Che ora è ?

mercoledì 28 agosto 2013

Ti scrivo dal mio suicidio. Ci ritroveremo, mio caro Cesare, nella sera con i versi di “Gracias a la Vida”. E i traditori li consegno a Pietro


di Piefranco Bruni
Ti scrivo  dal mio suicidio. Non sono un folle. Tanto meno rischio di poter concludere la mia esistenza terrena sepolto in una bara e con un rosario incrociato tra le dita delle due mani, in segno di preghiera con un bel Vangelo stretto tra le dita affusolate e rigide. Come i morti di tutte le epoche.
Io vorrò essere cenere sparsa nel Mediterraneo ma dovrà esserci il vento che taglia la luna. Il mio Mediterraneo è la mia Calabria. La mia Calabria è il mio Mediterraneo che incontra Tunisi, il Marocco, la Libia. Il bel suol d’amore…

Ti scrivo dal mio suicidio con la condanna dei penitenti cattolici che mi fanno sorridere e non sono lungo la mia strada. Soltanto il Dio illuminante non è riuscito a deviare il corso del mio esistere e la Via della Seta non mi è bastata più, come per te non sono bastate le Langhe, il ricordo di Concia o di Elena, il fuoco grande che avevi acceso con Bianca, l’amore, nel tragico destino, con Constance, in una notte insonne alla ricerca di un’amica con la quale condividere il tuo ultimo silenzio dopo aver ascoltato il sangue e arena della verde luna.
Sono passati anni.

Caro Cesare, ti sei lasciato trovare morto in una mattina di agosto in una città assente. Non bastava la tua assenza. Non è bastato aver lasciato scritto sulla pagina del tuo Leucò: Non fate troppi pettegolezzi. Non è stata una morte violenta. Non so perché si continua a dire che il suicidio è una morte violenta? È la dolcezza che entra nella fine. È il coraggio della tua scelta che ha chiuso la porta all’imbecillità dei mediocri. Esistono gli imbecilli. Vivono nei mediocri. Non mi sento di giudicare se pur scrivendoti dal mio suicidio.
Tu mi riporti a Luigi. A Luigi Tenco che si è ucciso in un albergo di Sanremo in una notte di fine gennaio del 1967 dopo essersi congedato con “Ciao amore ciao”. Spesso usavi la parola ciao trasformandola in ciau. Tu mi riporti ad un grande attore che aveva capito che il teatro è una finzione e la vita non ha maschere, ma realtà: Luigi Vannucchi. Si è suicidato dopo aver interpretato strepitosamente, qualche anno prima, il tuo “Vizio assurdo” tratto da Diego Fabbri e Davide Lajolo. Anche allora c’era di mezzo un agosto. Il 30 agosto del 1978. Si è ucciso come ti sei ucciso tu, mio caro Cesare.
Tu Luigi Tenco, Luigi Vannucchi, l’incerta morte di Mia Martini,  il suicidio di Dalida, il grande amore di Tenco, e tanti altri suicidi timidi e penzolanti… Tutti ti avevano condannato. Come avevano condannato il Tenco di “Vedrai Vedrai che un giorno cambierà…”.
Soltanto l’eretico Fabrizio De André sfidò tutti portandosi nel cuore il sui Dio di Luigi Tenco e dedicandogli una delle canzoni più sottili che il mondo cattolico non accolse, anzi non accettò perché ai suicidi nulla è concesso. Te la ricordo: “Lascia che sia fiorito/Signore, il suo sentiero/quando a te la sua anima/e al mondo la sua pelle/dovrà riconsegnare/quando verrà al tuo cielo/là dove in pieno giorno/risplendono le stelle”.
Anche tu credevi, come me, a questo Dio, a questo Signore, che non condanna ed ha un sorriso per tutti e non dirige il traffico tra il Paradiso, il Purgatorio e l’Inferno. Per il Dio buono esiste solo il Paradiso. Esistono solo le stelle e non le condanne dei ben pensanti.
Ti troverò ad aspettarmi sulla riva del Paradiso mentre ti vedo in ginocchio su una piazza e davanti a te c’è soltanto una Chiesa e tu ripeti che anche i morti nemici, e ti riferivi ai morti repubblichini di Salò, quei morti che hanno fatto anche la mia vita nella storia della nobiltà di mio padre, se pur vinti bisogna superarli, dare un senso a questi morti… C’è mancato poco alla tua conversione. Il Dio buono e misericordioso nella vita  terrena non ti ha concesso la carità della conversione ma sicuramente lo hai incontrato nell’attraversamento se ora vivi tra i luoghi di Gerico e quelli di Leucò.
È l’eco di “Preghiera in gennaio” che riporta parole: “Quando attraverserà/l'ultimo vecchio ponte/ai suicidi dirà/baciandoli alla fronte/venite in Paradiso/là dove vado anch'io/perché non c'è l'inferno/nel mondo del buon Dio”.
Non può esserci l’Inferno tra le strade del buon Dio ci ripete De André. E la morte verrà e avrà sempre i tuoi occhi… Gli occhi di una donna che lasciano scendere la tenda come se fosse un velo, quel velo che indossava la donna di Magdala negli incontri d’amore con Cristo.
De André sembra recitare anche la tua morte, mio caro Cesare, e forse anche la mia in questo tempo devastato e tempestoso dove la viltà è il costume di chi ti sta maggiormente accanto. Avevi preparato tutto, un po’ come ho fatto io, persino la foto che Davide doveva mettere in prima pagina sul quotidiano di quella città assente di fine agosto, e sapevi che tra i ben pensanti e i mal pensanti non c’è alcun bivio ma un filo sottilissimo che è il giudizio che conduce  mai all’assoluzione e sempre alla condanna.
Ci si uccide per pazzia? Ci si uccide perché un amore ti tradisce? Ci si uccide perché l’amore mostra tutta la sua nudità e la sua miseria, la sua inermità come tu hai scritto? Ci si uccide non perché si è stanchi ma per il troppo desiderio di vivere. Può sembrare una contraddizione. Io che ti scrivo dal mio suicidio ti posso dire che non c’è stata disperazione ma il nulla, quel nulla nel quale ti sei trovato e lo hai raccontato come il gorgo muto. Si scende nel gorgo muto non per ritrovarsi ma perché si ha bisogno di silenzio. Per uno scrittore è il senso del tutto e l’orizzonte del vuoto.
Ma mi fanno ancora eco le parole di De André: “Signori benpensanti/spero non vi dispiaccia/se in cielo, in mezzo ai Santi/Dio, fra le sue braccia/soffocherà il singhiozzo/di quelle labbra smorte/che all'odio e all'ignoranza/preferirono la morte”.
Ormai queste mie ceneri sparse nelle onde del mio Mediterraneo, tra il castello di Roseto e la città sepolta di Sibari, porteranno echi di vento e se scrivendoti dal mio suicidio io riesco ancora a chiederti di raccogliermi una tua storia io di storie ne ho vissute tante e di donne ne ho amate tante, ma loro sono semplicemente una agonia necessaria.
La tua Constance somiglia molto alla mia donna dai riccioli biondi. Come la tua Concia somiglia ad un’altra mia donna che mi ha risvegliato dal mio sonno e mi ha ridato l’eros. Ma è passato tanto tempo. Tanto ne è passato che la conchiglia sacra non riesce più a custodire nulla. Ma perché, in fondo, custodire? Non bisogna custodire nient’altro se non il proprio silenzio chiuso nella solitudine dei passi che superano il dubbio. Mi hai insegnato che il suicidio non è una morte vile. Ci vuole coraggio. Non è lo stesso coraggio di vivere. È il coraggio di non esistere più e chi vorrà trovarti, chi vorrà trovarci dovrà spiegazzare le pagine per le quali abbiamo speso le nostre esistenze. In quelle pagine non troverà ciò che si aspetta. Ma i dettagli sono la via.
Qui tutto è greco, scrivevi a Maria, tua sorella, dal tuo confine a Brancaleone in Calabria. Ma in quel tutto è greco c’era il mito, c’era il tragico, c’era l’inesorabile. Non c’è il mito senza il tragico e il tragico si veste di mito quando si comincia a toccare l’inizio della fine della storia.
Sono secoli che sottolineo i tuoi libri. Mi hai condotto nell’attraversamento dei labirinti e ti ho seguito, ma quando ho compreso che la luna può illuminare i falò che all’alba si spengono ho capito che per uno scrittore ripetere è tutto fino a quando il destino non ti avvolge nella sua tenda blu o rossa per condurti in quel viaggio che è l’indefinibile viaggio dove  “La speranza è una stanza/Col soffitto di stelle”, come cantava Dalida in un testo del 1968 di Paolo Conte. Ma “La vita è solo un passaggio” ci ricorda sempre Dalida in un testo Pagani e Lauzi del 1960.
Potrei non smettere. Ma non servirebbe continuare in questo intreccio di citazioni. Noi siamo fatti di parole che riportano altre parole e poi ancora altri silenzi. Non bisogna fare pettegolezzi. Hai ragione. Per questo senza malinconia ti scrivo dal mio suicidio dopo aver raccolto tutte le preghiere possibili, quelle che non hanno il segno delle teologie ma dell’inquieto esistere tra i porti sepolti e le trincee dove combattemmo per resistere al massacro di chi volle inventarci una vita diversa.
Tu mi hai detto che non avresti scritto più. Lo hai sottolineato anche nel tuo Diario che si chiude qualche giorno prima del tuo suicidio. Io non scriverò più dalla mia tenda della nostalgia. Si inventeranno tante storie: nuovamente si dirà della nostra follia, la depressione, l’angoscia,, l’instabilità mentale saranno temi di discussione. Ma noi siamo stati lucidi sino a vivere con armonia il gesto fatale.
Fate che si dica tutto, tanto noi siamo assenti e sulla ribalta resterà un sorriso e tutto ciò che abbiamo fatto lo hai ben definito tu con una battuta da teatro: abbiamo cercato di dare poesia agli uomini.
Ti scrivo, dunque, dal mio suicidio con dei versi di una nostra compagna di destino Violeta del Carmen Parra Sandoval, nata a San Carlos il 4 ottobre  del  1917 e suicidatasi a Santiago del Cile il 5 febbraio del 1967,  che quasi nel  salutare la  vita canta: “Gracias a la Vida que me ha dado tanto/me dio el corazón que agita su marco/cuando miro el fruto del cerebro humano,/cuando miro el bueno tan lejos del malo,/cuando miro el fondo de tus ojos claros”.
Tu non hai avuto modo di conoscerla. Per questo ti porto i suoi versi nel nostro incontro che avverrà nella sera. Il mio testamento è già nelle mani della donna dei riccioli biondi.
Ti scrivo dal mio suicidio per raccoglierti nel mio destino. Per raccoglierci nel destino.

P. S. Anche qui necessita di un scritto dopo lo scritto. Cesare è Cesare Pavese. Gli altri nomi sono reali ma tracciati sul filo della fantasia con qualche aggiunta in più e fanno, comunque, parte della mia vita. La lettera è autografa ed è firmata. Io non amo gli anonimi tranne quelle “veneziano” che anonimo non è. Non vivo la depressione e tanto meno di depressioni. Ho la luce della bellezza che guida i miei passi. Non sono stanco. Ho il vizio di scrivere. Se questo può essere pericoloso non mi frega nulla di esserlo. Cerco di essere leale e allontano sempre i vili e i codardi dal mio cammino. Non mi piego ai compromessi. Sono stato ingannato più volte. Ma l’inganno è nella vita. La politica è un’altra cosa della vita.  Soltanto gli scrittori che non ci sono più mi fanno da guida. Non credo alle giustificazioni. Chi si giustifica dopo aver colpito con frecce avvelenate mi fa pena.
Questa lettera è una invenzione? Non tanto. L’ho trovata in un  cassetto, così si dice sempre, della mia memoria. E dal momento che è stata scritta non vedo le ragioni per non renderla pubblica. Amo il silenzio e la solitudine. Non ho angosce. Forse qualche debito devo ancora sistemarlo. Ma la vita lunga o corta che sia è un mistero. Non sopporto gli imbecilli. I traditori li consegno a Pietro perché trova sempre la pezza giusta per portarli sulla scena. D’altronde è un esperto. I coraggiosi si intrattengono a dialogare con Giuda. Se dovessi scegliere tra Pietro e Giuda non avrei alcun dubbio. Sceglierei Giuda. Tutto il resto lo si è già letto. Tutto è inventato e tutto è parzialmente vero. Tranne i fatti già noti.

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