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martedì 4 febbraio 2014

Sviluppo ed economia come cultura dei mercati, oltre la visione neo illuminista di Gramsci

di Micol Bruni
Antonio Gramsci in  Socialismo e cutura”  (in  Scritti giovanili 1914-1918) Einaudi del 1975 ebbe a scrivere: “[L'Illuminismo], fu una magnifica rivoluzione esso stesso, per la quale, come nota acutamente il De Sanctis nella Storia della letteratura italiana, si era formata in tutta l'Europa come una coscienza unitaria, una internazionale spirituale borghese sensibile in ogni sua parte ai dolori e alle disgrazie comuni e che era la preparazione migliore per la rivolta sanguinosa poi verificatasi nella Francia”.
Il mito dell’Illuminismo ha posto le premesse non solo dal punto di vista filosofico, ma ha toccato modelli che dovevano rappresentarsi come elementi di sviluppo avanzato in una società profondamente legata a radici contadine, ad un mondo popolare la cui economia toccava il “basso” della “piramide”.
L’Illuminismo ha creato, sostanzialmente, una frattura tra ceti. Ciò che avrebbe dovuto costituire una ragione dell’uguaglianza, nei diritti sanciti dalle carte rivoluzionarie francesi è stata una mera banalità illusoria.
La magnifica rivoluzione di cui parla Gramsci è stata soltanto una esuberanza dell’illusione, perché, sul piano storico, soltanto nel momento in cui si pone freno al concetto rivoluzionario dell’economia, basato sull’uguaglianza, si intravede un processo economico che avrà come punto di riferimento l’evoluzione (la rivoluzione) industriale.
Soprattutto in Italia, ma anche in molti Paesi europei, il legame, tanto decantato da Gramsci, tra sviluppo, cultura e rivoluzione ha creato una involuzione delle economie, relegando proprio il Sud d’Italia a “fetta tagliata o dimezzata” nel sistema degli investimenti e dei ritorni.
Se non ci fosse stata la forza trainante della politica del Regno di Napoli il pensiero illuministico, diventato una applicazione di modelli economici in cui le risorse erano un immaginario ideologico, avrebbe disintegrato quell’economia rurale applicata ai costi e benefici delle risorse territoriali.
Il Sud non aveva una tradizione operaistica, e, nonostante tutto, resiste all’urto di un tentativo di una politica economica che, pur partendo da una visione “socialista”, non ha una equa distribuzione né delle risorse né dei costi stessi. L’arretratezza del Sud  è dovuta anche alla forzata visione operistica – industriale in un momento in cui il Sud traeva le sue energie da una economia rigorosamente contadina.
La cesellatura di Gramsci è il chiaro esempio di come non avesse capito il dato fondamentale del rapporto tra economia, sviluppo e cultura di un territorio. Nello stesso scritto Gramsci annota ancora: “In Italia, in Francia, in Germania si discutevano le stesse cose, le stesse istituzioni, gli stessi principi”.
L’errore sostanziale consiste anche nel fatto di comparare le identità di tre Nazioni, che avevano avuto uno sviluppo completamente differente in una temperie che ha vissuto le sue contestualizzazioni sia politiche che finanziarie. Un conto, ed è ciò che Gramsci non ha ben compreso, è discutere del solo rapporto tra socialismo e cultura, un discorso completamente di altro tenero è porre all’attenzione la questione del socialismo in un confronto con l’economia.
In Gramsci c’era la formazione delle classi marxiste. Il concetto di una economia applicata al liberalismo era ben lontana sia dalla sua visione che da quella dell’Illuminismo applicato a sua volte alle teorie della prassi socialista. Ed è qui il vero inciampo gramsciascino. Non tanto in una disputa culturale e antropologica, ma in una visione dell’economia applicata ad una geo-politica, che trovava i suoi vuoti o le sue esuberanze nei diversi territori.
Gramsci, sul piano di una dialettica economica, non ha mai avuto una sua attualità nonostante se ne sia parlato con molta supponenza. Lo sviluppo e l’economia sono elementi di una cultura dei mercati e non di una letteratura sulle antropologie delle popolazioni.

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