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martedì 5 maggio 2015

"750 anni" dalla nascita di Dante Alighieri; un piccolo omaggio alla SUA modernità!

Di  Maria BEATRICE Maranò

Sono cominciate ieri le celebrazioni per i "750 anni" dalla nascita di Dante Alighieri, individuabile  tra la fine di maggio e gli inizi di giugno del 1265 a Firenze. Infiniti sono i parallelismi tracciabili tra Dante e gli autori contemporanei;  per il mio temperamento e, nel ricordo sempre vivo di una persona a me cara ( nata proprio nella prima decade di giugno), mi verrebbe spontaneo trovare argomentazioni, in merito al  tema della modernità dantesca, nel Canto V dell'inferno, ma è un canto talmente studiato e talmente noto che l'effluvio letterario in materia  ha lasciato e lascia  pochi spazi ad analisi originali. E così proverò a tracciare un parallelismo  tra il XIX canto dell'inferno e un saggio di Leonardo Sciascia.

In medias res, siamo nel 1294 quando ebbe luogo l'elezione al soglio pontificio di Bonifacio VIII, che, nella Bolla  " Unam Sanctam", inviata  a Filippo V detto il Bello, ripropone la teoria della superiorità del papato sull'impero:
"... Ecco qui due spade, la prima del clero, la seconda nelle mani dei re e dei cavalieri ( ....) , è necessario che una spada dipenda dall'altra e che l'autorità temporale sia soggetta a quella spirituale" Il sogno teocratico di Bonifacio era "sognato" sull'orlo di un abisso, o la Chiesa si
allontanava dal burrone, oppure piombava giù, senza più risalire: così accadde! L'origine della corruzione della Chiesa era da  identificarsi nel "Constitutum Constantini" che, solo nell'umanesimo, verrà riconosciuto falso; in seguito, la corruzione ebbe una grande diffusione nel periodo della lotta per le investiture, quando tra i Papi imperversò nicolaismo e simonia. Contro quest' ultima categoria di Papi  ed in particolare contro Bonifacio VIII, si schiera Dante nel  XIX canto dell'inferno, con un tono notevolmente polemico, come in pochi canti aveva fatto. Il nicolaismo era la pratica diffusa del concubinato, che, secondo i fautori della riforma, distoglieva i preti dai loro doveri e accentuava in loro la predisposizione alla simonia.   
La simonia prendeva il nome, come diceva lo stesso Dante, dal mago Simone il quale come narra S. Giovanni, negli  "Atti degli Apostoli", aveva cercato di acquistare da S.Paolo il diritto di comunicare,
con l'imposizione delle mani, lo Spirito Santo ai fedeli. La pena assegnata a questi Papi è originale e terribile insieme. Sono infatti costretti ad essere a testa in giù in una buca, con i piedi " solleticati" da una fiamma, nell'attesa che arrivi un altro Papa che, conficcato nella buca, costringerà il precedente ad andare più giù e ad essere eternamente sepolto. Il contrappasso è chiaro, come questi Papi che,  caratterizzarono tutto un periodo, furono attaccati ai beni materiali, così ora sono destinati ad avere per sempre, la testa, prima e poi, gradatamente all'arrivo di un altro Papa, anche tutto il corpo conficcato nel suolo; come cercarono di acquistare con il denaro la facoltà di comunicare lo Spirito Santo, sigillo divino con la sua feconda e perenne presenza sulla Chiesa, così ora la
fiamma, (in questo modo, nel Medioevo, era rappresentato lo Spirito Santo), solletica la pianta dei loro piedi. La condanna a Bonifacio è condotta attraverso un espediente, infatti, quando Dante immagina di giungere nell'infermo , la buca " ospitava" Nicolo III : quest'ultimo scambia Dante
per il maggior rappresentante della famiglia dei Caetani che nel 1300, con il nome di Bonifacio VIII, era salito sul trono pontificio,  rivolgendogli parole molto aspre " ....Se tu già costì ritto,/ se' tu già costì ritto Bonifazio ? Di parecchi anni mi mentì lo scritto...", la cui ripetizione di una stessa frase ha lo scopo di ironizzare sul destino che aspetta, l'ultimo grande Papa teocratico. Lo spunto aspramente polemico di Dante sulla corruzione della Chiesa si era già manifestato in altre opere. Nel "De Monarchia" egli, infatti, aveva rappresentato la teoria dei due "soli", il papato, e l'impero, entrambi potenti ma con sfere d'influenza diverse, rispondendo così alla teoria espressa nel "Sicut universitatis conditor" di Innocenzo III. Lotario dei conti dei Segni, diventato Papa, con il nome di Innocenzo III, appunto,  in quella lettera affermava che Dio era stato il creatore del sole e della luna, rappresentanti il papato e l'impero, con evidente riferimento all'inferiorità dell'impero rispetto al papato. Non
dobbiamo comunque dimenticare che sotto le vesti del  Dante sommo poeta, c'è un uomo che ha sempre caldamente sostenuto l'impero: quindi i Papi simoniaci, sono in errore non solo perché si sono ribellati a Dio, non adeguandosi al vero ruolo che un pontefice deve avere ma anche e soprattutto, perché hanno ostacolato l'azione dell'impero, l'unico vero grande istituto universalistico.
Dopo Dante molti altri autori hanno trattato questa tema. Manzoni (corre l'obbligo oggi cinque maggio di menzionarlo), nei suoi Promessi Sposi, presenta un cristianesimo rigoroso, con un senso vigile del dramma singolo, della redenzione, che di continuo si rinnova nel profondo di ogni uomo e sdegnoso di ogni contaminazione della Chiesa e dei religiosi, con le cure e le ambizioni terrene. Un Dio,  quello di Renzo e Lucia, Provvidenza, misericordioso rispetto a quello inflessibile e vendicativo degli Inni Sacri.  Quest'argomento verrà anche affrontato da Sciascia in " Dalla parte degli infedeli" che inaugura la collana della casa editrice Sellerio intitolata " La memoria ".
Il protagonista del breve ma intenso saggio è Angelo Ficarra, vescovo della diocesi di Patti in Sicilia che ha il grande torto di non aver aiutato i democristiani nelle prime elezioni siciliane del dopoguerra. Con un' inquisizione epistolare (quasi un piccolo processo di staliniana memoria)  la sede pontificia (in persona della Sacra Congregazione Concistoriale presieduta dal cardinale Adeodato Giovanni Piazza),  cerca di corromperlo, ma da vero cristiano egli non si arrende, continua a lottare e al Papa non resta altro che nominarlo arcivescovo di Leontopoli e confinarlo in Egitto, " in partibus infidelium" appunto. "Ma, dalla parte degli infedeli, non nominalmente , ma a tutti gli effetti monsignor Ficarra c'era già stato", dalla parte di coloro, che soffrono,  credono e pregano cristianamente, nonostante la spaventosa macchina del potere che, "macina come il grano", fede , speranza e dignità umana. L'autore siciliano conclude:
" Saremmo maliziosi a sospettare una certa malizia nella nomina di monsignor Ficarra ad arcivescovo di Leontopoli ?". Come sempre in Sciascia, una storia realmente accaduta ( anche in Dante l'ispirazione era tratta da eventi storici),  viene attraversata, da una luce che permette di riconoscere con nettezza dettagli significativi e trasforma il tutto in un apologo per dirci sulla Sicilia ( che sempre Italia è), e sulle sue oscurità (italiane anch'esse), qualcosa che invano cercheremmo altrove. Sciascia si è imbattuto, per quella "casualità ", in cui alla fine riconosciamo " il solo "ordine possibile", in una vicenda - realmente accaduta ad un vescovo,
vicenda che sembrava riproporre ( come spesso accade ai " grandi" ) qualcosa di molto affine al giro di pensieri che l'autore siciliano era andato a lungo maturando.  Comunque siano andate le cose e qualunque sia stata la causa della rimozione di Monsignor Angelo Ficarra dalla cattedra episcopale
di Patti, l'epigrafe scelta da Leonardo Sciascia come ouverture del suo Dalle parti degli infedeli dà un giudizio netto su quel gesto, amaro e doloroso per un uomo nel quale tanti che lo hanno conosciuto hanno intravisto, nei gesti e nella vita, l'Imago Christi:"Il servo non sa quel che fa il suo padrone, poiché questi gli dice soltanto dell'azione, non del fine da raggiungere, e perciò vi si assoggetta servilmente e spesso peccando contro il fine. Ma Gesù Cristo ci ha insegnato il fine. E voi lo distruggete". Tra Dante e Sciascia un' osmosi politica non si può rinvenire, per motivi scontati: Dante è un uomo del Medioevo (un monarchico nel senso inteso per i suoi tempi),  Sciascia ( militante inizialmente nelle fila del P.C.I. rifiuterà le forme di estremismo, e si rifugerà nel Partito Radicale) appartiene alla società contemporanea; Ma una continuità di valori e ideali è palese anche per un lettore poco attento. Entrambi come un faro accecante ci indicano un camino, poco incline a vuoti  formalismi, non necessariamente religioso ma incentrato sull'attenzione alla concretezza della autenticità e alla interiorità dello spirito. Un invito quello di entrambi a fare tutti della nostra vita un ruscello che "scaturito limpido dalla sorgente" , di qualunque genere siano gli affluenti che si riversano sul " letto " che ci è dato di percorrere..."si getti limpido  nel fiume" !

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