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martedì 2 agosto 2016

A TARANTO RILANCIO DELLA CULTURA GRAZIE ALL'AUTONOMIA DEL MUSEO ARCHEOLOGICO


 di PIERFRANCO BRUNI 


La Magna Grecia del Museo nazionale archeologico di Taranto nei circuiti internazionali grazie alla sua autonomia voluta dal ministro Dario Franceschini. Una ripresa con grande respiro culturale. Cultura e territorio per una prospettiva della Magna Grecia. Taranto e il suo patrimonio culturale.
MarTA, il Museo Nazionale Archeologico di Taranto, diretto  da Eva Degli Innocenti,   festeggia la sua autonomia con la presenza del Premier Renzi e del Ministro Franceschini. I Beni culturali, con la Riforma,  costituiscono il punto di riferimento non solo identitario ma realmente valorizzante (e manageriale) di un Territorio chiamato Italia.

Proprio per questo diventa sempre più importante discutere del rapporto tra museo (il suo ruolo nella società e nella temperie multimediale) e comunicazione. Il legame tra museo e territorio, tra museo e mediazione culturale, tra museo e contesto storico europeo costituisce una chiave di lettura non solo storica ma si inserisce in una idea progettuale dei beni culturali. Si deve concepire il ruolo del museo in termini di comunicazione globale e deve saper guardare ad una utenza che sia abbastanza ampia. Il museo deve poter affrontare il territorio attraverso una mediazione alta ma anche popolare. Ed è su questa strada  Eva Degli Innocenti, direttrice del MarTa: la cultura al primo posto.

Il Ministero per i Beni e le Attività Culturali e il Turismo ha, oggi più che mai, un compito di estrema rappresentativa in un quadro in cui il sistema delle relazione deve riguardare percorsi non solo italiani ma anche europei. Ed è attraverso queste strutture che bisogna focalizzare riferimenti certi. La Riforma Frasceschini è un’ottima veicolazione – valorizzazione di fare e del dare cultura. Rendendo autonomi i Musei ha dato un segnale di precisa connotazione valorizzante ai beni culturali. Bene Franceschini.

Partendo da ciò credo che sia opportuno riconsiderare il ruolo dei beni culturali, come identità patrimoniale e storica di una Nazione, all’interno di un contesto che non può essere più soltanto italiano. L’Europa del Nord e il Mediterraneo (con i Paesi frontalieri) costituiscono realtà la cui mediazione culturale (e per cultura non si può generalizzare ma specificare un campo di attività e di azione che particolareggia i beni culturali) può diventare fondamentale.

L’Italia deve entrare all’interno dell’Europa e del Mediterraneo non solo attraverso risorse e investimenti economici e neppure soltanto grazie ad approcci che rimandano a definizioni e ad interpretazioni storiche ma si deve avvalere di una progettualità di interscambio che porti ad una visione complessiva di una proposta del bene culturale con dei percorsi che abbiano degli obiettivi fortemente fruitivi.

Se sosteniamo l’idea che l’antico è il nostro futuro non possiamo non entrare in quel circuito del pensiero che pone costantemente l’accento sulla valorizzazione. Come è possibile mediare i beni culturali? Faccio degli esempi quasi elementari. Prima di tutto attraverso una intelligente conoscenza del territorio. In tal senso il museo costituisce uno strumento significativo nella mediazione dei beni culturali. Se non si trasmettono i codici del territorio è impensabile porgere modelli di conoscenza sul valore radicante che vive sul territorio stesso. Quindi il bene culturale passa inesorabilmente attraverso il filtro conoscitivo del territorio.

Un territorio è la porzione di un ambiente molto più vasto al quale bisogna fare sempre riferimento perché esso custodisce le “proporzioni” di una identità storica che si sviluppa partendo da età arcaiche sino ad età moderne e contemporanee. Mediare è quindi trasmettere, in questo caso specifico, modelli di storia, di arte, di tradizione.
La fruizione deve essere il perno di un investimento sul patrimonio storico. Proprio per questo si parla di mediazione. Mediare e trasmettere sono due concetti chiave che non devono però far pensare ad uno sfilacciamento della tutela e della conservazione. Ma è anche necessario interpretare la società e il tempo nel quale ci troviamo a vivere perché è con questo tempo che bisogna costantemente fare i conti. Ecco perché la visione della “relazionalità” nel campo dei beni culturali diventa importante.
Come si trasmettono questi modelli? Sia per via diretta (ovvero vivere il luogo in maniera materiale, con la cultura del contatto) sia in forma teorica: parlando, discutendo, porgendo immagini di elementi del patrimonio (come si usa fare in molti convegni e anche in alcune aule scolastiche dove i docenti si servono di metodologie didattiche su basi cognitive) che invitano successivamente ad un rapporto più immediato sia attraverso percorsi multimediali su una scelta scientifica e rigorosa senza però mai perdere di vista la dimensione pedagogica che deve restare fondamentale nel rapporto “mediatico”, ovvero nella specificità di quella mediazione che non è solo interpretazione ma soprattutto, come si diceva, trasmissione.
Tre aspetti per un approccio in cui il senso educativo è una manifestazione di riferimenti che vanno dalla storia alla geografia, dagli strumenti della comunicazione all’estetica del pensiero artistico. Se si insiste su questi tracciati che sono di facile lettura, di normale impostazione e di significativo apprendimento il discorso del bene culturale come bene nazionale da esportare e da sviluppare come modello patrimoniale per l’Europa diventa un dato nel sistema di rapporto tra economie e culture. Ma dobbiamo proporre il patrimonio non come un bene a sé, al di fuori di una proposta progettuale bensì come un progetto orientante sulla identità di una civiltà perché è grazie alla sua presenza che si possono stabilire dei raccordi storici e dei rapporti interculturali.

L’obiettivo è quello di riuscire ad acquisire una più ampia politica della fruizione ma questa necessariamente deve passare tra i gangli della valorizzazione. Altrimenti che compito avrebbe la stessa mediazione? Ecco perché gli strumenti che permettono una trasmissione metodologicamente decodificabile sono necessari e la multimedialità, in questo caso, riveste un ruolo consistente. Perché si sostiene che il bene culturale è una ricchezza immensa ma anche sommersa? Immensa perché è risaputo che non c’è città, paese, quartiere, angolo di territorio che siano esenti di elementi da considerare bene culturale e quindi il concetto stesso di bene culturale potrebbe essere ormai esteso a tutta l’Italia. Sommerso perché il bene culturale non viene ancora “sfruttato” adeguatamente per una politica dell’investimento culturale e vengono trascurate delle realtà che potrebbero incidere notevolmente (se introdotti in un processo di valorizzazione) sullo sviluppo. Sommerso perché, tra l’altro, molti di questi beni non vengono portati a conoscenza attraverso un’offerta prettamente didattica pur avendo delle potenzialità sia culturali che economiche.

L’ITALIA come territorio e come storia, le cui testimonianze sono, appunto, immense e sommerse, è, in sé, un patrimonio della cultura che va riconsiderato proprio all’interno di una più complessa identità europea grazie a quelle matrici e radici che rimandano ad una civiltà mediterranea. Mediare questo patrimonio è trasmettere non solo conoscenza ma soprattutto valori.

I valori dei beni culturali sono nella proposta di modelli di civiltà che trasmettono tradizione. Proprio per questo l’Italia nell’Europa deve poter stabilire una proposta di natura prettamente culturale. I beni culturali sono un patrimonio che trasmette eredità storiche e funzioni estetiche. All’interno di tali beni il museo è un veicolo che media, appunto, non solo storia ma, come già si diceva, anche valori. Oltre chiaramente ad essere uno strumento essenziale di economia della fruizione della storia stessa.

Il MUSEO è uno strumento nella relazionalità delle culture perché in esso si intrecciano i dati della storia e le capacità di una progettualità che deve rendere la storia fruibile, comprensibile, comparabile. Non solo (o non solo più) visione didattica dei beni culturali (nella loro generalità) ma anche comunicazione. Insomma dobbiamo essere in grado di gestire, di comunicare, di partecipare il patrimonio di identità dei territori. Proprio per questo i musei non possono essere gestiti attraverso caratteristiche obsolete ma dobbiamo lavorare per una strategia dell’attenzione che è rivolta, in particolar modo, ad una più articolata politica dell’accoglienza.
In altri termini bisogna insistere certamente sulla funzione e funzionalità dei musei ma questi devono, oltre alle collezioni e ai percorsi stabiliti, realizzare degli eventi. I MUSEI e gli EVENTI: un capitolo importante che affronteremo in altra occasione ma non bisogna, comunque, prescindere, anche in questo caso, dalla professionalità e dalla intelligenza gestionale. I musei sono territori di cultura e la cultura va saputa gestire con organicità, managerialità e saperi che siano in sintonia con il tempo che ci troviamo a vivere. I beni culturali sono managerialità nelle culture diffuse.

Il Museo MarTa di Taranto è impresa tra conoscenza, culture. Un progetto che parte da lontano e con FRANCESCHINI ha trovato la sua realizzazione. 

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