Che ora è ?

mercoledì 28 agosto 2013

Cesare e Connie si sono amati per una stagione, ma Cesare viene trovato morto il 27 agosto del 1950 con accanto il suo “Dialoghi con Leucò”

Sono passati anni lunghi mi ricorda la donna dai riccioli biondi

di Pierfranco Bruni

Al di là dalle bianche colline c’è il mare. 27 agosto 1950.  E il mare può essere la quarta dimensione della vita. Al di là di ogni cenere che non smette di custodire il fuoco spento c’è sempre un falò sotto la luna di agosto.
Si parte sempre dal principio anche se con il principio si segna la fine. Allora. Era il capodanno del 1950. Roma brillava di stelle e le scintille toccavano il Pincio. Le feste avevano il sorriso ma non la maschera. E lo spumante aveva bollicine di oro nel vento. Cesare incontrò Constance.
Una donna nella bellezza degli occhi di Oceano. Ma quando una donna perde la bellezza che ha permesso di volare oltre le ombre non ha più senso un amore, non ha più senso l’amore, non ha più senso aspettare un incontro o una telefonata impossibile. Perché? Perché diventa distante da noi e, nonostante, si sente il vuoto, questo vuoto ha il viso triste che si specchia nella tristezza.

Eppure Constance che aveva attraversato l’Oceano manteneva la sua bellezza. Per Cesare era la sua Connie. L’ha amata. Come si può amare l’ultima speranza prima del porto sepolto. L’ha amata senza indugi. L’ha cercata e per lei ha scritto le poesie più penetranti che vivono nella letteratura italiana del Novecento. Non mi interessa cosa ne possano pensare gli altri.
Gli altri non esistono davanti a quest’amore che è fatto di vita e morte. È fatto di una morte che ha gli spazia del mattino fresco nei cammini impensabili del nostro esistere. Un amore non soltanto raccontato. Un amore trascritto con la penna del dolore sulle pagine gialle, trasparenti  di sole della primavera e dell’estate che conosce il suo plenilunio.
Si sono amati per una settimana. Si sono amati per due giorni. Per una sera. Per una notte. Si sono amati. Cesare l’ha amata rincorrendola tra le pagine della vita e le pagine del teatro, che è la letteratura straziata tra le parole e il sogno che resta sospeso in un’attesa mai violata ma senza segreti. Con il solo mistero del desiderio che diventa eros e amore calmo.
Pensando a Constance ho ricordi filigranati che mi riportano alla donna dai riccioli biondi. Non mi abbandona. La ritrovo anche nelle distanze. Anche quando cerco di raccontare altre storie o altri destini. Perché per Cesare tutto è destino. È come se la donna dai riccioli biondi mi tornasse accanto per percorrere, con me, tutti i mari del Sud, le campagne, i vigneti di mio padre, le stanze nelle quali lo spazio ha il vissuto degli amori, ma Cesare ha amato Constance.
Non so se Constance abbia veramente amato Cesare. Solo per una notte o per una settimana. Insieme a Cervinia. Ancora a Roma. Tra le pause del suo essere scrittore. Verrà la morte e avrà i tuoi occhi. Dedicherà a Constance le poesie che hanno questo titolo. Le ultime del mazzo. Le ultime che abbia mai scritto. Le ultime che annunciano con la fine dell’amore la fine di una vita.
Nell’albergo Roma di Torino lo troveranno morto. Muore dopo aver ingerito numerose bustine di sonnifero, tra la notte del 26 e il giorno successivo. Era agosto del 1950. Tra il 26 e 27 agosto, 27 agosto, quel Verrà la morte e avrà i tuoi occhi si consumerà nel tratto breve di un tempo che non smette di essere misurato. Le ultime poesie erano nate con lei e finiscono con lei.
Forse scriverò un libro, dopo i miei tanti libri su Cesare, soltanto per raccogliere il loro amore. Sei venuta di marzo dopo il gennaio di neve e sei andava via con l’ultima estate della vita, nell’ultima settima di agosto. La donna dai riccioli biondi con i suoi echi mi invita a scrivere un romanzo su Cesare e Connie.
Cosa mi avrebbe detto Cesare se avessi avuto la possibilità di incontrarlo? Cosa mi avrebbe detto Constance se avessi avuto la possibilità di grondare i suoi occhi meravigliosi senza mai cadere nello stupore? Ma la vita ha sempre dei brividi nascosti, che lasciano buche nell’anima. Le donne hanno l’imprevedibilità del sale bagnato sotto il sole.
Cesare ha ascoltato Leucò sino all’ultimo filo di Arianna e non ha vissuto le notti di Calipso. Ma Tiresia aveva previsto tutto. Si è lasciato scivolare nel regno dei morti cercando di afferrare l’immortalità di Circe. Ma Constance non era né Circe né Calipso. La donna americana, che segna il destino impercettibile nelle ore che si straziano nella recita di una notte sconfitta.
Verrà la morte… Ma quale morte? Quale morte per una donna fatale che ha l’attrazione del precipitato tra la luna e i falò. Ormai tutto si sconta nel tempo perduto e nulla si ritrova nonostante si possa leggere il suo testamento che cammina nel suo mestiere di scrivere che è, sostanzialmente, il mestiere di vivere.
Per uno scrittore è sempre così. Il mestiere di vivere è nel mestiere di scrivere. Nonostante le illusioni, i disincanti, le distanze. La vita si misura nelle parole e quando le parole finiscono vuol dire che la vita e gli amori hanno strappato il velo. L’ultimo velo. Già, l’ultimo velo. Per lo scrittore l’ultimo velo non è la speranza mancante. Il velo è fatto di parole e di emozione che danno un senso ai segni della vita. Ma era tutto previsto? Per Tiresia sì. Ma anche per Cesare. Rosetta  che vive tra le sue donne sole aveva annunciato il suicidio. Soltanto qualche anno prima.
L’unica difesa per Cesare era Constance. La sua partenza da Roma, il suo far ritorno in America e il suo non ritornare a Roma hanno spezzato i fili. Quei fili che si sono spezzati per un cortocircuito dell’anima, dell’anima – corpo, del corpo – eros, della passione – morte. L’eros scardina la vita e si cerca anche un attimo prima di raggiungere le sponde dell’oltre.
Verranno altri giorni, ci saranno altre stagioni, altre stagioni vivranno tra la terra e la vita, tra la terra rossa e la  terra nera. Quel viso triste, quel viso imbronciato della donna americana, quel viso che è la rivelazione della fine di un amore. Tutto ha un senso. E non smetto di ricomporre il mosaico con la mia donna dai riccioli biondi che insiste a scompigliarmi i capelli e le mie mani sui suoi riccioli che hanno il colore degli Orienti nel crepuscolo.
Baciami, baciami ancora. Mi sento sussurrare. Con il volo degli aironi che si alzano come vele in un vento timido conservo le parole di una notte romana sui gradini di Trinità dei Monti. Sentivo le solite chitarre suonare il canto dei destini. Su quei gradini Cesare e Constance hanno vissuto giorni e hanno visto i fiori sul davanzale negli intrecci di marzo o di febbraio, nei vissuti in cui la passione faceva vibrare le corde della chitarra in un concerto a due voci.
Sì, lo so, ci saranno altri giorni e altri giorni verranno ma come canta Luigi Tenco: Un giorno dopo l’altro la vita se ne va e resteranno le lontananze per dirci che: e lontano, lontano nel tempo soltanto il ricordo ritornerà. Soltanto il ricordo farà strisce sui vetri delle finiste delle case su Piazza di Spagna.
Constance è stata una meteora, un miraggio, un assolo di silenzi percepiti in una verde luna. Tu verde luna non smettere di raccontare la storia di un amore, pur nella sua tristezza, raccontalo perché soltanto raccontandolo resterà l’ombra che verrà cancellata dai secoli ma poi altre lune verdi riporteranno non più il racconto ma la leggenda, la favola, la fiaba e tutto diventerà mito.
Cesare è entrato nei labirinti del mito non per ritrovare il suo focolare di  Santo Stefano Belbo ma per restarci. Nel mito come granelli di sale sotto la pioggia di aprile e nel sole folgorante di agosto. In una sera di solitudine, in una città sola, Cesare si è chiuso nella sua stanza.
Ha riletto alcune pagine del suo dialogare tra i sogni di Leucò e si è lasciato trasportare negli inferi. Aveva abbandonato persino la sua casa in collina e le sue vigne, la spiaggia e l’oblio disegnato nelle assenze che giungevano dal mare greco di Brancaleone in Calabria. Aveva abbandonato Concia, la donna dalla voce rauca,  i fuochi grandi, i fichi d’India e il suo tempo si era impastato nell’immenso fuoco dei falò dove ogni memoria diventava macerie.
Non vale più un sorriso. Un sorriso non vale più una scommessa. Una scommessa non vale più un rischio perché camminare nel sogno è camminare tra le parole delle sirene che dopo il canto hanno il cuore nel silenzio.
Cesare e Constance valgono un racconto tra i riflessi di una verde luna e le malinconie tra i sentieri che recitano la morte. Verrà la morte… Ma certo che verrà. Sempre verrà  per infilare gli aghi nei giorni intrecciati che legano ogni storia al destino. Destino.
Ma dove è finita la donna dai riccioli biondi? È comparsa poco. So che quando cerco di parlare di Constance e Cesare si rintana  in qualche bifora, in meditazione, per custodire i passi di un amore che è stato ma non è stato vissuto, che è stato vissuto come immaginario nel vento ma che non è stato. E non la ritrovo. Ritornerà tra poco. Ora. Ora che smetto di scrivere e mi chiederà perché non ho cercato di dire con più forza amante l’amore di cesare per Constance.
Sarà così? Cesare ha amato la sua Constance. Tanto da morirne. Fatale. Questo non lo so. Soltanto l’epilogo degli amori mancati si rintracciano, nelle malinconie, in uno scrittore che di amore ha vissuto tra le parole e il sogno, tra il sogno e il silenzio finito. Poi ci sarà altro. Certamente. Altro ancora. Ed è come se non bastasse neppure altro per continuare a recitare il dolore dell’amore.
Verrà la morte e avrà i tuoi occhi. Si scenderà nel gorgo muto. Così Cesare con la dolcezza del sonno è sceso nel gorgo e ha ordinato di tacere alla sua voce, alle sue parole, alla sua scrittura. Tanto che quel mestiere di scrivere ha chiuso per sempre il mestiere di essere vita.
Ci saranno altri giorni. Certo. Altre notti verranno. Cesare, in  quella notte di agosto, con accanto il suo Dialoghi con Leucò, ha chiuso le tende della sua stanza e soltanto un gatto ha custodito il suo sacrificio. Ma i gatti potranno mai parlare? Non facciamo pettegolezzi…
Sento i passi della donna dai riccioli biondi. È ritornata. Mi segue. Voglio salire i gradini di Trinità nella Spagna in piazza. Mi prende la mano e mi dice: ci sei riuscito a tracciare il silenzio dell’amore di Cesare per Constance. Ma sono passati anni lunghi. Nel  silenzio che è l’oltre.


P. S. Ciò che ho raccontato è una storia? Possibile. Ma improbabile. Sulla scena Cesare Pavese e la sua donna americana Constance Dowlling. L’attrice america alla quale dedica i suoi ultimi versi dal titolo “Verrà la morte e avrà i tuoi occhi”, pubblicati postumi. Alla quale ha dedicato il suo ultimo spazio per una speranza e un disincanto d’amore. Alla quale ha dedicato la vita e la morte. Una storia vera con l’aggiunta della  fantasia. Ricompare la donna dai riccioli biondi. È una compagna dei miei giochi nell’esistenza che ha senso. Non mi interessano le esistenze senza senso. La letteratura è vita e sogno. Il resto non mi riguarda. Io non mi interessa dei fatti altrui. Gli altri si interessano dei fatti miei perché vivono la vita trascinando la morte, la loro morte. Pavese è stato un maestro nella letteratura. Non un testimone. La donna dai riccioli biondi è il mio amore. Non un amore. Punto. Conie e Cesare non se si sono amati nel sogno. Non hanno raggiunto la pazzia. Cesare continua a recitare il suo mestiere di vivere.

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