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giovedì 2 maggio 2013

Un giorno a Cerchiara, tra Storia e Natura.



Come non è la macchina a fare il fotografo, un libro a fare lo scrittore, non è il viaggio a fare il viaggiatore. Viaggiatori si è. Si diventa e, a mio avviso non si nasce. Al massimo si cresce viaggiatori, invogliati da genitori e amici con i motori sempre accesi, i piedi sulla strada, le chiappe su una sella.
Sono in viaggio e quando mi rendo conto di esserlo, quando, ho il tempo (e anche la voglia) di raccontarlo, mi accorgo che il mio viaggio è fatto di tappe lunghe, di tempi lenti, di rapporti umani,di pause,di soliloqui,di studio,di applicazione,di traduzione,di silenzio,di riso,di introspezione. Mi fermo qui! Mentre cerco di risolvere il conflitti interiori che mi spingono a cercare sempre altrove quello che sembra mancare intorno a me, maturo la convinzione che essere viaggiatori è uno dei possibili modi di essere, condizione che alimenta se stessa con il continuo desiderio di andare,anche a pochi silometri da dove viviamo abitualmente.
La Calabria: una terra che mostra orgogliosa le spigolose zolle, arate e protese verso l’etere, quasi a voler abbandonare il suolo, non è altro che una costante del panorama.
Un opaco marrone, pallido e pastoso, è il colore che tradizionalmente domina questo scorcio di territorio, esteso ai piedi del Pollino: i raggi solari, evidentemente, sono soliti non dar tregua per giorni. Siamo nel Sud, “la terra del rimorso” di Ernesto de Martino. Il sole che svetta accecante entro i confini infiniti di un cielo magicamente terso, quasi fosse una palla infuocata, rappresenta un’immagine ricorrente della stagione estiva “made in Calabria”. File di auto, sofferenti ed ansimanti, che percorrono tratti di scure lingue d’asfalto, estese, diritte, fra terreni agricoli vastissimi, costituiscono elementi permanenti dell’insieme. Ai margini della carreggiata che conduce verso un ambito luogo di raccoglimento e riflessione, si alternano le figure di una natura incontaminata: schiere ordinate di frondosi ulivi che punteggiano ettari di campagne e conferiscono un tocco aggiuntivo di fascino a un paesaggio rurale già straordinario.
Il Santuario di Santa Maria delle Armi (XV-XVI sec.),in provincia di Cosenza, e’ una  testimonianza significativa di arte rinascimentale.Il complesso architettonico, scavato in parte nella roccia, ingloba al suo interno la grotta che custodisce la miracolosa immagine nera della Madonna, conservata in una teca d’argento. Sorge in un sito già anticamente dedicato al culto, come provano reperti risalenti al X secolo, rinvenuti in grotte rupestri del monte Sellaro, sul lato della catena del monte Pollino. 
A poca distanza si trova infatti l'Abisso del Bifurto, la diciottesima voragine piu' profonda d'Italia con i suoi 683 m. La sua costruzione – secondo la tradizione locale – cominciò nel 1440 allorché nel medesimo luogo, proprio in una di queste grotte, furono trovate alcune tavolette bizantine, tra le più antiche mai rinvenute, e l’immagine della Beata Vergine delle Armi (dal greco tòn armòn - "delle grotte"), da cui il Santuario prende il nome. 
Alla Chiesa, a forma di croce latina, irregolare, si accede attraverso un portale in pietra locale scolpito, dopo aver oltrepassato il palazzo del Duca, ed altri ampi locali. Sul ciglio della roccia, il campanile con cuspide di mattonelle smaltate colorate. Un imponente cancello in ferro battuto del XV secolo ed un ricco portale in pietra locale, a colonne scanalate ed il frontone decorato, con la porta in legno intagliato, recante l'iscrizione: “Sylvester Schifinus de Morano me fecit, a. 1570”, introducono nella Chiesa scavata nella viva roccia.L'interno, con una navata centrale e la Cappella dei Pignatelli, è a pianta circolare irregolare, con pareti rivestite di marmi bianchi ad intarsi i policromi, opera d'artista fiorentino del 1700. 
La volta naturale, ad arco schiacciato è affrescata con una Gloria della Vergine e un Giudizio Universale di Joseph De Rosa del 1715. L'immagine di S. Maria delle Armi, ritratta su pietra a forma ovoidale e tondeggiante nella parte posteriore, appartiene al tipo siriano della Immacolata. L'icona del peso di gr. 3400, e di cm. 29 di altezza e cm. 15 di larghezza è posta nella cappellina scavata nel masso di roccia. Dal 1750 è esposta in un reliquiario di argento in stile barocco, napoletano, dono del Duca di Monteleone, Michele Pignatelli, Marchese di Cerchiara.Ricco è l'Altare, con un fastigio barocco, di scuola napoletana del 600. 
Nel braccio destro che conduce alla sacrestia si ammira una Visitazione di Santa Elisabetta, pala d'altare ad olio su tavola, purtroppo deteriorata, iscritta e datata: Orfeus Barbalimpida faciebat, 1591. Le valve della porta d'ingresso alla Sagrestia, del 1600, sono intagliate a rustici riquadri, e nella Sagrestia si trova un Crocifisso in legno, a tutto tondo, opera di scultore provinciale del primo barocco. 
Interessanti la Testa di Cristo e Testa dell'Addolorata, due oli su tela a forti contrasti, di bottega napoletana del '600, ed una tavoletta del 500, con Figure di Santi, ad olio, su fondo dorato. Vi è infine un ricco tesoro, con argenterie sacre barocche e magnifici paramenti del 6-700, appartenuti ai Pignatelli.Il Santuario e’ legato al al sempre affascinante richiamo religioso della montagna perche’ questi monaci hanno coniugato il cielo azzurro con la terra madre, il pieno col vuoto, l’anima col corpo.
Il monte è uno dei punti in cui la divinità decide  di scendere in terra, ove, come nella teofania del Sinai, il trascendente  può manifestarsi nell’immanente; nel momento in cui ciò avviene la ierofania santifica una data frazione dello spazio profano ed assicura  all’uomo il perdurare dell’alleanza divina: «il luogo si trasforma così in una fonte inesauribile di forza e di sacralità, che concede all’uomo, all’unica condizione di penetrarvi, la partecipazione a quella forza e la comunione con quella sacralità». Non si tratta in ogni modo di una predilezione umana per un preciso punto, bensì è Dio che elegge quest’ultimo  gettando un ponte tra Sé e l’uomo. Nelle origini di eremo bizantino risiedono le ragioni della posizione isolata e arroccata, e nei tempi e nei modi dei successivi ammodernamenti quelle della sequenza planimetrica e stratigrafica dei fabbricati: un’articolazione che determina, assecondando l’impervia orografia del sito, un percorso dalla corte d’accesso al santuario connotato da continue “scoperte”, scandito da emozionanti prospettive aperte sulla Piana di Sibari e verso la montagna.
La vista di massicce vette (Le”  Dolomiti lucane”) solidamente disposte attorno all’orizzonte, rammenta inoltre un modo di essere assoluto, diverso dal proprio, testimoniato dalla ruvidità e potenza della roccia stessa. La resistenza della pietra, «la sua inerzia, le sue proporzioni, come i suoi strani contorni, non sono umani: attestano una presenza che abbaglia, atterrisce e minaccia. Nella sua grandezza e nella sua durezza, nella sua forma e nel suo colore, l’uomo incontra una realtà ed una forza appartenenti a un mondo diverso da quel mondo profano di cui fa parte…” I fazzoletti passati sul proprio volto, dopo averli strisciati sul vetro della Teca argentea della Madonna e sulle pareti della marmorea cappella della grotta fatidica; i canti popolari, i rosari cantati dalla tradizione, i suoni delle cornamuse e degli organetti accompagnati da tamburelli e tante altre spontanee manifestazioni del ricco animo popolare, sono insieme le espressioni di una fede miracolosa, che vediamo, ma non sappiamo dire” (Don Vincenzo Barone). 
“Il 25 aprile di ogni anno, devoti, fedeli, turisti e curiosi accorrono ai festeggiamenti votivi della Madonna delle Armi. La tradizionale celebrazione risale al 25 aprile del 1846, quando gli abitanti di Cerchiara, in pena per la sorte del raccolto minacciato da una grave siccità, implorarono il divino intervento del- la Madonna. Ricevuta la grazia e salvato il raccolto, decisero di istituire in questo giorno i festeggiamenti dedicati alla loro protettrice.  La devozione e il caratteristico folclore rivivono nelle numerose celebrazioni eucaristiche che si susseguono dall’alba fino alla solenne messa di mez- zogiorno e nella processione che, accompagnata da canti e antichi inni, si snoda lungo i sentieri del monte Sellaro. Dopo la benedizione finale, la festa si sposta nei boschi vicini: la giornata termina tra banchetti, danze e giochi spensierati, in un clima di assoluta serenità. La festività, denominata “dei vinticinche”, va distinta dalla “Vinticoste”, seconda ricorrenza dedicata alla Madonna delle Armi, in programma la domenica di Pentecoste. In questa occasione i fedeli organizzano ricche e allegre sagre di prodotti tipici.“

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