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domenica 9 febbraio 2014

L’illusione o la frode del ’68:considerazioni di chi non lo ha mai amato


Sono passati quarantacinque anni dal maggio del 1968: il “maggio francese”,cantato da De Andre', i giorni degli scontri di piazza a Parigi divenuti emblema della ribellione giovanile di quegli anni. Una ribellione che nei principali Paesi europei (Italia compresa) era iniziata alcuni mesi prima; e negli Stati Uniti (da cui spesso nascono le tendenze che segnano le nostre società) già da qualche anno.
Che cosa è stato il “Sessantotto”? Si è trattato davvero di un evento che ha cambiato il volto delle nostre società?Molti libri sono stati scritti su quegli anni. Alcuni, di romantica esaltazione, ritraggono quel periodo nella prospettiva ideologica di chi ne è stato protagonista (emblematico il Formidabili quegli anni, di Mario Capanna). Altri libri (negli ultimi anni) hanno un’impronta più critica, e più aderente alla realtà.Nella metà degli anni ’60, “l’Occidente era la parte più ricca e più libera del mondo. Quasi tutti potevano mangiare tre volte al giorno.
Quasi ovunque c’erano diritto di voto e libertà di espressione. La possibilità di studiare era di gran lunga cresciuta, e anche per i figli degli operai si erano aperte, finalmente, le porte dell’università. Sembra dunque che mai l’uomo fosse stato così bene come in quel periodo, e in quella parte del mondo.Eppure, fu proprio in quel periodo – 1965 o giù di lì – e proprio in quella parte del mondo che fermentò la grande rivolta che sarebbe esplosa poco dopo. Dagli Usa alla Francia, dalla Germania all’Italia, un’intera generazione mostrò di non accontentarsi affatto di quel mondo, “così libero e così ricco”, che i genitori avevano preparato per loro. (...) Nacquero, e dilagarono in tutto l’Occidente, i movimenti dei beat, degli hippies, dei provos e dei “figli dei fiori”. Contestavano l’autorità della famiglia e della scuola, il servizio militare, l’esistenza delle carceri, l’integrazione nel mondo del lavoro”.Rispetto agli altri Paesi, però, “solo in Italia il Sessantotto durò dieci anni, fino al settembre del 1977, ed ebbe poi, ancora per molto tempo una tragica appendice con la lotta armata. Il perché di questo record di durata è di difficile comprensione…"I diversi “movimenti” che nacquero nel clima della “contestazione” avevano la matrice comune di una critica al “sistema” sociale, politico, ed economico.Negli Stati Uniti, si saldarono la protesta contro l’escalation della guerra in Vietnam (per la quale c’era la coscrizione obbligatoria) e la lotta per i diritti civili dei neri americani.
Eppure, la lotta per i diritti civili trovava ascolto nell’élite politica, nei presidenti democratici Kennedy e Johnson. Gli stessi presidenti che aumentavano la presenza militare USA nel Vietnam...Più in generale, si era soliti puntare l’indice sulle società occidentali, che si fondavano su valori difesi in maniera – si diceva (non a torto) - ottusa ed ipocrita. Eppure, queste società sembravano divenire insopportabili proprio quando offrivano il massimo del benessere e della libertà...Più che una lotta all’ipocrisia, si ebbe una lotta ai valori stessi, come ci ricordano gli slogan un po’ bislacchi e un po’ folli che echeggiavano in quegli anni:   “Sesso, droga e rock and roll”, “peace and love”, “l’utero è mio e lo gestisco io”, nonché la smania per fare “esperienze” o per tutto ciò che era considerato “alternativo”. Si coltivava l’illusione che la vita sia solo “divertimento”, abbandono ai piaceri immediati; la convinzione ingenua e utopica che basti una canzone, uno slogan o un corteo a cambiare il mondo (senza sapere però in che direzione). Si capovolge l'idea stessa di natura umana e di società, teorizzando che l'uomo sia un coacervo di istinti e passioni, e che sia possibile soddisfarle integralmente.La conseguenza era una lotta contro l’idea di responsabilità, la quale ci ricorda che le nostre azioni hanno conseguenze sulla nostra vita e su quella degli altri, e di queste azioni siamo chiamati a rispondere; l’indulgenza verso i comportamenti antisociali, che dovevano essere sempre affrontati con la “prevenzione” (guai a parlare di “repressione”); il rifiuto delle idee di ‘progetto’ e di ‘significato’ della vita. Così venivano costruite sempre nuove illusioni (fonte inevitabile di delusioni, di cui la colpa era però sempre degli altri, del “sistema”); venivano ricercati in fattori esterni (droghe) quei piaceri che la vita non sapeva regalare.Si afferma l’idea di libertà senza responsabilità, libertà di fare tutto ciò che si vuole, anziché libertà per il bene. Questa idea di libertà si estese alla vita affettiva.  Il femminismo riteneva l’identità femminile una “schiavitù biologica”, da cui emanciparsi imitando i modelli maschili. Si ebbero anche curiosi (e falliti) esperimenti, come le “coppie aperte” o le “comuni”, in cui si condivideva tutto, anche il partner, e la gelosia era bandita come sentimento borghese (nessuna “comune” è durata più di qualche anno...).“Vogliamo tutto e subito”. La lotta era anche contro la consapevolezza che ai diritti si accompagnano i doveri (dovrebbe essere evidente che il mio diritto può essere soddisfatto solo se qualcun altro adempie il corrispondente dovere nei miei confronti, e viceversa).
Il rifiuto dell'ipocrisia divenne rifiuto delle regole, la morale venne confusa col moralismo, scadendo in un anticonformismo di maniera, nella confusa ricerca di uno stile di vita "alternativo".“L’immaginazione al potere”, il salario “variabile indipendente”, il “sei politico” a scuola (o il diciotto all’università). Lotta contro il merito, contro il principio elementare di giustizia per cui ognuno raccoglie i frutti di quello che semina, contro la consapevolezza che una società di superficiali, svogliati e impreparati è una società destinata ad implodere. Senza contare che il merito è l’unica possibilità di riscatto sociale per i figli delle classi meno abbienti. La lotta contro il merito esprime anche il rifiuto della qualità: l’odio per la qualità è figlio dell’odio del sacrificio necessario a raggiungere una meta.“È vietato vietare”. Soprattutto, la lotta di quegli anni era contro l’autorità, contro la tradizione, contro tutte quelle istituzioni che con l’autorità o con l’educazione trasmettono i valori: Stato, Chiesa, scuola, famiglia. Quindi, lo Stato era per definizione “fascista” (tranne quando doveva garantire prestazioni sociali a tutti); la semplice presenza delle forze dell’ordine una “provocazione”. La Chiesa fondata da Cristo doveva essere sostituita dalle “comunità di base”, che riscrivevano ogni giorno fede e liturgie; veniva inventato uno “spirito” del Concilio Vaticano II, che avrebbe voluto novità diverse da quelle effettivamente insegnate; la “morte di Dio” divenne uno slogan di moda tra chi voleva innalzare al suo posto i nuovi idoli mondani, recidendo il legame tra l'uomo e il suo Creatore.La scuola non doveva fare educazione civica, né “nozionismo”, ma doveva essere luogo di “socialità” (come il cortile sotto casa).La famiglia era una “istituzione borghese” da abbattere; i genitori dovevano diventare “amici” dei figli (per di più, amici di quella terribile specie sempre accondiscendente su tutto); la figura del padre, poi, riciclando in maniera insulsa le teorie freudiane, doveva essere “uccisa”.Gli anziani erano "matusa", la loro esperienza inservibile, il giovanilismo divenne la parola d'ordine.Il rifiuto delle istituzioni si estendeva anche al criterio della rappresentanza democratica: tutto doveva essere deciso in interminabili, confuse e inconcludenti assemblee, in cui poi prevaleva l’opinione del più prepotente.Alcune autorità (i famigerati "baroni" universitarî) erano effettivamente bolse e arroganti. Ma la critica non fu all'arroganza, bensì al principio stesso d'autorità. Che cosa resta di quel periodo quarant’anni dopo?Dal punto di vista ideologico, quasi nulla. Questa ricorrenza cade ad un mese dalle elezioni politiche che per la prima volta hanno visto sparire dal Parlamento la sinistra radical-comunista...Però l’influenza di quel clima culturale c’è stata ed è stata importante. Purtroppo, quasi solo in negativo.Tanti lutti, come detto. Tanti giovani che hanno inseguito chimere, rovinando la propria vita. Una politica spendacciona che in quegli anni ha creato uno spaventoso debito pubblico, di cui ancora oggi paghiamo gli interessi (che costituiscono un grave freno allo sviluppo).Soprattutto, sono restate pesanti scorie nella mentalità comune. Non c'è stata la rivoluzione politica, ma c'è stata quella del costume.Da alcune scorie (l’idea che si potesse rinunciare al senso del dovere, al merito, al rispetto dell’autorità) iniziamo solo ora, faticosamente, a disintossicarci. Le donne hanno iniziato a sviluppare un “femminismo” che non sia scontro, che valorizzi la diversità, che cerchi l’uguaglianza delle opportunità e non lo scimmiottamento di modelli maschili.Da altre scorie, invece, fatichiamo a liberarci. L’idea di libertà personale senza responsabilità sembra ancora ben radicata. Magari aggiornata con l’idea che sia possibile plasmare il mondo (la vita stessa - vedi le grandi questioni della bioetica -, l’identità sessuale) a proprio piacimento. Così come resiste l’idea che sia possibile cambiare la realtà manipolando il linguaggio.
Il guaio è che i sessantottini di ieri sono diventati i genitori di oggi, che hanno costruito famiglie disastrate, cresciuto (si fa per dire) i loro figli senza dare punti di riferimento. Ed oggi abbiamo molti giovani che non riescono, da soli, a trovare una strada; né ad unirsi, quando ce n’é davvero bisogno, per una mobilitazione generazionale costruttiva. Forse una delle maggiori colpe del Sessantotto è quella di aver ucciso la speranza dei giovani di poter essere protagonisti con proposte non velleitarie...Infine, come visto, il Sessantotto ha finito per spianare la strada ad un modello di sviluppo sociale ed economico puramente consumista.Una cosa va ricordata: i capi del “movimento” di allora hanno fatto strada, hanno raggiunto i vertici di quelle istituzioni (politiche, economiche, dell’informazione) che contestavano. Idealisti sulla pelle altrui e col culo coperto dai loro signori padri.





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