Che ora è ?

lunedì 20 maggio 2013

Non mi fermo a ragionare con Ionesco o Kafka. Solo i Padri del deserto ci salveranno nella solitudine

di  Pierfranco Bruni

Siamo alla ricerca di una “amorosa visione” che attraversa il nostro vivere di labirinti e ci sentiamo naufraghi e defraudati. Ma nessuna condivisione è possibile senza una filosofia che possa dichiararsi come elemento di una metafisica dell’anima. Siamo derubati o ci sentiamo derubati perché ci siamo lasciati sfilacciare il sacro e gli archetipi e ci penetrano le notti che  non aspettano l’alba.
L’ironia potrà salvarci? Neppure l’ironia. La bellezza ci salverà? Neppure. La tradizione potrà sollevare le ombre e far splendere le aurore? Siamo cammini di speranza ma necessariamente dobbiamo essere in grado di fare i conti con l’assurdo per tentare di recuperare quel mistero che lega la vita e la morte all’immortalità. Se il dubbio ci assale è come se avessimo smarrito il pater in un treno nella notte affollata da voci. Ma non possiamo permetterci di accettare il viaggio del treno o nel treno senza  aver superato sia l’oscuro sia il velo sia l’attrazione del mirabile che è passione ma anche decisione di fine.


La Santità è la salvezza. Ma non può essere un fatto teologico e tanto meno una tesi. Può incardinarsi nello sgretolamento di un dubbio che nella modernità convive con l’astratto. La filosofia è una metafisica. Ma fino a quando riusciremo ad essere esoterici o fino a quando avremo la forza di abitarci come ci ha insegnato Maria Zambrano?
Non credo che la nostalgia possa raccogliere i nostri strazi. Non c’è nostalgia che non corra il rischio di trasformarsi in rimpianto. Addirittura il rischio, in questa nostra cronologia di disfatti, è quello che il rimorso possa prevalere su tutto. Persino sgombrando i labirinti. Possiamo raccontare destini e possiamo anche raccontarci ma il tempo agostiniano, nell’orizzonte dei nostri caduti tramonti, è la sola nostra àncora. E se il porto continua ad assillarci, come porto sepolto, non possiamo che rivolgerci alla Grazia o all’Alchimia.
C’è un “quietismo” nel nostro essere ma c’è anche una “morte felice” (Camus) con la quale si regolano le nostre stazioni sia di partenze che quelle di ritorno. Il treno è la metafora di un viaggio nel filosofare e nell’oblio degli incontri che abbiamo smarrito, che abbiamo lasciato lungo le vie di Damasco, che abbiamo dimenticato. Ma alla nostra età ci si rende conto che tanto abbiamo letto, tanto abbiamo scritto, tanto non abbiamo capito facendo finta di capire, tanto non abbiamo cercato, tanto non abbiamo accettato e tanto pensiamo di conosce al punto tale di non sapere le parole che sono incise nel cuore dei nostri figli dei nostri padri.
Ci siamo addentrati nel “sapere” delle conoscenze di quelle pagine che pensiamo ci abbiano formato ma non abbiamo avvertito e compreso lo sguardo più importante che stava o che sta accanto e di fronte a noi. Il dolore della mancanza non è il dolore soltanto dell’assenza o della perdita. È il dolore di una supponenza che la tradizione dei saperi ci ha inculcato.
Io che sono uomo che non ha mai accettato la Ragione ma ha condiviso, quando a condiviso, con l’anima il mistero e la fantasia. E l’anima ha i suoi saperi. Sì, è possibile legare e distruggere il mirabile sogno dell’infanzia? La nostra? O quella delle civiltà con le quali abbiamo camminato e nelle quali abbiamo abitato?
Siamo oltre ogni filosofia. Ma siamo anche oltre la negazione di ogni filosofia. Alla domanda che pongo ad ogni mio interlocutore non aspetto risposte altre. Posso dire soltanto la mia risposta. Mi salverà la solitudine. Ma non quella leopardiana e forse neppure quella pavesiana e tanto quella quasimodiana. Viscere scontate dentro la terra e il mare della nostra anima. Ci salverà il deserto, il pellegrinaggio, la Stella che ancora non abbiamo o la Luna che ci manca.
Non mi piacciano gli Assoluti. Ma neppure le teologie. Figuriamoci le ideologie dei fiori rossi o neri. Questo nostro tempo disperato è un gioco inquieto tra una partita a scacchi e una a poker. Ho amato Tommaso Landolfi per la sua irrequieta leggerezza e per le sue ore spese davanti alle roulette. Possiamo aver recepito e accolto la “Gaia scienza” ma restiamo completamente ortodossi nei confronti della tragedia nicciana.
Omero può essere un praticante ma è nella nostra tradizione. Cristo può essere stato un ingenuo nei confronti di Giuda e dei Dodici ma è la nostra bellezza. Budda potrà avere il segreto della quiete e mi affascina il suo Namasté. Ma nessuno ancora mi ha sconfitto la mancanza che domina le mie assenze.
Nei “Beati” Maria Zanbrano ci offre una lezione di Luce e di Grazia come Simon Weil. Ma l’armonia cosa è? Un treno in viaggio? E quindi è l’attesa? Il cerchio può anche diventare un orizzonte, ma accanto alla mia solitudine pongo la pietà, la pietas.
Io confusionario e distratto non mi fermo a ragionare con Ionesco o Kafka, con Pascal o il Paolano Francesco, Francesco di (da) Paola. Ci sono. E non cerco di capire perché chi si pone in solitudine, e neppure in ascolto, ha dentro di sé la necessità del mistero del proprio padre e dei propri figli. Chiamiamoli carnali, metafisici, letterari.
Quando sono stato a Scutari mi ha impressionato, ora non più, vedere la statua di Santa Teresa di Calcutta di fronte ad una Moschea e al Minareto. Sono stato mesi e mesi nel mio silenzio. Non ho capito. Ora non mi sforzo di capire e se resto nell’auto che corre a fari spenti nella notte selvaggia non mi pongo dove andrò?
C’è veramente un epilogo? La leggerezza, la monotonia, il chiamarsi, il rincorrersi? Affidarsi! Siamo tra i passi di San Paolo e tra le orme dei Padri del Deserto.
Cosa mi rimane di una vita spesa a viaggiare tra le parole che raccontano? Uno sguardo: due occhi che cercano aiuto e un viso stanco che mi invita a non fermare il mio spazio davanti alle paure di un tempo che verrà. E se le paure verranno non avrà più senso né Penelope né l’ingannatore Ulisse ma tendo la mano verso la profezia.
Può essere follia?
Aspettiamo il suono degli angeli, le trombe annuncianti ci saranno. Ma quale segreto porteremo ancora con noi? Il mio non è più un invito al viaggio (baudeleriana virtù?), non è più raccontare le trame delle nostalgie, non è più ascoltare le filosofie che consideriamo delle verità o  un assurdo (sono sempre filosofie).
Soltanto la solitudine può fermare il treno o può farlo andare avanti ma io non ci sarò più su quel treno, perché sarò oltre la notte viaggiante e tutto ciò che ho imparato non mi colma le mancanze. Restano le nostalgie? Non mi abitano o faccio in modo di non abitale più.

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