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lunedì 7 ottobre 2013

Il popolo Armeno. Una etnia cristiana che si racconta

di Pierfranco Bruni 

La cultura armena dopo essere entrata nell’immaginario delle contaminazioni e dopo aver creato, in tempi recenti, un processo dialettico partendo da un testo di letteratura come quello di Antonia Arslam (“La masseria delle allodole”) costituisce non solo una chiave di lettura per approfondire l’articolata tematica del genocidio armeno del primissimo Novecento ma definisce un rapporto tra la storia Turca – Armena o la storia Armena nella storia Ottomana e l’Occidente. Non si può comprendere l’eredità armena, è stato il primo popolo e la prima civiltà – identità cristiana, non solo al di fuori della Turchia ma anche al di fuori di una interpretazione che debba sempre più coinvolgere nel confronto internazionale la Nazione Turca e la cultura armena su una visione che è quella etnica.

L’etnia ha una suo valore fondante e lo ha proprio sul piano di una appartenenza non solo territoriale ma culturale. D’altronde intorno alla tragedia del 1915, l’eccidio dimenticato (spesso l’Occidente dimentica ciò che avviene all’interno di quei Paesi  con i quali si intrattengono rapporti non solo istituzionali ma di “buon vicinato” sia storico che economico), si è sviluppata una letteratura che ha finalmente il coraggio di raccontare una tragedia consumatasi proprio su una tensione etnica che richiama valenze non solo ideologiche e nazionaliste ma antropologiche. La lettura di Antonia Arslam è di una drammaticità tremenda ma, il pregio della scrittrice è di rendere la storia comprensibile oltre i limiti della cronaca e del fatto in sé.
La letteratura, in fondo, ha questo merito, ovvero quello di stabilire un attraversamento della cronaca e di effettuare un trasporto meta-simbolico degli avvenimenti e l’accaduto pur mai sbriciolandosi si trasmette attraverso una griglia di emozioni – simboli. Proprio in una dimensione “narratologica” si impone un altro racconto che è quello di Fethiye çetin in “Heranush mia nonna” (Alet). L’autrice è una donna turca che ha avuto la forza e il coraggio di rivendicare le sue origini armene. Non è stato facile perché in Turchia considerarsi armeni e rivendicare questa appartenenza può significale un sigillo di infamia.
Attraverso la presenza della nonna Fethiye, nata nel 1950 a Maden, combatte la battaglia che è quella della rivendicazione di una dignità armena. Apprende di essere la nipote di una deportata del genocidio del 1915 e da questa consapevolezza il suo essere armeno diventa un riferimento di vita. La sua vita viene segnata dal colpo di stato del 12 settembre 1980 che lacera tutta la Turchia.Per difendere le sue idee e la sua appartenenza viene arrestata e trascorre tre anni in un carcere ad Ankara. La sua vita e la sua attività di avvocato è completamente rivolta alla causa dei diritti di tutte le minoranze. È stato l’avvocato difensore di Hrant Dink. Dink era il direttore della testata “Agos”. Un giornale pubblicato in lingua turca e armena proprio per favorire l’integrazione tra i turchi e gli armeni. Ma nel gennaio del 2007 viene assassinato a Istanbul perché accusato di trasgredire e insultare l’identità nazionale turca.
Nel suo libro non si rivendica soltanto una identità storica ma anche linguistica e religiosa. Raccontando, con le parole della nonna, si dà voce non solo alla comprensione di un destino ma al grido di un popolo proprio nel nome di una tradizione.
Il grido della nonna è semplice ma preciso: “Io non sono turca, io sono armena (…) Un giorno sono venuti i gendarmi, e hanno ucciso gli uomini, li hanno sgozzati e gettati nel fiume. Noi donne con i bambini ci hanno mandati in esilio”.
Voci e destini. Una tragedia non conosciuta abbastanza. Una minoranza che ha tutto il diritto di essere tutelata non soltanto per difendere e non disperdere un patrimonio che è quello linguistico ed etno – antrpologico ma per non smettere di conoscere cosa è stata la Turchia e quali sono ancora le sue contraddizioni.
Il popolo armeno nel vissuto delle sue diaspore è una realtà storica che ha una ragione etnica palpitante che passa attraverso una eredità profondamente religiosa.

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