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giovedì 12 settembre 2013

Quel 12 settembre del 1943. La liberazione di Mussolini con un fascismo finito tra i fascisti in attesa

È da anni che rileggo pagine inedite di Francesco Grisi. Pagine spiegazzate, appunti non finiti, “cartigli”, come avrebbe detto D’Annunzio, che avrebbero dovuto formare un nuovo libro. In fondo Francesco lavorava attraverso i diversi appunti che annotava durante le sue giornate. Ricordo che alla fine di ogni convegno aveva sempre le tasche de pantalone o della giacca ricche di foglietti. Su questi foglietti accenni di racconti, disegni, poesie. In più occasioni mi diceva: “Leggi, se ci sono cose che possono essere utili improvvisa. Se invece è tutto banale rendilo necessario”. La sua ironia toccava sempre punti strategici del suo pensiero.
Certo, io mi sono confrontato spesso con Francesco. I suoi inediti, che studio continuamente cercando di capire e catturando sempre di più il suo pensare, sono tuttora una ricchezza di idee, di letteratura, di storia. Come questo appunto che potrebbe essere una bozza di racconto o soltanto delle parole che lasciano a metà un discorso. Ma Grisi scriveva e parlava come se ogni espressione dovesse restare incompiuta. Il racconto mi diceva ha un senso se tocca l’incompiutezza. Questa pagina è dedicata alla liberazione di Mussolini dal Gran Sasso il 12 settembre del 1943. E’ stata scritta nel maggio del 1997, dopo aver presentato il mio libro su Claretta Petacci e Benito Mussolini, una prima edizione in formato tascabile. Ci trovavamo a Cosenza. Parlò a lungo della liberazione di Mussolini e della figura di Rachele, la moglie. Il giorno successivo mi consegnò la pagina che qui propongo.Completamente inedita.

Pierfranco Bruni
***



di Francesco Grisi


Appresi della liberazione di Mussolini quasi nella nottata del 12 settembre. Forse era addirittura l’alba successiva. 12 settembre 1943. Ero un ragazzetto. Probabile che allora non ebbi modo di capire subito l’importanza di quell’impresa. Di non capirla completamente. Ma avevo cognizione di cosa era accaduto ma anche di cosa stava per accadere.
Vissi, attraverso mio padre, tutto l’accaduto a partire dalla notte del Gran Consiglio e dell’arresto di Mussolini. Ma mi colpì l’azione della liberazione. Non poteva essere un gesto improvvisato. E non lo era. Studiato nei minimi particolari.
La Germania ancora, in quei mesi, pensava di poter riequilibrare le sorti del conflitto e di guidare il destino della storia. Ma il fascismo era finito in quella notte di luglio dove tutti fuggivano e tutti negavano.
Cosa avrebbe potuto ricucire la presenza del Duce? Quale ruolo avrebbe dovuto avere? La costituzione della Repubblica Sociale di Salò era inquieta tragedia nella grande tragedia della storia. Ma i fatti hanno avuto altre avventure. Mi sono chiesto più volte: se non ci fosse stata la liberazione di Mussolini cosa sarebbe accaduto? L’Italia si sarebbe spaccata in due?
Il fascismo era crollato per volontà dei fascisti ma i fascisti, nonostante la fine del fascismo, c’erano ancora. Non deve sembrare stravagante questo mio pensare. È una verità storica. Salò non si sarebbe potuta reggere senza i fascisti che si illudevano di restituire il fascismo agli italiani.
Mussolini capiva benissimo tutto ciò. Il suo viso triste, la sua malinconia. Gli occhi a finestra mentre osservava le macerie erano la coscienza di un uomo impotente. Impotente davanti ai misfatti. Eppure doveva recitare sino alla fine il suo ruolo. Lo ha recitato. Come nel discorso di Milano. A Verona facendo processare gli eretici del fascismo compreso Galeazzo. Ha recitato la sua parte anche con Claretta Petacci.
Non so realmente che ruolo abbia avuto Claretta. Chiedetelo al mio fraterno amico Pierfranco che si è tuffato a studiare la figura di Claretta tanto da innamorarsi. Quando ci si innamora tutto può essere giustificato ma tutto può avere un confronto particolare con gli specchi.
Proprio in quei giorni credo che fu Rachele ad avere un ruolo. Lo ebbe durante il processo a Galeazzo Ciano. Si era nel 1944. Ma ciò che non mi convince e mi lascia delle ombre di ricordi di quel tempo, di quegli anni, è ancora il fatto della liberazione di Mussolini. Allo stesso Mussolini non furono chiare alcune dinamiche se egli stesso ebbe a scrivere nella sua: “Storia di un anno. Il tempo del bastone e della carota”, Milano, Mondadori, 1944. Così, stralciando alcuni pensieri, si comprende la posizione del Duce:


Racconti di fughe e liberazioni, drammatiche, romantiche, talvolta fantastiche, si possono trovare nella storia, ad ogni epoca e per ogni popolo, ma la mia fuga dalla prigione del Gran Sasso anche oggi appare come la più audace, la più romantica di tutte e, nello stesso tempo, la più moderna come metodo e stile”.
Una fuga romantica? Una fuga con stile? Anche quella fuga si addice al personaggio dannunziano qual era, appunto, il Duce. Sembrava scolpito da un D’Annunzio audace ed efficace.
Soltanto qualche giorno dopo si comincia una nuova storia. Perché nuova? Perché gli italiani erano convinti che la guerra sarebbe finita con il crollo del fascismo. Così non è stato. Il 12 settembre si riapre una triste stagione. Imprevedibile. Imprevista per gli stessi angloamericani. Ma non per Hitler.
Mussolini viene rimesso al comando di un fascismo fantasma. Di un fascismo che aveva perso i fascisti di un tempo e cercava di attrezzarsi con i fascisti rimasti. Forse quelli più fedeli. Forse quelli che hanno preferito morire con la camicia nera. Ma questa è un’altra storia.
Il 12 settembre è una data che riapre un conflitto che si pensava chiuso.
Rimangono impresse le parole di Mussolini pronunciate da Radio Monaco il 18 settembre: “… Dopo un lungo silenzio ecco che nuovamente vi giunge la mia voce, e sono certo che la riconoscerete…”.
Appena quattro giorni dalla liberazione e il fascismo diventa la Repubblica Socialedi Salò.

(a cura di Pierfranco Bruni)

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