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domenica 2 dicembre 2012

Cultura umanistica e globalizzazione:scontro o occasione?

Per cercare di trattare questo tema, prenderò in considerazione la recente pubblicazione del saggio di Martha C. Nussbaum, “Non per profitto”, uscito negli Stati Uniti nel 2010 e da noi nel 2011,con le cui tesi e considerazioni concordo,modestamente,quasi del tutto.Esso offre anche a noi insegnanti italiani spunti di riflessione sulle motivazioni allo studio delle discipline umanistiche, sia per fornire risposta alla domanda posta spesso retoricamente da studenti e genitori: “A che cosa servono la letteratura, la storia, la filosofia, l’arte, la musica …?” (per non parlare del latino e del greco), sia per trovare – o ri-trovare – essi stessi il senso del loro impegno professionale.
La filosofa americana indaga sulle cause della “silenziosa crisi” del sistema d’istruzione mondiale, identificandola nella perdita di ruolo delle humanitates, derivante, a suo parere, da un asservimento della missione educativa a logiche economicistiche.Una visione semplificata del rapporto tra scuola e sviluppo economico avrebbe infatti indotto i governi a privilegiare le discipline più direttamente funzionali alle innovazioni tecnologiche necessarie alla crescita economica, a netto discapito di quelle umanistiche, percepite come “fronzoli superflui”, con conseguente danno sia della qualità di quegli stessi insegnamenti e del sistema scolastico in generale sia anche della qualità del sistema sociale nel suo complesso. Secondo la sua tesi, infatti, le capacità intellettuali favorite dagli studi umanistici sono “fondamentali per mantenere vive e ben salde le democrazie, per consentire [loro] di far fronte, in modo responsabile, ai problemi che le attendono come parti di un mondo interdipendente”. Ella ne identifica principalmente tre: pensare criticamente (il critical thinking caro alla filosofia anglosassone); trascendere i localismi e affrontare i problemi come cittadini del mondo (tema già trattato dalla Nussbaum nel 1997 nel saggio Coltivare l’umanità); raffigurarsi “simpateticamente” la categoria dell’altro, cioè pensarsi al di fuori del proprio circolo ristretto, immedesimandosi anche con l’immaginazione nelle posizioni di chi è diverso da noi. Il successo planetario subito riscontrato da “Non per profitto”, la miriade di recensioni e di interventi in internet, testimoniano probabilmente l’esigenza della cultura umanistica di accettare la sfida lanciata alla tradizione e al passato dalla globalizzazione. Salvatore Settis, illustre archeologo e storico dell’arte, già direttore della Scuola Normale di Pisa, individua nel postmoderno il sistema culturale (dominante nel nostro tempo) che corrode dall’interno la cultura umanistica, in particolare quella classica, attraverso due dei suoi “fondamenti”: la perdita di senso storico causata dall’appiattimento sul presente percepito come virtualmente simultaneo a qualunque momento del passato, e il citazionismo, cioè la scomposizione della tradizione in frammenti decontestualizzati e sottoposti ai più arbitari rimontaggi. Così, dice sempre Settis, nel vasto orizzonte globale l’antichità classica – o medievale o rinascimentale e così via – si guadagna il suo piccolo posto in mezzo a tante altre antichità (indiane, cinesi, maya) o è “ridotta a un retroterra nebbioso e indistinto, conservando semmai solo una qualche funzione ornamentale” (i “fronzoli superflui” della Nussbaum). Le culture dell’Europa medievale e moderna si sono formate attraverso il rapporto con le culture classiche, cioè con la letteratura, la filosofia, l’arte, l’architettura, la storia, la politica, la religione, la scienza e la vita pubblica e privata dell’antica Grecia e di Roma, le quali a loro volta hanno contribuito a plasmare altre tradizioni culturali, come, ad esempio, l’ebraica, l’islamica, la slava.
Ne risulta che ogni ambito della vita e del pensiero postclassico è stato profondamente influenzato dai modelli antichi, interpretati spesso in modo non filologicamente corretto, anzi sempre in qualche modo fraintesi, perché sono stati proprio quei fraintendimenti creativi a salvare l’eredità antica e a renderla fruibile per l’attualità. Ciò che emerge è che non si può capire la storia del mondo postclassico senza un riferimento costante alle culture classiche tramite le quali esso non ha mai smesso di definirsi, d’accordo o in disaccordo, imitando o condannando, venerando o cercando di dimenticare. Dopo queste riflessioni, possiamo dunque rispondere alla domanda di senso posta dai nostri studenti e dagli stessi insegnanti sulle ragioni dell’insegnamento umanistico: esso “serve”, servono le letterature antiche e moderne, la storia che indaga il passato, la filosofia, l’arte, la musica ecc., servono il latino e il greco, serve cioè tutto quell’immenso patrimonio culturale che si è formato nel corso dei secoli come espressione di humanitas e che trova nelle humanitates, cioè nelle discipline umanistiche, gli strumenti di ricerca e di trasmissione nella scuola e nell’università.

Alla fine,   la cultura umanistica serve perché contribuisce in modo fondamentale a fornire gli strumenti di pensiero critico, il critical thinking anglosassone, che Mario Vegetti, storico di filosofia antica, spiega come “l’apertura e la radicalità delle argomentazioni, il conflitto delle idee, la fiducia nella capacità della ragione di decidere di questo conflitto, l’instancabile curiosità nell’esplorare prospettive e orizzonti di conoscenza dischiusi dagli strumenti del pensiero”; serve perché, come suggerisce Settis, ci aiuta non solo a “pensare bene”, ma anche, grazie alla cura formale delle sue letterature, a “parlare bene” e a “leggere bene”, comprendendo il significato del patrimonio letterario, il che di questi tempi rappresenta un’emergenza educativa nazionale;  serve per la disciplina e il rigore formale imposti in particolare dalle discipline linguistiche, che aiutano ad acquisire un efficace metodo di studio; serve perché ci permette di mettere noi stessi a confronto con l’altro,  immedesimandoci anche con l’immaginazione nelle posizioni di chi è diverso da noi;  serve perché, con la sua poliedricità e la sua alterità rispetto all’attualità, ci abitua a un sano relativismo nemico del pensiero unico;  serve per l’eredità, trasmessa attraverso un’identità linguistica europea, di fondamenti e strutture elementari del pensiero europeo e da esso derivate; serve, infine, perché ci aiuta ad abitare le città e le campagne dell’Italia, dell’Europa e dei paesi vicini, il cui immenso patrimonio archeologico e artistico non può essere compreso se non se ne conosce la cultura, il che, tra l’altro, come ricorda il latinista Ivano Dionigi, rettore dell’università di Bologna, offre (offrirebbe) straordinarie prospettive economiche. 
Un nuovo umanesimo potrebbe salvare l’Europa e il mondo  dalla deriva che minaccia uno dopo l’altro molti degli Stati membri. Un umanesimo che non assomigli a quello ironizzato da Mann nella figura di Settembrini, nella Montagna magica. Una soluzione non cercata potrebbe offrire un’ancora di salvezza. Se la soluzione fosse offerta dall’arte e dalla letteratura sarebbe un bel successo. Una loro prova di forza. Come suggeriva già Levi, ad Auschwitz, resistendo anche grazie al ricordo di alcuni versi di Dante, “Fatti non foste a viver come bruti”. E’ poco? E poi, non abbiamo sempre  letto che "la bellezza salvera' il mondo"?

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