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venerdì 21 febbraio 2014

L’azione e la poesia del D’Annunzio che segna il Novecento di Pierfranco Bruni e Neria De Giovanni.

Marilena Cavallo, Neria De Giovanni, 
Gerardo Picardo, Pierfranco Bruni

 Un percorrere le vie dell’incanto e della guerra in “Io ho quel che ho donato”

di Marilena Cavallo

Qual è il punto di contatto tra il Gabriele D’Annunzio del “mito” dell’interventismo e il D’Annunzio de “La pioggia nel pineto”? C’è un filo che si stende, si riavvolge e si intreccia tanto da formare una vera e propria ragnatela nella metafora dell’uomo che ha tanto vissuto e troppo amato.
Tra le due stagioni si avverte il panico senso della metafora che da contemplazione diventa azione. L’amore contemplato di Ermione è nel simbolico ed emozionante vissuto di un’esistenza giocata nella capacità del rischio e nel coraggio delle scelte di un amore sempre inseguito, sempre travagliato, sempre tratteggiato da Barbara Leoni al grande amore per Eleonora Duse, che trova il suo dolore ma anche la sua ambiguità nel romanzo chiave che è “Il fuoco” che è proprio del 1900.

L’azione e la guerra che lo vedono protagonista, da Fiume al “testamento” de “La Carta del Carnaro” attraversando la Grande Guerra sino alle soglie del Fascismo, fanno della sua letteratura un poema che è proprio raccontato con una frase che resta un inciso non solo nel marmo ma nella coscienza del Novecento letterario e storico: “Io ho quel che ho donato”.
Recuperando questa frase “sibillina”, ma anche molto precisa conoscendo la vita e l’opera di D’Annunzio, Pierfranco Bruni e Neria De Giovanni scrivono e pubblicano un libro, chiarificatore sia in termini di proposte tematiche sia sul piano caratterizzante in riferimento a delle scelte e a delle proposte dannunziane, dal titolo, appunto: “Io ho quel che ho donato” (Editrice Nemapress), con il contributo di critici letterari appartenenti all’Associazione Internazionale dei Critici Letterari, il quale sarà presentato il prossimo 3 marzo a Taranto.
Infatti oltre alle due parti centrali dedicate a “Il tragico in D’Annunzio” di Pierfranco Bruni e “D’Annunzio, perché il ‘Verso è tutto’” di Neria De Giovanni, il lavoro si arricchisce di brevi scritti di Arjan Th. Kallço su “Contributi sul poeta Gabriele D’Annunzio in Albania”, di Valentina Piredda su “Corpi dannunziani in Austria. Esempi d’arte”, di Emanuela Forgetta su “D’Annunzio in Catalogna”, di André Ughetto su “Gabriele D’Annunzio, français de coeur” (scritto completamente in lingua francese), di Stefan Damian su “Gabriele D’Annunzio in romeno”, di Andrea Guiati su “Gabriele D’Annunzio in America”.
Si tratta di un libro importante, composito e proiettato verso un dibattito che si apre ad una prospettiva non solo di contestualizzazione storico – letteraria ma anche estetica e critica oltre alcune “forme accademiche” come ribadiscono gli stessi autori. Il lavoro di Pierfranco Bruni e Neria De Giovanni, il libro porta in copertina un dipinto di Romaine Brooks, che si trova al Museo Nazionale d’arte moderna “Georges Pompidou” di Parigi, dal titolo: “Gabriele D’annunzio le poéte ex exil”, datato 1912, ha una sua modernità “straziante”.
Nel tragico di Bruni c’è l’estetica ma anche il sublime dell’alchimia con una chiave di lettura, come è consona ormai in Bruni, che è quella di raccordare la letteratura al mistero e in questo caso all’alchimia. Tanto che legge D’Annunzio attraverso gli strumenti dei simboli sciamani: soprattutto negli ultimi capitoli.
Nel senso poetico della De Giovanni c’è il recupero tout court del sensibile linguaggio ad una poesia che trova nelle Laudi il principio portante di una poesia tutta nuova ben radicata nella contemporaneità. In Pierfranco Bruni l’interpretazione vitale di un Oriente magico convive con la poesia di D’Annunzio. In  Neria De Giovanni il “colloquiare” tra D’Annunzio e Ungaretti resta centrale, anche per una comprensione di ciò che sarà tutta la poesia italiana a partire dall’Ermetismo in poi.
Comunque, attraversando le pagine di Bruni e della De Giovanni non c’è soltanto un D’Annunzio ripreso e riletto completamente grazie ad una sintesi necessaria propria all’interno della critica letteraria, c’è anche l’essere scrittore e l’essere critico letterario (Bruni e De Giovanni insieme e separati) che si confrontano con il Vate.
Non compiono un’operazione letteraria soltanto. Ma Pierfranco Bruni e Neria De Giovanni “usano” D’Annunzio, e lo fanno conoscendolo in tutti i particolari, per raccontare stagioni di letteratura e per porre all’attenzione il ruolo dello scrittore nel nostro tempo. Proprio per questo sottolineano la necessità e il bisogno di leggere D’Annunzio con gli strumenti della contemporaneità. Un libro intrigante che fa discutere.

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