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martedì 18 giugno 2013

“Colui che conosce gli altri è sapiente, colui che conosce se stesso è illuminato”.



Ci sono libri che possono essere un costante riferimento  per il nostro percorso di vita, la cui voce, magari, ci giunge da lontano, ma che sentiamo vicini ai nostri  problemi e ai nostri interrogativi. E’ il caso dei “Colloqui con sé stesso”( Τ ες αυτόν nel testo originale in greco) dell’imperatore  romano Marco Aurelio, un testo scritto più di 1800 anni fa, che ha sempre avuto una notevole suggestione presso  gli ambienti e le persone più diverse, che si sono riconosciuti nell’esperienza e nelle riflessioni esistenziali del  suo autore. E’ a tutt’oggi estremamente attuale per l’atteggiamento di ricerca e di autoanalisi, di contatto con la propria interiorità, che ne fa un documento umano, prima che storico o filosofico, eccezionale.L’opera, che non è stata certo scritta per la pubblicazione e che ci è giunta divisa in 12 brevi libri di notazioni, appunti, considerazioni staccate, si presenta, almeno superficialmente, come disorganica, fatta eccezione per il primo libro dedicato a ricordare i debiti di riconoscenza verso gli uomini e gli dei.
Questo libro si può leggere come una biografia interiore di Marco Aurelio (121-180 d.C.), che ripercorre la sua vita ricordando le relazioni interpersonali e gli eventi che hanno avuto più influenza sulla sua formazione e sulla sua concezione del mondo.Cio’ che mi ha impressionato, fin dai tempi del liceo, e’una conoscenza dell'uomo e dei suoi meccanismi così accurata, così profonda, così intensa e spietatamente accettata. Filosofia intrisa di introspezione sul "campo", nella trincea della vita. Uno spettacolo di propositi, di incitamenti, di avvisi, di esortazioni. E' un piccolo libro di dimensioni, ma un volume enciclopedico nei suoi contenuti in cui si poteva tranquillamente omettere il numero della pagina. Infatti, in qualsiasi punto decidiate che il pollice si arresti nello scorrere i fogli...ebbene, non esisterà scelta migliore. "Sii come lo scoglio su cui s'infrangono incessantemente i flutti: saldo, immobile, e intorno ad esso finisce per placarsi il ribollire delle acque." Un libro che ispira e a cui si aspira. “Tra poco avrò dimenticato tutto, tra poco tutti mi avranno dimenticato”. Quando scrisse queste parole l’imperatore Marco Aurelio non immaginava, forse, quanto invece il suo ricordo sarebbe stato vivido nei secoli a venire. Talmente vivido che, anche ne “Il silenzio degli innocenti”, Lecter il cannibale arriva a citarlo per esortare Clarice ad arrivare all’essenza e alla natura stessa di ogni cosa (“Prima regola, Clarice: semplicità. Leggi Marco Aurelio: Di ogni singola cosa chiedi cos’è in sé, qual è la sua natura”).Sono soprattutto le sue pagine ‘segrete’ di pensieri, ricordi e meditazioni ad averci conservato nei secoli l’immagine di questo ‘imperatore-filosofo’, il cui regno coprì gli anni dal 161 al 180 d.C. Una sorta di testamento spirituale che ha affascinato e continua, tutt’oggi, ad affascinare.
Quello di Marco Aurelio è un pensiero intriso di filosofia stoica; un pensiero fortemente pervaso, nel contempo, dal desiderio di dare forma religiosa alla filosofia. L’imperativo categorico, per l’uomo, è quello di ricercare l’autenticità dentro di sé (“Scava dentro. Dentro è la fonte del bene, che sempre ha il potere di sgorgare, a condizione che tu sempre scavi”) ma questo desiderio profondo di ricerca interiore si sposa parimenti con la necessità di vivere nel mondo, comprendendone ogni risvolto: la vita non è che un fluire incessante di attività, sentimenti e passioni dove tutto è oblio e illusione; tutto scorre rapidamente all’interno di un ordine cosmico ineludibile. Ed è per questo che Marco Aurelio invita ogni uomo ad approfittare del presente e a vivere contribuendo, ciascuno nelle proprie possibilità, all’ordine stesso del cosmo.Ognuno di noi, dice Marco Aurelio, ha un suo posto nell’universo a cui è impossibile sottrarsi. In quanto uomini, siamo tenuti a conoscere i limiti della nostra natura, a comprenderli e a tollerarli: “è preciso dovere dell’uomo quello di amare perfino chi gli fa torto”, perché la debolezza è connaturata alla stessa essenza umana e l’uomo non può che avere compassione di sé e dei suoi simili. Perdona ed ama chi sbaglia – dice Marco Aurelio – ma sappiti difendere: “il modo migliore di difendersi è non assimilarsi”.Un pensiero d’eccezionale modernità che, ancora oggi, ha molto da insegnarci: “Al mattino comincia subito a dire a te stesso: avrò da fare con gente che mette il naso negli interessi altrui; con ingrati; con violenti; con furbi; con malevoli; con gente non socievole. Tutto questo accadde a costoro per ignoranza del bene e del male. Io, invece, che già ho potuto meditare sulla natura del bene e apprendere ch’esso è bello; e del male, ch’è brutto; meditare sulla natura di colui che sta commettendo il male e apprendere che quell’uomo è mio affine, non certo per identità di sangue o di seme, bensì in quanto partecipe d’una mente e d’una funzione ch’è divina; apprendere che non posso venir danneggiato da qualche difetto di altri (in realtà nessuno mi potrà implicare nella sua bruttezza); io non posso adirarmi con un mio affine e neppur sentirmi nemico.Siamo nel mondo per reciproco aiuto, come piedi, come mani, come palpebre, come i denti di sopra e di sotto in fila; in conseguenza è contro natura ogni azione di reciproco contrasto. Ed è contrasto l’ira e la reciproca avversione”.
Se Marco Aurelio fosse stato semplicemente un retore, come il suo maestro Frontone, allora i Colloqui sarebbero soltanto un’esercitazione letteraria, conforme ai gusti e alla moda del tempo, che inclinava alla filosofia; se fosse stato un filosofo, nel senso pieno e moderno della parola, allora la sua opera porterebbe i segni della profonda tragedia spirituale che un illustre ellenista ha creduto di scorgervi: uno spirito contemplativo e teoretico, sbalzato dal destino sul trono dei Cesari.



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