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martedì 9 giugno 2015

ll "MIO" Pier Paolo

di M.Beatrice Maranò
Evento del 07 06 2015

Il sette giugno 2015, in un assolato pomeriggio domenicale, mentre tutti i miei conterranei si godevano il mare, mi sono ritrovata nel cinema Vittoria di Grottaglie, con un gruppo di amici e parenti  a fare cosa ? 
Dopo 38 anni ( il sette giugno del 1977 ) dal sequestro del film Salò, avvenuto su ordine del pretore di Grottaglie dell'epoca, ero nello stesso luogo nel quale, per eseguire il sequestro, fecero irruzione i Carabinieri,   a discettare di un letterato geniale ( così  definì Asor Rosa Pasolini), 40 anni dopo la sua morte, con il dott. Roberto Chiesi,
responsabile Centro Studi,- Archivio Pasolini di Bologna, il prof. Pasquale Voza, professore di letteratura italiana Università di Bari, esperto pasoliniano, l'ex Preside del Liceo Archita di Taranto prof. Tommaso Anzoino che intervistò Pasolini nel 1970, e da quell'intervista pubblicò   un saggio dal titolo "Pasolini", Alfredo Traversa autore dell'"Ultimo Pasolini ( un piccolo saggio con numerosi riferimenti ai collegamenti di Pasolini con la nostra terra ) e regista dello spettacolo teatrale PA, tratto da un'idea di Giuseppe Puppo, studente del liceo Palmieri di Lecce, quando Pasolini, pochi giorni prima della sua morte tenne in quel liceo un discorso, e numerosi testimoni diretti ed indiretti. 

Il provvedimento di sequestro recava le seguenti motivazioni: " Mi sono convinto della particolare oscenità del film e della mancanza in esso di qualunque pregio artistico. In particolare alcune scene, sono improntate alla più ripugnante lascivia e costituiscono l'esaltazione esasperata di forme aberranti di deviazione sessuale". 
ex Preside del Liceo Archita di
 Taranto prof. 
Tommaso Anzoino 
Il 18 giugno 1977 il sostituto procuratore della Corte di appello di Milano, Nicola Cerrato dissequestrò il film dichiarando illegittimo l'intervento del pretore di Grottaglie con quest'altra motivazione: "La manifesta oscenità di alcune sequenze appare riscattata dal carattere artistico dell'opera (...), soprattutto per l'impegno ideologico che lo caratterizza, per la tensione morale che la sostiene, per il contributo culturalmente significativo, anticonformistico, e provocatorio, dato al dibattito, su temi di sentita e scottante attualità, come lo sfruttamento aberrante del sesso nell'attuale società consumistica, la violenza, le abiezioni del potere come eterna espressione di arbitrio e anarchia". 
Quando mi è stato chiesto da Alfredo Traversa di intervenire per lasciare una testimonianza su Pasolini, in occasione di questo importante incontro, presso il cinema Vittoria mi  ha pervaso subito un 'emozione fortissima, per il fascino che su di me  ha sempre esercitato una persona diversa dal coro ….e non per le motivazione banali  da tutti sempre ricollegate alle sue scelte artistiche e personali,  ma per il suo ruolo di profetico polemista corsaro. 
Nella mia esperienza di bambina cresciuta in un ambiente, culturalmente non piatto, aperto a principi liberali, pur nel fondamento degli  ideali cristiani, il nome Pasolini, ha sempre rappresentato quasi un tabù tanto, per i suoi contenuti, spesso incomprensibili e reazionari quanto per le sue controverse scelte in ogni campo. 
Quando è morto io avevo appena sei anni, un età in cui si ascolta tutto e con

curiosità si domanda e spesso nelle famiglie cosiddette, perbene le risposte sono edulcorate da una veste di perbenismo perché è spesso troppo faticoso e troppo difficile spiegare a una bambina curiosa tante verità. 
Il primo incontro serio con Pier Paolo è avvenuto nell’anno del  terzo liceo classico  quando nello studio finale degli autori  del novecento, divoratrice da sempre di letteratura e poesia nello sfogliare le famose pagine della "Guida al Novecento" del Guglielmino mi capitò un autore che nell’elencazione di coloro che, in fretta e furia, occorre studiare gli ultimi mesi prima della maturità, era segnalato con un grande “No”,accanto, quasi fosse “inutilier dato” il tempo da dedicare ad altro che non potesse essere oggetto di potenziale domanda di esame. 
Ma come sempre è accaduto nella mia vita e nelle mie letture, le vie che si aprivano dietro le porte dei divieti e delle negazioni erano sempre le più interessanti: e così cominciai a leggere le poche pagine dedicate a Pier Paolo  in quell’antologia,  “perdendo così il mio tempo”, per un autore che sarebbe stato disdegnato in sede di esame. 
Avevo 17 anni,  anticipataria a scuola, di quelle pagine mi rimasero impresse queste parole : “ in una società come la nostra non può venire semplicemente rimosso – in nome di una salute vista in prospettiva, anticipata e coatta, - lo stato di dolore di crisi, di divisione”; 
Pasolini in quella parole a me diciassettenne ( undici anni dopo la sua morte) dichiarava:” la sua volontà di restare, dentro l’inferno, con marmorea volontà di capirlo.” Così cominciai la mia ricerca e fui colta dall’avidità di conoscenza quasi morbosa dell’uomo e del Pasolini uomo di cultura variegata, per dirla con Omero, un "polutropon" del nostro panorama intellettuale, con le caratteristiche, tuttavia di un irregolare,  un outsider,  un anticonvenzionale. 
Mi colpì subito il legame, quasi carnale con la cultura rurale e contadina, così presente nella  realtà della mia  Grottaglie, così verace nei miei ricordi di bambina e nei racconti della mia infanzia. Continuando le ricerche, mi rimase scalfita nella memoria una poesia di un Pasolini ventenne che recitava “Nonnuccia, nonnuccia nonnuccia, chiamo, solo nei campi.
Su te sepolta di fresco, per la prima volta, 
scende la notte nel Cimitero...
Voglio scalfire con un grido 
il tempo immenso,
interrompere per un momento
l’eternità della tua luce, luna. 
Luna che nasci sul tumulo fresco
di quella morta 
su cui ti misuro infinita.  Nonnuccia, nonnuccia,
io chiamo.
E tu lontana nei sogni/della morte.
Ti tocco, ti bacio un poco,
ma tu sei lontana
coi tuoi gemiti
dentro un’ombra mortale. Tu ti prepari,
a salpare per il cielo infinito.
E già spandi intorno 
il suo silenzio mortale. 
Ti sostengo sulle braccia o corpicino,
mentre le figlie assettano i lenzuoli.
Poi ti vestono a fatica 
gridando e piangendo.
Le vecchie vicine
cominciano a consolarci. 
Alzati, 
e scacciale via,
strappati l’abito domenicale di seta, 
e col tuo scialle stracciato,
scendi ad attizzare il fuoco. 
In sogno 
ero nell’orto.
Aprile 
ardeva dolce sui fiori. 
Tu, lungo il muro, 
lontana, lontana, mi sei apparsa.
Accorato 
il tuo volto sopra la veste scura 
di morta
mi sorrideva. 
E la tua bocca diceva:
Che fai?”
…Mi imbattetti nella casualità che spesso caratterizza gli eventi della vita, in un diario poetico che somigliava ai miei ricordi di dodicenne che aveva perso la sua amata nonna Bice grottagliese e Traversa di cognome guarda caso proprio cugina del papà di  Alfredo, reduce dalla regia di uno spettacolo dedicato proprio a Pasolini. Man mano che lo studio su di lui  si andava approfondendo ricostruivo la sua evoluzione  quasi  in maniera conforme al mio desiderio di ragazza diciottenne, dicotomico dai miei coetanei,  di una solitudine esteriore nella quale mi facevano compagnia i miei libri e distante dall’omologazione nei gusti e nei comportamenti dei miei compagni di scuola e di classe…
Per  Pasolini, negli anni sessanta, crollano i punti di riferimento che fino ad allora lo avevano sostenuto..la natura è sconfitta dalla storia, da questa storia che massifica,  spersonalizza e aliena e che si identifica con il Potere ( con la maiuscola) che è il nuovo fascismo: e ciò perché “nessun uomo ha mai dovuto essere tanto normale e conformista come il consumatore” e perché il Potere dimostra nell’imporre i suoi miti edonistici e consumistici “una decisione a preordinare tutto con una spietatezza che la storia non ha mai conosciuto”. 
Pier Paolo aveva puntato e scommesso sulla capacità di resistenza e di non integrabilità dei suoi “ ragazzi di vita” e dei suoi violenti ma alla luce degli anni sessanta e settanta aveva perso. Ed ecco allora la sua “apocalittica” polemica contro questa civiltà ( la scuola media unica, la televisione, la vittoria dei divorzisti), e l’approdo al vagheggiamento di una incorrotta e autentica civiltà contadina fatta non come l’attuale con “ beni superflui che rendono superflua la vita” ma di “consumatori di beni estremamente necessari : ed era questo forse che rendeva estremamente necessaria la loro povera e precaria vita”.
”In tutta la mia vita non ho mai esercitato un atto di violenza, né fisica, né morale. Non perché io sia fanaticamente per la non violenza. La quale, se è una forma di auto-costrizione ideologica, è anche essa violenza. Non ho mai esercitato nella mia vita alcuna violenza, né fisica né morale, semplicemente perché mi sono affidato alla mia natura, cioè alla mia cultura...” Questa dichiarazione che prelude in modo conciso ma significativo a un inedito che Pasolini volle pubblicare nell'ambito di quella anomala ma così indispensabile raccolta pubblicistica Scritti Corsari, mostra ciò che dell’uomo Pasolini mi ha sempre affascinato : la capacità di reggere un confronto arduo e sofferto, ma sempre a viso aperto, con i fatti, con gli amici, con i nemici, con gli amici-nemici. 
Pasolini si batteva contro la brutale “omologazione totalitaria del mondo” oggi in atto contro quel processo consumistico-edonistico che avrebbe travolto l'individuo sino a trasformarlo in cosa: una povera cosa era infatti il corpo del giovane Antonio Corrado, ucciso a colpi di pistola nella notte fra il 29 e il 30 ottobre 1975 nel quartiere romano di San Lorenzo, vittima inconsapevole di una vendetta fascista, ammazzato al posto di un giovane extraparlamentare di sinistra perché stessa era la via, stessa la barba, stesso il soprabito; due giorni dopo, un'altra efferata violenza avrebbe ridotto anche Pasolini a una cosa senza vita, in quella notte fra il 1° e il 2 novembre cominciata proprio nelle vie di San Lorenzo, percorse a capo chino “perché si vedono facce terribili in giro, prive d'espressione”: la morte, arrivata per mano di un ragazzo-oggetto che forse sa o forse non capirà mai fino a che punto è stato tale. 
Come disse Jean-Paul Sartre, può darsi che Giuseppe Pelosi guardasse sebbene con acerba inconsapevolezza, all'omosessualità come a una “tentazione costante e costantemente rinnegata, oggetto del suo odio più profondo”, ma forse la sua insicurezza non poteva ancora permettergli di “detestarla in un altro perché in questo modo si ha la possibilità di distogliere lo sguardo da se stessi”. Suo padre sì, il suo contesto sì, possedevano questa ottusa e tronfia consapevolezza, e lui avrebbe preso la sua "patente" e la sua "maturità" in questo senso, nel modo più viscerale, senza sapere che ormai la società sembra "tollerare" il diverso, o forse avvertendo con il suo ultimo, definitivo sentimento che Pasolini “aveva capito che era intollerabile, per un uomo, essere tollerato”. 
Dopo lo scandalo di Casarsa e il trasferimento a Roma,Pasolini cominciò a vivere apertamente la sua “diversità”, ma in modo così ostentato da far pensare che, lungi dall'aver accettato serenamente la sua omosessualità, egli fosse interiormente lacerato da un conflitto che da allora lo spinse a condurre, come lui dice, “ una doppia esistenza”. 
È lo stesso Pasolini a svelare, nella lettera inviata a un'amica nei primi mesi del 1950, “l'ossessionante bisogno di non ingannare gli altri, di sputar fuori ciò che anche sono “. Ma come dice più avanti,” non ho mai accettato il mio peccato, non sono mai venuto a patti  la mia omosessualità era in più, era fuori, non c'entrava con me. Me la sono sempre vista accanto come un nemico “. Questo senso di colpa per la propria diversità (Pasolini parla appunto di “ peccato “) — può riguardare qualunque sfera dell'esistenza e costituisce una fonte di sofferenze infinite. 
Nelle biografie di uomini illustri le pagine più dense e sofferte sono quelle in cui traspare questo senso di isolamento dal resto del mondo, la percezione di una fondamentale incomunicabilità agli altri del proprio essere più profondo…ricordiamoci del grande Leopardi. Una diversità che si può rivelare in mille aspetti della vita non necessariamente nell’omosessualità, una diversità che trova spesso spiegazioni in ingenti figure genitoriali materne, incapaci di mostrarsi fragili e con le quali reggere il confronto e spesso complicato, perché nel rapportarsi a loro si ha l’obbligo di essere perfetti ( così Adelaide Antici per Leopardi e così Susanna Pasolini). 
Nella vita e nelle opere di Pasolini esiste anche un altro motivo dominante, strettamente connesso a quello della diversità: il motivo della trasgressione. La diversità è di per sé trasgressione di una norma collettiva, tanto più, come nel caso dell'omosessualità, quando la diversità è legata a qualcosa che sembra far parte dell'ordine naturale delle cose. Una persona conosce e sviluppa se stessa psicologicamente nella misura in cui ogni suo atto è trasgressione, e l'umanità va avanti grazie alla presenza di individui capaci di sfidare l'opinione corrente e di sfatare i luoghi comuni. 
Negli ultimi anni della sua vita Pasolini sembrava aver ingaggiato una continua battaglia “ contro “ l'opinione collettiva, non perché l'opinione collettiva sia di per sé negativa ma perché essa molto più spesso di quanto si pensi è troppo legata al soddisfacimento delle esigenze più elementari. In tal modo l'opinione pubblica esprime soltanto il desiderio di sopravvivere e non quello, molto più importante, di cambiare la qualità stessa della vita con uno sforzo critico che richiede rinunce e difficoltà.
Con  questa duplice battaglia ingaggiata da Pasolini mi sono sempre sentita empatica. Come la Callas, se l’avessi conosciuto mi sarei potuta innamorare di lui, come si fa a non innamorarsi di un uomo capace di penetrare nel proprio io in modo così profondo come fa in questa lettera destinata a Maria, per lui, solo, una cara amica : 
“ Era il sentimento di non essere stata del tutto padrona di te, del tuo corpo, della tua realtà: di essere stata “adoperata” (e per di più con la fatale brutalità tecnica che il cinema implica) e quindi di aver perduto in parte la tua totale libertà. Questo stringimento al cuore lo proverai spesso, durante la nostra opera: e lo sentirò anch´io con te. È terribile essere adoperati, ma anche adoperare.....Tu sei come una pietra preziosa che viene violentemente frantumata in mille schegge per poter essere ricostruita di un materiale più duraturo di quello della vita, cioè il materiale della poesia. È appunto terribile sentirsi spezzati, sentire che in un certo momento, in una certa ora, in un certo giorno, non si è più tutti se stessi, ma una piccola scheggia di se stessi: e questo umilia, lo so. Io oggi ho colto un attimo del tuo fulgore, e tu avresti voluto darmelo tutto. Ma non è possibile” 
E al posto di Maria e come Maria avrei scritto: "Mio caro", dice, "ti scrivo dalle nuvole che mi sembrano un bel tappeto, così dolce che ci si potrebbe camminare sopra. Ma per dove, mah!? …..Noi siamo molto legati spiritualmente, come raramente è concesso di esserlo". Ancora più rivelatore, del suo sentimento il tono da amica che mette in guardia sull’amata, in questo caso amato, dall’uomo che ama a sua volta , in una lettera del luglio del 1971,: 
"Ti ricordi Pier Paolo che a Grado parlavamo con Ninetto dell'amore e lui diceva che non si sarebbe mai innamorato. Sapevo che era troppo giovane per capire..., ma tu, uomo tanto intelligente, tu dovevi saperlo. Al contrario ti sei legato a un sogno che ti sei costruito da solo... Ed è la ragione per cui ti faccio questo sermone: tu devi affrontare la realtà, ma non puoi perché non vuoi. Ci riuscirai, come ci sono riuscita io che sono una donna con tanta sensibilità. Ho capito che non si può contare che su se stessi. Bisogna sempre avere i piedi per terra...". 
Ed ancora : "Ma quando crescerai, mio dolce P.P.P.? Non è il momento di diventare un po' maturo? Ti ho sempre detto la verità, Pier Paolo, invece di coccolarti. Io sono qui ad aspettarti. Peccato che non verrai. Sono qui, Pier Paolo, teneramente. Scrivimi". 
E nel settembre 1971 :"Pier Paolo, tu dipendevi troppo da Ninetto. Non era giusto. Ninetto ha il diritto di vivere la sua vita. Lascialo fare. Cerca di essere forte. Devi farlo. Mi sarebbe tanto piaciuto che tu sentissi il bisogno di venire da me...".
Tutti, o quasi, gli uomini cercano un senso nella propria vita, come cercare un ago in un pagliaio: beato chi lo trova. E i più lo trovano sotto diverse specie: un matrimonio, una vita di preghiere, la tessera di un  partito, un ruolo professionale, un libretto di risparmio, la parola del Papa, il frigorifero pieno, una bottiglia di vino vuota,  un look impeccabile, la poltrona di  direttore o presidente, il potere, la mamma, il potere della mamma. Ma ci sono anche quelli che ritornano a casa a mani vuote. Eppure lo hanno cercato quell’ago sembrava l’avessero trovato, poi strofinando la paglia tra le dita si sono accorti che era stata un’illusione: erano solo aghi di paglia. (Erano sorrisi rivolti in modo tale da assumere la forma dell’amore. Erano parole dette in modo tale da assumere la forma della verità. Erano promesse fatte in modo tale da assumere la forma della fede).  
Pasolini  non poteva vivere senza un contatto più o meno intenso con i desideri, con l’utopia, con un altro mondo, con la ricerca perenne di quell’ago. E ciò lo trovo immensamente suggestivo:  è suggestivo immaginare per un momento che tutto sia sbagliato e pensare che questo mondo, dove l’uomo impara sempre meglio a uccidere se stesso e gli altri, possa essere diverso, molto diverso da quello che è. Molte cose che "non si possono spiegare" o che non è immediatamente utile spiegare potrebbero restare senza significato, come momenti della nostra vita dinamici, aperti, come potenzialità indeterminate. Anche perché nessuno può garantire che il significato sia sempre necessario alle cose. Abbandonai il Pasolini strappato al programma liceale, e lo misi in disparte negli anni degli studi universitari a Siena ed in quelli della professione matta e disperatissima imposta dallo studio paterno , negli anni del conformismo. L’ho riscoperto di recente quando in conseguenza di una serie di vicende personali connesse anche alla salute ne ho capito meglio il senso ritrovandolo  nel “ non senso” a lui tanto caro.
Mi piace  citare una serie di aforismi congeniali a me ed in fondo schiettamente e oserei quasi dire spudoratamente universali.  “Per amare la cultura occorre una grande vitalità. Perché la cultura è un possesso e niente necessita di una più accanita e matta energia che il desiderio di possesso.”
“La mia indipendenza, che è la mia forza, implica la solitudine, che è la mia debolezza.” 
“La vera morte sta nel non essere più compresi."
”Nulla è più anarchico del potere, il potere fa praticamente ciò che vuole. E ciò che il potere vuole è completamente arbitrario o dettato da sua necessità di carattere economica, che sfugge alle logiche razionali. Io detesto soprattutto il potere di oggi. Ognuno oggi ha il potere che subisce, è un potere che manipola i corpi in una maniera orribile e che non ha niente da invidiare alla manipolazione fatta da Himmler o Hitler. Manipola trasformandone la coscienza, cioè nel modo peggiore istituendo dei nuovi valori che sono valori alienanti e falsi.
I valori del consumo, che compiono quello che Marx chiama: "un genocidio delle culture viventi".
Sono caduti dei valori e sono stati sostituiti con altri valori sono caduti dei modelli di comportamento e sono stati sostituiti con altri modelli di comportamento. Questa sostituzione, non è stata voluta dalla gente, dal basso, ma sono stati imposti dagli illustri del sistema nazionale. Volevano che gli italiani consumassero in un certo modo e un certo tipo di merce e per consumarlo dovevano realizzare un altro modello umano. Il regime, è un regime democratico, però quella acculturazione, quella omologazione che il fascismo non è riuscito assolutamente a ottenere, il potere di oggi, il potere della società di consumi è riuscito a ottenere perfettamente, distruggendo le varie realtà particolari.
E questa cosa è avvenuta talmente rapidamente che noi non ce ne siamo resi conto. È stata una specie di incubo in cui abbiam visto l'Italia intorno a noi distruggersi, sparire e adesso risvegliandoci forse da quest'incubo e guardandoci intorno, ci accorgiamo che non c'è più niente da fare.”
“L'uomo è sempre stato conformista. La caratteristica principale dell'uomo è quella di conformarsi a qualsiasi tipo di potere o di qualità di vita trovi nascendo. Forse più principalmente l'uomo è narciso, ribelle e ama molto la propria identità ma è la società che lo rende conformista e lui ha chinato la testa una volta per tutte agli obblighi della società.” 
“Io mi rendo ben conto che se le cose continuano così l'uomo si meccanizzerà talmente tanto, diventerà così antipatico e odioso, che, queste libertà qui, se ne andranno completamente perdute.” 
“Il calcio  è l'ultima rappresentazione sacra del nostro tempo” 
Nel saggio intervista del prof. Anzoino, alla domanda dell'intervistatore del Preside, allora giovane professore che così era articolata: " Una nuova religione, lei dice in Teorema, potrebbe fare una rivoluzione : Ma il nuovo tipo di religione che allora nascerà ( e se ne vedono già nelle nazioni più avanzate i primi segni), non avrà nulla a che fare con questa " merda" ( scusi la parola), che è il mondo borghese, capitalistico o socialista, in cui viviamo . 
È un futuro da profezia?",...la risposta del polemista di Casarsa fu questa: " Chi ama veramente la vita non pensa mai al futuro. Sia chiaro però : se ci si è una volta illusi che nel mondo c'è qualcosa di giusto o qualcosa di ingiusto e ci si è poi accorti che giustizia ed ingiustizia non sono che un aspetto - uno dei tanti delle cose - io penso che si debba continuare a vivere ( e a lottare ) come se quell'illusione fosse rimasta intatta" : ( tratto da " Preghiera su Commissione")...." Caro Dio l'idea del potere non ci sarebbe se non ci fosse l'idea del domani; non solo, ma senza il domani, la coscienza non avrebbe giustificazioni. Caro Dio facci vivere come gli uccelli del cielo ed i gigli dei campi"!!!!   
Tempo addietro la mia vita ebbe ad incrociarsi con quella di Alfredo dopo una lunga pausa dai tempi degli incontri presso i miei nonni materni, grazie ad un articolo che ho scritto  su Ezra Pound in cui si faceva menzione della famosa intervista di Pasolini a Pound. Un intervista storica.  È il confronto fra due poeti e fra due uomini legati a doppio filo da un rapporto di amore e odio, di pesanti eredità intellettuali, di conflitto e contatto, giunto al punto di doversi tradurre in una riconciliazione formale che ha il sapore di un simbolico passaggio di testimone, due anti convenzionali accomunati dalla scelta di mettersi in gioco, in prima persona, senza risparmiarsi. 
Un filo riannodato sulla traccia dei versi di Pound, che Pasolini ridisegna e fa propri in una rilettura di rara e toccante intensità. E proprio con questo filo che è un filo riannodato alla vita di ognuno che mi piace concludere, con una frase poundiana adattabile perfettamente a Pasolini e alla vita di ciascuno di noi : “Il pensare divide il sentire unisce …se  un uomo non è disponibile a correre qualche rischio per le proprie idee, o le sue idee non valgono nulla o è lui che non vale nulla”  

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Pierpaolo Pasolini
scrittore
ammazzato nel novembre del 1975

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