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venerdì 12 luglio 2013

La terra del rimorso o il rimorso della terra!



Salento, "terra del rimorso", "terra del cattivo passato che torna e opprime col suo rigurgito". Qui, nel 1959, un'equipe guidata da Ernesto De Martino conduce una ricerca etnografica per studiare il tarantismo, antico rito contadino caratterizzato dal simbolismo della taranta - il ragno che morde e avvelena - e dalla potenza estatica e terapeutica della musica e della danza. Con un'impostazione inedita rispetto a quella di tanta letteratura meridionalista di stampo folcloristico, De Martino dimostra come le pratiche rituali abbiano la funzione di scongiurare le ansie di un'esistenza segnata dalla povertà e dall'emarginazione. La “Terra del rimorso” è l’Italia meridionale, o più precisamente l’antico Regno di Napoli, delimitato dall’acqua santa dello stato pontificio da un lato, e da quella salata del Mar Mediterraneo dall’altro.
Con l’analisi dell’isolato fenomeno del tarantismo (all’epoca della ricerca sul campo del 1959, il cui resoconto occupa la prima parte del volume, ridotto, etnograficamente parlando, ad un relitto) il de Martino intende offrire un personale contributo ad una storia religiosa del sud.Il tarantismo (o tarantolismo), al di là d'essere considerato semplicemente un fenomeno di natura isteroide, è interessante per le complesse valenze socio-antropologiche che ad esso sottendono.La ricerca demartiniana del 1959 ha magistralmente evidenziato la funzionalità di questo rituale all'interno della cultura delle classi popolari salentine inquadrandolo nella problematica complessiva della " questione meridionale " che in quegli anni sì andava sempre più determinando come centrale all'interno di un vasto dibattito politico-culturale. Gli affetti da tarantismo ritengono che il loro male sia stato originato dal morso di un animale al quale si dà solitamente il nome di " taranta " insetto biologicamente noto come Latrodectus Tredecim Guttatus.Tuttavia le varie ricerche condotte su questo fenomeno e le testimonianze stesse dei medici della zona, hanno ampiamente dimostrato che solo in casi rarissimi coloro che si ritengono affetti da tarantismo manifestano la sintomatologia propria del latrodectismo.D'altra parte non è certamente questo l'unico elemento a invalidare ogni tentativo di approccio medico al fenomeno e a sostenere le sue valenze culturali. Sarà qui sufficiente ricordare la magica immunità territoriale cui è dotata tutta l'area circostante a Galatina (Lecce) dove il male viene curato, ma non si manifesta in virtù della mitica protezione di S. Paolo. Il complesso rituale di esorcizzazione del tarantismo pone marcatamente in rilievo elementi pagani, propri del mondo antico, sincreticamente combinati con il cattolicesimo egemone che nel corso dei tempi ha sempre tentato di inglobare nella sua sfera questo fenomeno.La rappresentazione ha inizio allorquando il tarantato avverte i segni premonitori, per lo più di tipo neurovegetativo o psichico (apparente obnubilamento dello stato di coscienza, turbe emotive, ecc.).
Generalmente egli chiede che sia eseguita della musica e dà quindi inizio ad una danza incessante ed esasperata che ha lo scopo di diagnosticare il tipo di taranta che lo ha morso (" libertina ", " triste e muta ", " tempestosa ", ecc.). Successivamente si passa ad una fase di " esplorazione cromatica " nella quale il malato è attratto da indumenti, generalmente fazzoletti, i cui colori corrispondono a quelli della taranta che lo avrebbe morso.Talvolta l'attrazione si manifesta con atteggiamenti aggressivi nei confronti di persone che indossano abiti vistosamente colorati e che fanno cerchio intorno all'ammalato.Nella terza fase, coreutica, si manifestano nel tarantato i sintomi di possessione di volta in volta epilettoide, depressivo-melancolici o limitati ad uno stato pseudo-stuporoso.La fase coreutica, o " ciclo coreutico bipartito " come lo definì De Martino, si svolge con un alternarsi di atteggiamenti espiatori - convulsioni epilettiformi o posture stereotipate accompagnate da apparente perdita di contatto con l'ambiente circostante   e liberatori con pantomime che simulano l'identificazione dell'ammalato con la taranta . Il rituale termina con un simbolico calpestamento della taranta che simboleggia la " liberazione " dell'ammalato e la riuscita del rituale di esorcismo. De Martino arrivava quindi a concludere che il tarantismo era “un dispositivo simbolico mediante il quale un contenuto psichico conflittuale che non aveva trovato soluzione sul piano della cosicenza, e che operava nell’oscurità dell’inconscio rischiando di farsi valere come simbolo nevrotico, veniva evocato e configurato sul piano mitico-rituale, e su tale piano fatto defluire e e realizzato periodicamente, alleggerendo del peso delle sue sollecitazioni i periodi intercerimoniali e facilitando per qui periodi un relativo equilibrio psichico.
” Scrisse il De Martino:” Per questo orientamento il simbolo della taranta comporta un ethos, cioè una mediata volontà di storia, un progetto di "vita insieme", un impegno ad uscire dall'isolamento nevrotico per partecipare ad un sistema di fedeltà culturali e ad un ordine di comunicazioni interpersonali tradizionalmente accreditato e socialmente condiviso: un ethos che, per quanto elementare e storicamente condizionato, e per quanto "minore" nel quadro della vita culturale dell'Italia meridionale, consente di qualificare il tarantismo come "religione del rimorso" e come "terra del rimorso" la molto piccola area del nostro pianeta in cui questa religione "minore" vide per alcuni secoli il suo giorno”.

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