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venerdì 5 luglio 2013

Quando l' Amore diventa Poesia



Insegnare o spiegare cosa sia l’amore …non è possibile… basti pensare che in secoli di storia si è tentato di darne una definizione univoca, ma mai con successo. Poeti, musicisti,pittori e scrittori si sono sfidati a colpi di aforismi d’amore e strofe per darne una definizione precisa, o semplicemente migliore. Eppure, nessuno ha dato la definizione dell’amore che sia “vincente”: per alcuni può essere una canzone di De Andre’,una poesia di Prevert, un quadro di Klimt,. Per altri è il film Via col vento o Titanic o una frase melensa trovata nei cioccolatini. Ognuno ha la propria definizione di amore e, forse, e’ anche giusto che sia cosi’.Anni fa invitai i miei alunni di una classe V a mettere per iscritto la loro “definizione dell’amore”: ebbene ognuno dei 21 ragazzi dette una”scrittura” diversa di questo sentimento.
Come sempre, in questi casi di dubbio e di incertezza, mi rivolgo ad una mia… amica che non tradisce mai,un’amica fedele  e silenziosa, ovvero la Letteratura Classica ed ecco che ella mi sussurra qualcosa: una stupenda storia d’amore,avvolta nel fascino del tempo,della leggenda  e della Storia,in ricordo dei tanti  che hanno avuto ed avranno la fortuna di chiudere  il passaggio terreno amandosi e rispettandosi,con l’auspicio che ogni uomo ed ogni donna siano,  per sempre, come il tiglio e la quercia del mito,due alberi da un unico tronco, coi rami intrecciati. Tratta  dalle Metamorfosi di  Ovidio, libro ottavo, la favola di Filemone e Bauci è il racconto dell'Amore, quello con la A maiuscola. Eletto come simbolo della fedeltà coniugale, è un  mito che mi è particolarmente caro, per tre motivi: il primo, perchè è stato scritto da Ovidio, poeta di Sulmona, per il quale ho nutrito un autentica passione maturata nel corso degli anni  della mia attivita’ di professore, il secondo perchè questa storia mi riporta indietro negli anni, esattamente ai primi anni delle scuole medie, ai primi racconti che comparivano sui testi scolastici di mitologia e che tanto hanno contribuito ad avvicinarmi al meraviglioso mondo delle “belle ed umane lettere” , il terzo perche’ ho la “ presunzione “ di averla fatta amare e conoscere anche a moltissimi miei alunni. In una bella valle della Frigia, regione dell’odierna  Turchia, c’era un villaggio i cui abitanti erano molto inospitali e malvagi: tutti gli stranieri che passavano di là venivano maltrattati e persino bersagliati di pietre. Queste notizie giunsero agli dei dell’Olimpo. Una sera arrivarono al villaggio due viandanti: erano molto stanchi, e pensarono di chiedere ospitalità per la notte. Uno era un vecchio dall’aspetto maestoso, l’altro, più giovane, aveva un viso astuto e teneva in mano una strana verga a tre rami, di cui i due laterali s’intrecciavano al terzo. Bussarono alla prima porta che videro, ma la gente li respinse in malo modo. Capitò lo stesso alla casa successiva, e poi alla terza, e così via, fino all’altra estremità del villaggio.
Finalmente i viandanti videro, vicino a una palude, una poverissima capanna dal tetto coperto di canne dove vivevamo due vecchi sposi, Filemone e Bauci, i quali trascorrevano le lunghe giornate facendosi compagnia l’un l’altro. Non appena videro i forestieri, vennero sulla soglia ad accoglierli.- “Entrate, entrate! – dissero calorosamente. – Riposate qui fino a domattina”. Subito Bauci tolse dall’arca la tovaglia più bella, e Filemone andò nell’orto a raccogliere i doni dell’autunno: fichi, uva, pere. La cena fu imbandita alla svelta con latte, formaggio, olive e un’anfora di vino fatto in casa, serbata per le grandi occasioni. Quando si misero a tavola, accadde un fatto strano: le coppe del vino erano sempre piene, nonostante i commensali continuassero a bere. I due vecchi si spaventarono perché avevano sentito che queste cose accadevano quando le persone, a loro insaputa, intrattenevano gli dei immortali. Il forestiero più anziano si accorse del loro timore e disse: - O vecchio giusto, e tu, donna degna di tuo marito, io sono Giove e il mio compagno è Mercurio. Vi invito a esprimere un desiderio. Io lo esaudirò. Siamo venuti di persona a vedere se la gente di questo villaggio sia veramente cattiva come si dice. Guardate, ora il vostro villaggio. I due vecchi, sbigottiti, si volsero e alla luce della luna piena videro che il villaggio era sparito sotto una melmosa palude. Non ne emergeva che la loro capanna, la quale improvvisamente si trasformò in un tempio dalle colonne marmoree e dal tetto d’oro. Allora Filemone s’inchinò fino a terra, poi disse: - “Sommo Giove, concedici di essere i tuoi sacerdoti, nel tuo tempio. E quando l’ora della morte sarà giunta, fa che possiamo morire insieme. Che io non veda mai la tomba della mia compagna, né debba essere sepolto da lei! “ Così fu: Filemone e Bauci servirono il sommo Giove nel suo tempio per moltissimi anni e, un giorno mentre, sfiniti dallo scorrere degli anni, stavano davanti alla sacra gradinata, narrando la storia del luogo, Bauci vide Filemone coprirsi di fronde e il vecchio Filemone coprirsene Bauci. E ancora, quando la cima raggiunse il loro volto, fra loro, finché poterono, continuarono a parlare: "Addio, amore mio", dissero insieme e insieme la corteccia come un velo suggellò la loro bocca. Le loro braccia tese dall’uno all’altro divennero rami che si intrecciavano fornendo un ampio e comodo rifugio per gli uccellini. Ancor oggi gli abitanti della Frigia mostrano l'uno accanto all'altro quei tronchi nati dai loro corpi:

…Quando arrivò
la fine della vita‚
divennero un sol tronco‚
con due chiome.
Ancora oggi‚quando soffia il vento
la quercia dice al tiglio‚
ogni momento‚
-Tu sei la vita‚sei il mio amore!-…

Alfred de Musset scriveva che “La vita è un sonno, l’amore ne è il sogno, e avrete vissuto se avete amato”. Filemone e Bauci nonostante la povertà e l’umile condizione trovarono nel loro amore un’ancora di salvezza che  donò loro,comunque, quella felicità e quella serenità , che dovrebbe essere concessa a qualsiasi uomo.

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