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martedì 15 ottobre 2013

Serenità e grazia nella poesia cavalleresca



"Le donne, i cavalier, l’arme, gli amori,
le cortesie, l’audaci imprese io canto,
che furo al tempo che passaro i Mori
d’Africa il mare, e in Francia nocquer tanto"…


L’incipit del poema “Orlando Furioso”,non è solo versi, ma musica che attrae lo spirito,armonia che solletica l’animo, serenità che conquista il cuore,fantasia che trasporta il corpo.Ludovico Ariosto (1474-1533), definito da Vittorio Alfieri, in un celebre sonetto delle sue Rime, come l’”italo Omero”, è indubbiamente uno tra i più geniali e più fantasiosi poeti della letteratura italiana. Il suo poema cavalleresco, Orlando Furioso, è un’opera davvero mirabile, prodigiosa, che si snoda attraverso un coacervo innumerevole di episodi, personaggi, novelle ed eroi, in un vero e proprio groviglio inestricabile di duelli, apparizioni, amori, magie, battaglie, fughe, incantesimi, viaggi e pazzie che solo l’abilità geniale dell’Ariosto riusciva a districare,
quasi che il sommo poeta emiliano fosse una sorta di invisibile burattinaio che muoveva a proprio piacere gl’intricati fili del suo tumultuoso groviglio di personaggi impegnati nelle più svariate avventure.Leggendo e rileggendo il Furioso, balzano subito all’occhio due qualità preminenti di questo grande vate padano: la fantasia e l’ingegno. La fantasia l’Ariosto l’ebbe fertilissima, ridondante, capace di fargli intravvedere nel balenìo di un attimo mille scene diverse, mille personaggi in lotta tra loro, mille diversi scenari ora idilliaci e ora incantati, mille orribili mostri e mille audaci cavalieri dalle bizzarre e stravaganti armature luccicanti sotto i raggi del sole.E la fantasia, in Ariosto, è creatività pura, pura facoltà immaginativa che lo conduce a perdersi in mille luoghi diversi, dalla Francia all’Egitto, dalla Spagna alla Scozia, dall’Ungheria a Gibilterra, dalla Cambogia all’Arabia, seguendo le vicende burrascose dei suoi favolosi personaggi sempre in lotta, sempre in viaggio, sempre in fuga, sempre in movimento…Ma l’Ariosto è anche poeta di grande ingegno, sublime inventore di trame e novelle, arzigogolato creatore di colpi di scena, e di ingegno ne occorre veramente tanto per scrivere un poema come il Furioso, dove l’azione non ruota solamente attorno ad un unico personaggio (come asseriva invece un altro letterato della Ferrara cinquecentesca, il Giraldi Cinzio, il quale scrisse il suo poema mitologico, dal titolo Ercole, proprio facendo il contrario di quanto aveva fatto l’Ariosto e incentrandolo tutto sul personaggio principale). L’abilità prodigiosa dell’Ariosto, il suo brillante ingegno di poeta narrativo, sta proprio in questa sua capacità di tirare abilmente le fila di tanti personaggi e di tante intricate vicende, riuscendo ad equilibrare il tutto con tanto buon senso e con una grandissima capacità di concedere il giusto spazio ora a questo, ora a quel personaggio, senza tralasciarne nessuno e senza dare più importanza all’uno rispetto all’altro, come giustamente conviene al perfetto e armonioso equilibrio del poema. Si sente che l’”italo Omero” vive con i suoi personaggi, cavalca al loro fianco, partecipa idealmente e sentimentalmente alle loro strabilianti avventure.
Ma è una vita tutta interiore, vissuta nelle profondità dello spirito, senza mia eccedere nelle manie o nelle eccentricità proprie, per esempio, di un poeta come il Tasso.L’Ariosto, anche se narra di imprese cavalleresche contro mostri e giganti, anche se descrive battaglie tra eserciti sterminati, anche se viaggia, con la fantasia, dall’Africa all’Asia e dalla Terra alla Luna, è pur sempre un poeta morigerato ed equilibrato, con i piedi ben piantati per terra, molto attento alla realtà e calato profondamente nella quotidianità del vivere. Sul poema dell’Ariosto aleggiano una serenità e una giocondità che nel poema tassiano sono semplicemente inesistenti: la Liberata riflette perfettamente il caos, la cupezza e la smania che dominarono la vita interiore del Tasso, mentre il Furioso esprime tutto il pacato equilibrio interiore e l’intima serenità che furono proprie dell’uomo-Ariosto.A ben guardare, la vera materia umana e poetica sulla quale lavora l’Ariosto non è tanto quella cavalleresca medievale, sostanzialmente incapace di fare presa nella coscienza dell’uomo del Rinascimento, ma, piuttosto, quella moderna concezione della vita e dell’uomo che si ritrova in ogni canto del poema. Sembra quasi che l’”italo Omero” voglia esplorare un mondo nuovo, alzare le vele e salpare verso lidi ignoti, per nulla timoroso del soprannaturale e dei limiti imposti all’uomo dalla Natura e, al contrario, totalmente fiducioso nelle forze e nelle capacità creative dell’essere umano. Una concezione, questa, che sta alla base di tutta la filosofia esistenziale dell’Ariosto, il quale fu in tutto e per tutto un uomo del primo Cinquecento, pieno di fiducia nei confronti dell’uomo e della Natura, capace di navigare con una sensibilità nuova il vasto oceano della Poesia mostrandosi in ciò assai simile al grande Cristoforo Colombo, navigante intrepido verso mari sconosciuti e scopritore di nuovi mondi. L’Orlando Furioso, lo si evince chiaramente, è opera di un poeta sereno e pacato, dotato di un grande equilibrio interiore, arguto e bonario, che guarda alla vita con ironia, che non fa mai il passo più lungo della gamba, che persegue gli ideali dell’otium letterario e della quiete domestica con intima pervicacia, senza combattere contro invincibili mulini a vento e facendo della poesia il suo tesoro più segreto e prezioso. E i suoi personaggi, per riflesso, risentono pienamente di questa sua visione placida e serena dell’esistenza: essi vivono, agiscono e muoiono illuminati da un orizzonte sereno, sfolgorante di luce vivida e gioiosa, corroborati da un’intima armonia che è poi armonia delle creature con il mondo interoTutto questo fa del poema ariostesco il “poema” per eccellenza del Rinascimento non solo italiano, ma, addirittura, europeo, tanto è vero che fu più volte imitato da altri anche sommi poeti (un esempio per tutti: lo spagnolo Lope de Vega con il suo alquanto scialbo La bellezza di Angelica) ma che, ad essere davvero sinceri, nessuno di essi riuscì neppure lontanamente ad eguagliare.
E infatti, non a caso, il Furioso è assurto ad emblema di quel primo Rinascimento solare, gioioso, sensuale, godereccio, libertario, spontaneo, ottimista e fiducioso, che non sarà più tale nella seconda parte del secolo, lacerata e traumatizzata dalla Riforma protestante, da eventi agghiaccianti come il Sacco di Roma, dal clima di fosca oppressione e di soffocante timore degli anni bui della Controriforma.Quindi, nel definire l’Ariosto come l’”italo Omero”, il grande Vittorio Alfieri, seppe vedere a fondo nella complessità dell’uomo Ariosto e della sua inesauribile ispirazione, che diede vita al più celebre e al più sublime poema del Rinascimento europeo, tanto che il lirico omaggio tributatogli nel celebre sonetto LX delle sue Rime (ispiratogli in occasione di una visita alla tomba ariostea, a Ferrara) è davvero più che appropriato:
                                   Oh gloriosa invero ombra felice,
                                   che giaci infra sì nobile corteggio
                                   nella beata tua terra nutrice!
                                   Qual già fosse il tuo nome, omai nol chieggio:
                                   Fama con tromba d’oro a tutti il dice:
                                   L’italo Omero entro quest’urna ha seggio!

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