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domenica 15 settembre 2013

Io e Alberto Bevilacqua. Mio amico, mio fratello… è sempre questione di eternità… Il mio libro viaggiando con Alberto

di Pierfranco Bruni 

Anni di amicizia, di fratellanza, di armonia mi hanno legato ad Alberto Bevilacqua. Dall’incontro alla Libreria Croce a Roma, nel 1978, al Salotto di Via dei Villini (sul quale ho scritto il libro “Con cuore amico” 1990). Fu Francesco Grisi a creare questo straordinario legame. Non smetterò di concludere il mio libro su Alberto. Ora che non c’è più. O forse ora che c’è ancora di più tra il mistero e l’alchimia. Il mio libro ricomporrà pezzetti di storia umana e mosaici di letteratura.  Il poeta. L’uomo. La magia nel suo “avvertire”.

Ricucio frammenti di vita nella letteratura. Infanzie perdute e infanzie ritrovate. Un ritornare nel cerchio magico del tempo. di quel tempo che racconta e riporta scenari e sensazioni. Una poesia che raccoglie il sapore di un tempo e di quel tempo che non c'è più. Gli affetti e gli amori e i ricordi in una fantasia che non si fa finzione o maschera ma filtro di una memoria che àncora nei silenzi i labirinti e i ritorni. "ricordi le curve/fresche di tiglio/prese con le biciclette la mattina?", (2003).
Le malinconie che riportano giochi infiniti di immagini e suoni che restano legati alle disarmonie di un andare nel di dentro delle storie. Quanti ricordi nel giro tondo della vita: "…s'appoggiava mio padre con una mano alla parere/cercando con la candela/uno ad uno gli scalini…", (2003). Un poeta nel cammino dei linguaggio. un poeta che centralizza il tempo della parola. Un poeta importante e questo suo ultimo testo non è altro che la conferma della sua forza in un sentiero di incontri magici e di simboli che pagina dopo pagina si dichiarano.
Mi riferisco, appunto, ad Alberto Bevilacqua con Legame di sangue (Mondadori, Lo specchio, 2003). Ma voglio parlare del poeta. Solo del poeta. Io ho il dovere di parlare di Alberto. Mio amico. Mio fratello. Di recente parlando di poesia e di Bevilacqua, in particolare, ho sostenuto che ci sono sempre stati, nella storia della poesia, poeti che lasciano segni e poeti che tracciano percorsi. Poeti che chiedono di essere ascoltati e poeti che caratterizzano, in una visione esemplare, il viaggio della parola e la coralità (in senso anche evocativo) dei sentieri delle emozioni. E' su queste basi che bisogna stimolare una riflessione in termini letterari a tutto tondo. La discussione sulla poesia di questi ultimi decenni va certamente riconsiderata in un quadro letterario che pone all'attenzione non solo le ultime generazioni, ma anche quelle generazioni che hanno stabilito dei traguardi importanti già negli anni passati e sui quali occorre riflettere.
La poesia oggi? Sarebbe un tema da approfondire (e continuerò a farlo con i miei prossimi scritti) anche perché è necessario confrontarsi con la "evoluzione" sistematica del linguaggio. La poesia, in fondo, è una magia interiore che scatena suggestioni, colori, immagini, sentimenti ma è pur sempre un linguaggio. Il tutto passa attraverso il linguaggio (o i linguaggi) che si ammanta di metafore, di simboli, di allegorie. Figure che appaiono e scompaiono e restano negli sguardi della memoria: "prega per lei,/padre mio,/prega quel povero cristo che sei stato…" (2003).
In queste tappe non bastano i buoni sentimenti come non basta soltanto il saper coniugare letterariamente delle formule letterarie. La poesia è una alchimia attraversata dal tempo. Credo che il tempo sia il "messaggio" fondamentale che sta dentro la parola poetica. Una poesia che non si confronta con il tempo (ma direi una letteratura) è una poesia che soffre di una patetica leggerezza. Dunque. Alberto Bevilacqua è il tempo della poesia. In un viaggio che conosce segni indefinibili e segni che portano all'eternità. E il sangue che crea legami.
Nella poesia ci sono "questioni di eternità", come ha sottolineato molto elegantemente Alberto Bevilacqua nel suo precedente libro di poesia Piccole questioni di eternità (pubblicato nella collezione di poesia della Einaudi nel 2002, un libro che racchiude poesie "antiche" e testi inediti), con le quali il nostro io deve fare costantemente i conti. Il tempo, anche in questo precedente testo, come memoria del sublime è centrale. Ma Alberto Bevilacqua è un poeta che traccia percorsi (ho avuto modo di parlarne anche nel mio saggio dedicato ai poeti del Novecento della meravigliosa parola e della grandezza poetica di Bevilacqua) all'interno della storia della poesia. Eternità e sangue. Un legame.
E' inutile girare intorno al problema. Il nostro contesto contemporaneo non ha molti poeti. Anzi quei poeti - percorsi sono sostanzialmente pochi. Ce ne sono altri, come dicevo, che si lasciano ascoltare. Bevilacqua è senza alcun dubbio un poeta che traccia percorsi. Perché? Il suo non è un linguaggio "articolato". E' un linguaggio magia perché è un linguaggio sensazioni, le cui emozioni sono esse stesse impasto di parola ed espressione lirica nel cerchio del tempo.
Il tempo è anche dentro i luoghi ma è soprattutto il risarcimento di una memoria che impone il vissuto di una vita e di una testimonianza. Una infanzia e una città nel testo del 2002: (Parma/desolata Pompei nel tuo silenzio,/assurda come un pilastro senza ponte/la luna disarma le vie/…/Tutto muta/per un niente di luce,/tutta mi conduce/a esistere/la mia vita persa").
La madre, il padre, le voci, i silenzi, il figlio ("che non ho voluto per deliberato amarti", 2003), i paesaggi sono un tramite di un colloquiare con tutto ciò che reso palpabile dal ricordo. E poi l'amore e il sogno. La donna e la passione - memoria ("per troppo averti amato e troppo perso"; "…d'improvviso sei stata/quel me/che avrei felicemente voluto,/il mio né ora, né mai;/un fondo di riso/e di sere mi è rimasto in cuore/d'altri…", sempre nel testo del 2002). Ma ancora nel mondadoriano (2003) testo il padre non è metafora. E' una realtà che dura nella metafora che si fa ascolto. "qui siamo al punto/come di una cena quasi finita:/quel fiore tema o fuori stagione/che è piatto dei poveri e si fa/con avanzi intatti di quiete" (2003).
Bevilacqua, ovvero la sua poesia, non è incasellabile. In realtà non è una poesia che proviene da una scuola ma se si conosce con professionalità il quadro delle recenti poetiche non si può non sostenere che quella di Bevilacqua è una poesia riferimento proprio per le caratteristiche più volte analizzate. C'è un altro particolare importante. Bevilacqua non ci offre una visione astratta delle cose: "…un silenzio che scendeva come un sudore", (2003). E' un vissuto il suo dettato poetico che però è circondato da una supremazia onirica che dà al verso non solo un sentire contemplante ma addirittura una visone profetica della parola. ("Il sapere non è che una grafia/con cui ciascuno nasconde ciò che sa", 2002).
Si pensi agli ultimi quattro versi della poesia dal titolo "Il viaggio della rosa": "Gli anni non trascorsero per noi,/fummo noi i loro inverni e primavere/noi stratagemmi del loro terrore/di raggiungere infine l'infinito", (2002). Ma è sempre il tempo che recita in questo verseggiare la vita ascoltando i segni che giungono dai profondi e armonici labirinti che sono dentro di noi. C'è quel tempo proustiano che non è mai un tempo perso ma un tempo che si àncora alla nostra terra, al nostro territorio interiore, al nostro essere nell'Esser-ci.
Straordinari i versi di "L'ultimo congedo del dio subalterno": "…E adesso vi lascio e vorrei mettere la data/ma non ricordo che giorno sia/non ricordo più il tempo - credete-/non riesco/più a vedermelo alle spalle il tempo/…perdonatemi questa inezia,/l'importante è che io vi abbia amato,/vero? O che almeno vi abbia conosciuti,/spero, almeno una volta: rispondetemi al riguardo/rassicuratemi", ancora 2002. Un congedo che recupera i frammenti di una memoria nel disegno di una appartenenza in cui la poesia è dimensione del sublime.
La poesia che evoca è nel tratto di quel sublime che incornicia i ritagli di una vita. In queste "piccole questioni di eternità" ci sono, appunto, i ritagli di una vita che vengono recitato disperdendo nel vento dell'attesa l'oblio. Ma l'oblio è una componente della poesia che interviene nel momento in cui la riflessione si fa malinconia.
C'è un intermezzo nella poesia prima citata che è di una forza esistenziale ed evocativa imponente: "il mio esilio è ovunque/in me più che altrove". Esilio come distacco o come lontananza o come separazione da un qualcosa che, comunque, ritorna in questo esilio in una geografia della solitudine. Una geografia che si è definita nella nostalgia.
Ed è qui si racchiude il senso di una poetica. Il diario di un poeta che ha annotato un ondulare di immagini - vento e di tempo - labirinto. La sapienza della memoria è un gioco indefinibile e indefinito e proprio per questo "il gioco non è mai/nemmeno cominciato" (da "La proiezione"). Ecco, dunque, perché è un poeta - tracciato, ovvero un poeta riferimento, ovvero un poeta stile. In questo tracciato le voci del destino sono voci che giungono da lontano. La madre, il padre, una città. Una storia che si libera nel linguaggio. un linguaggio che si racconta nella solitudine.
Già, la solitudine. "vorrei come te/spegnermi per non consumarmi" (2003). Quell'anarchico cristiano che si cerca nella solitudine ha voci di alchimie che disegnano immagini. "- muori, tu che lo puoi,/muori almeno una volta,/per noi, Cristo, in allegria/…così sia:/un po' di paradiso/va promesso anche a chi/ti supplica col suo riso" (2003). Provengono da profezie e da lontananze mai consumate del tutto. Ma è proprio vero che "è così che muoiono/le cose nascoste ai saggi e rivelate ai bambini" (2003). Una poesia che sa farsi profezia nelle stagioni di laceranti attese. Alberto Bevilacqua ha ricucito le attese in quella "storia di me, cannibale e madre" (2003). Legame di sangue come per dire che ci sono sempre questioni di eternità. 
Discutendo dei miei romanzi “Quando fiorisco i rovi” e poi de “La bicicletta di mio padre” mi disse: “La tua Marika, tuo padre, le tue  partenze, Claretta, i Giuda che incontri lungo la strada…Sono sempre questione di eternità”.

Il mio libro su Alberto  verrà pubblicato. Ma è triste sapere che non c’è più.

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