Calabria? Per i Bronzi di Riace o per la Soprintendenza?
E a Taranto? Si va per conoscere la Soprintendenza o per vedere gli Ori e la Ceramica?, ovviamente esposti nel Museo. Oddio, si potrebbe andare anche per il Chiostro di San Domenico ammesso che abbia mostre visitabili e inviti didattici da studiare.
Insomma la polemica sul famigerato e banale termine “scippo” della Soprintendenza è una polemica sterile, che non ha senso sul piano giuridico, che non ha orizzonti sul versante didattico. Una Soprintendenza è una struttura meramente giuridica, la cui competenza oggi è squisitamente basata sulla tutela, ma la tutela è aprioristicamente un dato che, come elemento di base, ha sempre definito ed esercitato un passaggio successivo: la conservazione.
Taranto non si può consumare dentro una questione di principio. Con il principio non si vincono mai i processi nella storia. Taranto ha finalmente il suo Museo autonomo. Forse ancora non si è preso atto di ciò o sfugge l’importanza di una struttura aperta. Già, il concetto di struttura ha diverse chiavi di lettura anche in termini giuridici.
Le Soprintendenze sono state sempre strutture chiuse che non hanno mai dato percorsi valorizzanti ai territori. Le società antropologicamente sono mutate. E ancora di più sono le culture che devono intrecciarsi ai modelli territoriali e devono permettere di far crescere quell’humus che è identitario.
Non sono le Soprintendenze che  creano identità. Le identità si difendono attraverso due aspetti.
1. I valori storici di una appartenenza.
2. I valori etici di una eredità. Non è con i vincoli e con la tutela che si custodiscono le identità. Si custodiscono, invece, attraverso processi valorizzanti.
La valorizzazione è anche chiaramente un dato giuridico che si lega strettamente alla fruizione. Il problema posto a Taranto è il risultato di un vuoto progettuale. Ed essendoci un vuoto progettuale sul piano culturale il minimo appiglio diventa un graffio per contestare non prendendo in considerazione un evento di portata eccezionale: l’autonomia del Museo.
Devo pensare che l’autonomia del Museo abbia dato fastidio? E a chi? Sono anche convinta che il Ministro deve porsi un modo autorevole.
Taranto ha una grande opportunità. Taranto giuridicamente, tra cultura e turismo, è tra le città potenzialmente internazionale per il suo Museo. Devo pensare  che Taranto non sarà in grado di dare un ruolo dominante al Museo?
Ciò che è avvenuto a Taranto è avvenuto in Abruzzo come in molti altri territori, ma la storia del diritto è scritta con lungimiranza soprattutto nell’iter dei beni culturali a partire dai primi elementi giuridici del Rinascimento sino al Testo Unico, e ancora fino alla attuale Riforma.
Le Soprintendenze gestiscono non la cultura. La cultura è gestita dai Musei e i Musei oggi sono una stretta correlazione tra economia, sviluppo e processi culturali.
La Soprintendenza di Taranto che va Lecce non è un problema. Taranto è tra le venti città che possiede, perché la Riforma lo ha permesso, un Museo internazionale con una potenzialità articolata nei vari campi delle culture e dei compiti molto ampi.


* Avvocato ed Esperta in Aspetti giuridici sui Beni culturali e autrice di saggi sul problema del rapporto giuridico tra tutela e valorizzazione

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