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sabato 11 luglio 2015

Marco Licinio Crasso: aurum sitisti, aurum bibe!



Charles A. Milles lo ha inserito nella sua opera “I dieci peggiori generali della Storia”; Giuseppe Antonelli gli dedica un capitolo in “Il libro nero di Roma antica”; Sara Prossomariti lo annovera tra i personaggi più malvagi della Storia romana, affiancandolo a una serie di figure poco raccomandabili come Publio Clodio Pulcro, Catilina, Agrippina Minore, Caligola, Nerone. Di chi si tratta? Né di un imperatore folle, né di un sovvertitore dello Stato, ma di Marco Licinio Crasso, politico, uomo d'affari, triumviro assieme a Cesare e Pompeo. La storiografia di ogni epoca lo ha etichettato come avido, incapace, invidioso, profondamente crudele e inevitabilmente il suo nome ha subito la severità di un giudizio semplicistico i cui sedimenti influenzano ancora oggi finanche gli storici più autorevoli.
Diviene perciò un obbligo non solo scientifico, ma anche morale quello di far luce su chi realmente fu Crasso e su quanto pesò sulle vicende della Roma repubblicana. Sia la Storia a parlare. “I Romani dicono che l'unico vizio che oscurò le molte virtù di Crasso fosse l'avidità di denaro” scrive Plutarco all'inizio della Vita dedicata al nostro personaggio.
Non è un caso che il biografo abbia messo in chiaro questo punto dopo poche righe, poiché di Crasso la philoplutìa, ossia l'ambiziosa avidità di ricchezze, colpiva coloro che lo conoscevano più di ogni altro aspetto del suo carattere. Divenne il suo marchio, la causa ultima della sua notorietà.
Sappiamo con certezza che per il denaro aveva un talento naturale. Fin da giovane (si pensa fosse nato tra il 115 e il 114 a.C.), Crasso si ingegnò zelantemente nella ricerca di tecniche e metodi per far ingrossare il suo patrimonio iniziale di sette milioni di sesterzi, somma misera ai suoi occhi. In breve tempo, ci si rese conto di esser di fronte al nuovo Creso, che fiutava l'affare prima degli altri, e quasi mai si sbagliava. Quando si trattava di denaro non operava distinzioni: dal suo punto di vista, poco importava se dei sesterzi provenissero da terreni e miniere d'argento o dall'acquisto dei beni dei proscritti brutalmente assassinati sotto il regime sillano. Sempre sesterzi erano. Alle malelingue del mondo romano piaceva sempre addurre come prova della sua sconsiderata bramosia di quattrini il modo in cui buona parte degli edifici dell'Urbe vennero in suo possesso: “Vide come fossero sventure congenite di Roma gli incendi e i crolli, a causa del peso e della moltitudine delle costruzioni” racconta Plutarco “quindi si diede a comprare schiavi che fossero architetti e muratori, e quando ne ebbe oltre 500, comprava le case in fiamme o adiacenti a quelle in fiamme, che i proprietari vendevano a poco prezzo per la paura e l'incertezza”.Indubbiamente Crasso sapeva essere avido e senza scrupoli, e su questo ben poco si può aggiungere. Una precisazione però: era in bella compagnia tra i giovani aristocratici dell'epoca. Cupidigia e spregiudicatezza infatti costituivano il nitido riflesso dello spirito dei tempi dell'agonia repubblicana, caratterizzata da una generale personalizzazione della politica. Per citare solo un paio di esempi, lo stesso Silla aveva arrotondato la sua “misera rendita di patrizio decaduto” (Giuseppe Antonelli) grazie a eredità lasciategli da attori omosessuali di basso profilo e vecchie etere ai quali, in gioventù, si era concesso in tutto il suo proverbiale furore erotico e molto sul tema potrebbe dirsi anche di Cesare. Eppure Crasso, nonostante fosse spinto dalle “naturali” inclinazioni del patriziato romano del I secolo a.C., divenne a Roma il paradigma dell'antieroe, la negazione vivente dell'austera lezione degli avi. Si evitino in proposito spiegazioni banali e anacronistiche: i Romani rispettavano la ricchezza e potevano anche ammirare l'ambizione sfrenata, purché seguita da successi. Tuttavia, quel che era imperdonabile in chicchessia era la mancanza di decorum, ravvisata da Cicerone e da molti altri come il punctum dolens dell'indole di Crasso. A Roma potevi vivere nell'opulenza e nutrire aspirazioni di ogni sorta, ma dovevi avere contegno ed evitare ostentazioni, perché di un tuo atteggiamento contrario al buon costume si sarebbero serviti i tuoi avversari politici per screditarti. Odiosa risultò la sua condotta quando, appresa la notizia di aver ricevuto una cospicua eredità, si mise a danzare nel Foro per la contentezza e più vergognose ancora furono le avances ad una delle vestali, Licinia, della quale Crasso desiderava acquistare, si diceva, una proprietà appetibile nel suburbio. Con ciò si spiegano, in un sol colpo, l'ombra secolare in cui si sono dissolte le molte virtù dell'uomo e il saldo radicamento nell'opinione comune dell'idea di un Crasso buono solo a far da contrappeso agli autocrati, Cesare e Pompeo. Mommsen lo ha bollato sommariamente quale “figura secondaria”, e forse lo fu. Ma accettare il dogma in Storia significa negare la Storia stessa.Piace (e in un certo senso conviene) associare Crasso al rozzo uomo d'affari che “da commerciante non guardava tanto per il sottile”. Stando alle fonti, si evincono non solo l'imprecisione dell'immaginario collettivo ma anche la fallacia della storiografia più autorevole in materia. Si può senz'altro dire infatti che Crasso fosse colto, e non poco. Versato in filosofia, stupiva gli astanti per conoscenze storiche e ancor maggiormente per abilità oratoria. Persino nei processi dove Pompeo, Cesare o lo stesso Cicerone stentavano a prender parola, egli sapeva destreggiarsi alla perfezione. Era soprattutto l'infaticabile spinta al miglioramento che, in ogni campo, da quello economico alle discipline letterarie, faceva di Crasso un uomo genuinamente virtuoso. Desiderava eccellere e, inutile nasconderlo, quasi sempre vi riusciva. Anche nel momento di sfoggiare la propria liberalitas, vale a dire la generosità in termini materiali che nella Roma antica tornava politicamente utile per garantirsi l'appoggio delle masse, non aveva eguali: le fonti antiche raccontano che aprisse la sua casa a tutti, che allestisse grandi pranzi, che prestasse denaro agli amici senza interessi. Il ruolo di gelido contabile crudele conferitogli, insomma, dovrebbe quantomeno essere rivisto.

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