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mercoledì 13 gennaio 2016

Arte, mito e ricordo in Giuseppe Spagnulo, grottagliese e scultore



Il maglio di Efesto
Giuseppe Spagnulo nasce a Grottaglie (Taranto), uno dei centri storici della ceramica, nel 1936. Attualmente vive e lavora a Milano.
La sua prima formazione avviene nel laboratorio ceramico del padre, dove s’impadronisce anche della tecnica del tornio.
Dopo aver compiuto i primi studi presso la Scuola d’Arte della sua città, si trasferisce all’Istituto della Ceramica di Faenza, dove è presente dal 1952 al 1958 come allievo di Angelo Biancini.
Ma come Spagnulo mette in scena le sue opere? Si porta dentro un racconto, quello delle origini: «Vengo da una famiglia di artigiani, se vogliamo artisti perdutisi, ma grandi maestri…
Lavoravano per costruire enormi oggetti per contenere liquidi, il vino, l’olio. Erano grandi, immensi vasi costruiti al tornio, tanto da contenere quattro quintali di liquido, cose e oggetti reali che allora servivano, al di là della loro bellezza e della loro imponente dimensione». Così la prima esperienza del modellare le terre, montarle al tornio, cuocerle, Spagnulo l’ha vissuta osservando il padre e, quando parla dei lavoratori di quei grandi orci, li definisce «grandi maestri», rifiutando ogni distinzione di classe fra operaio e artista.
Tutto, per Spagnulo, è storia, insieme scavo geologico e lavoro dell’uomo la cui traccia sono quei blocchi scomposti, caduti. Turris (2012) è una forma diversa, frammenti legati magari da zanche metalliche, colorata, scavata dal tempo. Anche Panorama scheletrico del mondo (2014) propone tracce di gravi sconvolgimenti, lo formano lastre graffite, conchiglie affiorate da ere lontane: una raggiera, un grande fiore di cotto. E poi il mito: Trasfigurazione, ma anche alcuni pezzi I volti del dio Pan, divinità del tempo preromano: scavi, fratture dentro il cerchio di un volto.
Quando si giunge a La rosa dei venti (2012), una grande terracotta con davanti cubi in rovina, comprendi la distruzione del tempo nello svuotarsi delle forme. Le torri crollanti, il mondo frammentato, i volti scomposti di divinità perdute, il trasformarsi magmatico della terra, i grandi cilindri sono la chiave per leggere la ricerca di Spagnulo, ma forse non bastano per accostarsi al suo senso più nascosto.
Modellando le terre l’artista evoca l’immagine del padre, crea forme enormi come enormi gli dovevano apparire, da bambino, gli orci per il vino o l’olio; del resto lui stesso alcune torri cilindriche di terra le tira su lentamente, con un enorme tornio. Ma forse, al di là della memoria paterna, Spagnulo, componendo, mettendo in scena torri e «colonne infinite», volti e rose dei venti, vuole ancora raccontarci il rifiuto per una città, forse per una società, i cui segni, i cui simboli ci crollano davanti.
È  uno dei maggiori scultori contemporanei,inutile dirlo e scriverlo sempre!(Nota: Efesto è il dio del fuoco, dei metalli e dell'arte di forgiarli; regna sui vulcani che sono le sue officine, dove lavora aiutato dai Ciclopi, e lì fabbrica armi invincibili per Achille, implorato da Teti, madre dell'eroe, che vuole assicurare il ritorno del figlio dalla guerra di Troia).
Ed io aggiungo, da buon "umanista":

"...Lo zoppo artefice vibrò il maglio,
finché il capolavoro splendente fu pronto
e portato all’Olimpo, al cospetto degli dei.
Tutti ammirarono stupefatti e allibiti
la prodigiosa creatura di Efèsto"...



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ammazzato nel novembre del 1975

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