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martedì 27 agosto 2013

Giudecca. Venezia è una gondola nel vento di agosto

di Pierfranco Bruni
Cosa mi salverà? La bellezza dell’ironia e delle puttane in maschera che fanno impazzire tra i desideri e il sogno.

Giudecca. Venezia è uno splendore di isole. Mi perdo tra i sapori della Laguna e i colori grigi e viola di un Oriente che trama i suoi destini. Ci siamo dati appuntamento con l’uomo che dialogava con le tartarughe e coltivava rose bianche. Mi specchio nei vetri che adornano l’albergo che mi ospita. Scenario Adriatico e Mediterraneo. Candele accese. La luce fioca delle stanze fa riflessi.
La bellezza mi scompagina i pensieri. Sono stanco di pensieri ma anche di altro. Avevo bisogno di un passaggio in questo Oriente veneziano. Ho già attraversato pezzi di acqua con la gondola che fa onde nello spazio del vento. Sono solo e la donna dai riccioli biondi misura distanze. Siamo all’epilogo di un amore. O forse siamo oltre?

Ho un appuntamento prima del convegno. Si parlerà di poesia e del mio “Asmà e Shadi”. Mi chiedono perché ho scritto questo romanzo in versi? Io, come sempre, lascio scivolare il mare nei miei capelli lunghi che toccano gli sciamani delle riserve Apache. Mi sorprende il mio viaggiare e il mio navigare tra le sere dei silenzi e i mattini che hanno l’inizio del battere del vento nel giorno. Ci sono giorni in cui la malinconia fa tremare il tempo. Ma bisogna sempre restare soli per sorprendersi e dirsi vincenti. Non mi sfugge l’insegnamento buddista. Non mi sfuggono i pensieri consegnatemi dai maestri zen che ho conosciuto lungo i miei viaggi nell’attesa di sconfiggere i nemici che assediano la fortezza. La fortezza resta sempre nel deserto ma è sempre assediata.
Sono a Venezia. Lin-Chi mi ricorda che non ha senso piantare nel cielo un chiodo. Venezia è bella. Bella come la mia donna dai riccioli biondi. Intanto il tempo comincia a raccogliersi. Ho un appuntamento che non era però in calendario. E non so perché è giunto sin qui l’uomo che parlava con le tartarughe. Mi viene incontro. Scende da una gondola. Porta un cappello di paglia e un bastone. Indossa un abito di lino bianco. Ed ecco. Accanto ha un signore vestito da marinaio in divisa ufficiale. Ha il viso dipinto di rughe di sale e le mani sembrano mani vissute. Mi passa accanto e mi guarda ma non si ferma con me. Mi domando: ma è questo l’uomo che aspettavo? Stupore. Resto un po’ perplesso. Osservo.
La Laguna è nel mio sguardo, l’odore delle isole agita l’aria umidiccia. Che strano?   L’uomo che dialogava con le tartarughe e coltivava rose bianche nel suo giardino si rivolge, con voce sicura e forte, al navigatore di mari e viaggiatori di terre con queste parole: “E’ dal sorgere del Sole nelle epoche segnate dai passi dove gli scavi hanno penetrato non solo le terre ma anche le anime che ti ho invitato a raccogliere le pietre del fiume per fare argine all’acqua del tuo cuore. Ma tu sembri confuso. Resti in silenzio e la tua anima è inquieta. Fottetene di tutto e di tutti. Ama. Semplicemente ama. Una donna, più donne, più vite, più avventure. Cerca di restare fedele solo a te stesso. Se gli altri  hanno la viltà di barattarsi tu rispondi che non appartieni a quella razza. Ama. Non ti consegnare ad una donna. Misura la passione e la affidabilità. Non credere che passione e affidabilità siano strade incrocianti”.
Va avanti soltanto di un passo. Si ferma con una mano alla ringhiera che butta sulle acque e rivolgendosi al marinaio navigatore di mari e viaggiatore di terre sussurra: “Amico mio, io posso chiamarti così perché ti sono amico e fratello nella tristezza e nella gioia, è tutta questione di razza. Cambia donna, cambia avventure, cambia desideri. Cercati nella volontà. La volontà è potenza. E se è potenza non esistono le cose impossibili. Tutto è possibile, anche dire no quando ti sembra che devi incastrare il gioco. Ma siamo noi a non poter comprendere? Se davanti ad un plotone di esecuzione abbiamo avuto il coraggio di non rinnegare mai e restare fedeli ad un’idea figurati se può stupirmi il compromesso e il piegati ramo che passa la fiumara. La fiumara può anche passare e investirmi ma io non dirò mai al ramo di piegarsi. Resta solo. Resta in silenzio. E tutto ciò che hai dato non devi riprendertelo mai. Basta non dare più nulla. Resta sempre al tuo posto. In trincea. Lo so che c’è l’imbecille di turno che dice che sei un pazzoide, che la tua coerenza è pericolosa, che il tuo coraggio fa paura, che le tue idee sono impraticabili. Lasciali parlare. Tanto a chi si rivolge? A un pubblico muto, e quando il pubblico è muto è un pubblico sottomesso e se  non reagisce agli eventi meschini è, semplicemente, attratto dalla pusillanimità. Che fartene di gente che ti ronza intorno. Tu sei altro. Resta nel tuo palazzo e non dare ascolto più a nessuno. La storia dei tradimenti non mi convince”.
Parla non con me, ma è come se io dovessi ascoltare il suo dire. Non mi si rivolge neppure con lo sguardo. È come se io non ci fossi. Non mi ha riconosciuto. O non mi conosce. O tutto è un gioco? Siamo a Venezia. Forse non è ancora finito il Carnevale di Venezia. C’è sempre un carnevale che fa festa e che vive nell’ironia dei giochi infiniti.
Riprende il suo discorrere con questo suo dire: “Lo sai perché ti hanno tradito? Perché hai troppo dato. Se tu ti fossi dato di meno agli altri e avresti pensato alla tua vita soltanto, io non sarei qui a raccontarti questa storiella. Fai ancora in tempo a mandare a puttane tutti gli imbecilli. Mandali a puttane. Così si renderanno conto di trovarsi in un casino. Ho detto casino e non casinò. Ma le puttane, quelle vere, lasciale per te. Ci sono puttane di lungo corso e ci sono puttanelle invecchiate. Gli imbecilli lasciali tra le grinfie delle puttanelle invecchiate anche se non hanno una tarda età. Sono puttanelle invecchiate per i loro atteggiamenti. In fatto di puttane, scusami se tiro in ballo questo fatto, sono un esperto. Ci sono quelle serie, volenterose, capaci che sarebbero in grado di farti morire tra le loro braccia con candore e ardore. Ci sono quelle che cercano di incantarti con i soliti mezzucci velenosi. Ma ci vuole professionalità in tutto. Ci sono puttane che si vendono e ci sono puttane che si lasciano conquistare perché conquistano. Ora, caro amico e fratello, ti consegno questa eredità. Mandali a puttane. Ti renderai conto subito che tipo di puttane adescheranno o da chi verranno adescati. Vieni qua. Abbracciami non cercarmi più. Ti ho cercato di liberare le strade dei pensieri. C’è una via della seta che è difficile da percorrere ma è  straordinaria. C’è una via della pezza che è sbrigativa ma è per gli imbecilli, i corrotti, i corruttori ed è quella più breve che ti offre vanità, ma anche tanto marciume. Addio, amico mio, fratello di incontri. Io sono un esperto in puttane. Non dimenticarlo”.
È impensabile ciò che è accaduto. Non si degna ancora di uno sguardo. Mi passa a filo di capello. Non mi vede. Fa finta di non vedermi. Risale su una gondola. Si toglie il cappello di paglia. E con il bastono fa cerchi nel vento. Vedo la gondola allontanarsi. Farsi piccola. Attraversa ponti. Dalla Giudecca osservo e la gondola diventa soltanto un piccolo punto. Distante. Mi guardo ancora intorno. È sparito anche  l’uomo vestito da marinaio. Dove sarà mai andato? Non è salito con lui sulla gondola e non è qui. Mistero. Misterioso disegno di una divinità imprevista.
È la fine di agosto. So che in questa notte Cesare Pavese si suiciderà cantando “Verrà la morte e avrà i tuoi occhi…”. Sì, questo è un altro discorso. Perché sono venuto a Venezia. Da solo. Ho visto L’uomo che dialogava con le tartarughe e coltivava rose bianche nel suo giardino. L’ho visto soltanto e ho sentito le sue parole. Ma questo era l’appuntamento? Farsi ascoltare senza incontrarsi direttamente con me?
È  già l’orario del convegno. Cosa dirò di Asmà e Shadi? Forse, inaspettatamente, ripeterò qualche frase che ho ascoltato, ascoltato, involontariamente, perché io ero lì mentre L’uomo che dialogava… parlava con il marinaio…
Mi ritornano come girandole di fuoco le parole del maestro zen praticato secoli fa, in una città che somigliava a Venezia senza la Laguna e con i vetri d’Oriente sul pavimento: “Non sforzarti di interpretare e di aggrapparti ai segni che incontri;/allora senza sforzo otterrai la via in un attimo”.
Venezia è una gondola che scivola tra un’isola e un’isola ancora. Il gotico è maestoso. Perché non ho portato con me la donna dai riccioli biondi? Una volta questa donna sapeva farmi impazzire. Ora è distacco. Silenzio. Forse entro nei viaggi del disamore? Sono all’ombra della Casa dei Tre Croci. Fantasia nell’architettura che si veste di mistero. Il mistero è un incanto?
La Giudecca è la storia negli echi che suonano il religioso silenzio. Viaggerò, nel mio ritorno, con le parole dell’uomo che dialogava con le tartarughe e coltivava rose bianche nel suo giardino. Potrà bastare ciò che ho ascoltato? Il cielo si fa grigio. La Giudecca è il gioco delle maschere veneziane nella Commedia d’arte. Si deve essere artisti per far finta che le finzioni sono nella realtà. Altrimenti dove potrebbero nascondersi? Cosa mi salva? Cosa mi salverà? La bellezza dell’ironia e delle puttane che fanno impazzire tra i desideri e il sogno.

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