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venerdì 17 maggio 2013

Quando la lussuria e’ arte e cultura: Pietro Aretino.



Personaggio "scomodo" come pochi altri, Pietro Aretino,“ardito di penna e di gola”, è stato condannato, appena morto (1556), a una vera “damnatio memoriae”, che, protraendosi nei secoli fino a oggi, lo ha marchiato come il pornografo, l’autore osceno privo di effettive qualità artistiche. Soltanto da una ventina d’anni a questa parte è in atto un’inversione di tendenza, che, superando ogni remora moralistica e ogni ipocrisia, recuperi innanzitutto gli scritti aretiniani nella veste piú affidabile  e riformuli poi in base ad essi un giudizio piú equilibrato e criticamente fondato. L’intera attività dell’Aretino viene attentamente vagliata: dalla produzione giovanile a quella pasquinesca, dagli scritti religiosi a quelli erotici e teatrali, dalla fondamentale "invenzione" del genere epistolare alla poesia cavalleresca, fino ai rapporti con la società del tempo e alla "ricezione" dell’Aretino nei secoli successivi.

Ne emerge un quadro di grande interesse e un profilo dell’autore dalle linee fortemente rinnovate, che si propone come punto di partenza per una ridefinizione generale dell’opera e della figura aretiniane nella nostra letteratura.Pietro Aretino fu uno dei maggiori artisti che nel XVI secolo aiutarono a superare definitivamente la visione etica e teologica di questo periodo.Non si conoscono i suoi genitori,in quanto egli non volle riconoscerli in età adulta,ma si suppone che fosse nato da una relazione fra un calzolaio di nome Luca e una cortigiana, Margherita dei Bonci,detta Tita,che si diceva fosse  “molto scolpita e dipinta da parecchi artisti” (inteso nel senso meno artistico possibile),il che ci da un'idea sulla ragione della scrittura con toni molto bassi dell'Aretino.Con la sua scrittura egli fu sia amato che odiato dai critici dell’epoca.Nato di bassa lega, in una società in cui soltanto i “potenti” valevano (fossero essi principi, regnanti, alti prelati o artisti di genio); subito irretito dall’astio del proprio stato e dalla volontà di progredire e di primeggiare puntando su innegabili “qualità” naturali (che via via si affinavano, rodandosi, nei contrasti della vita e nella rapida ascesa al potere), l’autore di quest’opera “incriminata”, relegata frettolosamente fra le cose turpi della nostra letteratura, è tal personaggio che meriterebbe una considerazione maggiore e un esame più attento di quelli che fino a pochi anni fa gli erano riservati. Oggi si può almeno discutere senza scandalo dell’Aretino come di una figura rappresentativa, tipica e anche importante; come di un “grosso” scrittore, a cui per essere grande, davvero grande, mancarono una più riposata attenzione allo svolgersi ed emanciparsi del proprio lavoro e meno interessati pretesti per esibirsi in pubblico, disdegnando misura e studio (“ho partorito ogni opera quasi in un dì”; “né di mio si vede mai lettera che passasse un foglio”). Temuto dai “grandi” per la temerarietà e impudenza di divulgatore geniale e perfido, li sferza ma li ammira; si lascia corrompere sollecitando la loro debolezza, accarezzando con arte l’ambiguità della loro natura, corrotta e presuntuosa, debole ma arrogante; eppure conserva un misto di timidezza risentita, un residuo di cautela spigolosa e sospettosa (che magari, alle volte, e proprio per questo, lo rende anche più efficace nell’attacco, più duro o addirittura feroce nel giudizio); perciò è più arrogante e grezzo nell’invettiva – anche se immediatamente riesce a risultati di maggior effetto – e più sottile e fine, più brillante e spregiudicato quando adula, esercitando l’arte della finzione (“adulazione e finzione son la pincia di grandi”, cioè il regalo più amabile, una specie di miele) o la propria “temeraria importunità”. E’ ben consapevole della posizione di prestigio e di preminenza pubblica che si è assicurata con la penna; ne valuta fino in fondo il valore “commerciale” (“chi tralascia me insegna a me di tralasciar lui… Dìcamisi per che conto debba cantar un poeta non volendo altri sonare? Chi è quel capitano sì affezionato a la Francia che voglia servirla per dominum nostrum? Date a lo dabitur vobis, disse il pedante. Io adorava il re Francesco, ma il non aver mai argento da lo sbragiar de le sue liberalità raffreddarìa le fornaci di Murano. Sì che V. E. Ecc.ma o mi faccia dare del fiato per le trombe della virtù, o mi perdoni s’io non gli grido ad alta voce il nome”); si è reso conto dell’enorme efficacia che ha la divulgazione pubblica di un episodio o di avvenimenti intimi e scabrosi che toccano la vita dei grandi personaggi; eppure questa penna “infernale” non si trasforma in un ricattatore calunnioso o fantasioso; Non inventa; egli non fa che “propalare scandali accertati”; direi che è quasi scrupoloso nel verificare la fondatezza e il dettaglio delle notizie che vuol strumentalizzare (“la bugia, pane quotidiano de i gran maestri, non è cibo de la mia bocca”). 
Queste due intuizioni originali e in un certo senso “fondamentali” dell’efficacia della propalazione “contrattata” dell’aneddotica storica o privata, e della necessaria veridicità della notizia o delle serie di notizie che si divulgano, testimoniano e confermano, al di fuori di un giudizio morale (o moralistico), della genialità composita dell’autore, e della sua modernità (in un certo senso); sicché alcuni lo vedono e lo videro come un precursore, o il precursore, del giornalismo moderno.Dicono che l’Aretino morisse cadendo all’indietro da una seggiola, per il gran ridere a una scenetta volgare che si svolgeva nella propria casa. Può non essere vero, e non sarà vero; e che il moralismo pubblico condannasse con questo aneddoto finale un uomo che aveva temuto, ammirato, disprezzato, seguito e odiato. Un uomo così poco pedante in un tempo di retori illustri. Che aveva, nonostante tutto, io credo, invidiato. Per quella sua forza opulenta di giungere a ciò che voleva, di volgere il corso delle vicende, di toccare la fortuna e la ricchezza e di assestarvisi sopra senza più lasciarle; per quella sua forza vitale che coinvolgeva e provocava la forza degli altri (“io sono il segretario del mondo”). Un uomo, un artista che, come scrisse un gran critico, aveva la logica del male e la vanità del bene. Un uomo tuttavia che “amando se stesso fino ad esser ebbro di sé, desiderava piuttosto la gioia che il dolore degli altri”. Tutto cio’ che e’ stato scritto su questo personaggio, puo’ essere riassunto nell’epigrafe  ironica a lui indirizzata da Paolo Giovio: Qui giace l’Aretin, poeta tosco,Di tutti disse mal fuorché di Cristo,scusandosi col dir: “Non lo conosco”.



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