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mercoledì 11 dicembre 2013

“C’era un ragazzo che come me amava i Beatles e i Rolling Stones”...



Erano  i mitici anni ’60, gli anni della fanciullezza,della iniziante giovinezza e dei sogni:alla tv cominciavano ad essere trasmesse le immagini di una guerra tanto lontana da noi quanto incapibile.Non fu una guerra come le altre avvenute prima, non vi era uno scontro tra eserciti e tra gente addestrata, ma era una vera e propria guerriglia, dove uomini uccidevano altri uomini compiendo scempi, eccidi, stupri e disastri. Ma quei  ragazzi, addestrati alla guerra e partiti molto spesso come volontari, si trasformano presto in uomini non preparati agli orrori che avrebbero affrontato, non preparati fisicamente e tatticamente alla guerriglia, non preparati alla guerra, quella guerra che è sempre sporca.
Migliaia di giovani  che si erano lasciati abbindolare dalla politica, dagli slogan, da una divisione della società vietnamita tra buoni e cattivi. La guerra in Vietnam, la sporca guerra del Vietnam, viene raccontata evocando immagini molto nitide e vivide: vengono narrati i momenti di attesa in cui non succede nulla ma si sa benissimo che è solo la classica calma prima della tempesta.
Così come vengono evocati gli sconti con il "nemico", con i "musi gialli" che non saranno mai considerati come altri esseri umani ma sempre e solo come il nemico da battere e da combattere. I ragazzi mandati in guerra arrivano convinti delle loro idee, ma dopo pochi giorni capiscono che sarà molto dura portare a casa la pelle e cominciano ad agitarsi. Gli ordini che provengono dall’alto, poi, non aiutano sicuramente a ridurre i morti perché, per i capi, i soldati di primo livello non sono altro che carne da mandare al macello per un ordine superiore. L’unica speranza per quei ragazzi sono i loro diretti superiori che, a volte, non obbediscono agli ordini che arrivano via radio ma cercano di analizzare seriamente la situazione e di risolverla nel modo migliore cercando di salvare più vite umane possibili. E viene anche raccontata molto bene e con immagini molto nitide, la morte di tanti, molti, troppi uomini in una guerra assurda che non aveva senso combattere fin dal principio.…E a  volte il passato si diverte a ritornare... Questa volta l’ha fatto sotto la forma di una lettera, scritta quarantatre anni fa. Tanti ne sono passati prima che riuscisse a giungere a destinazione negli Stati Uniti.
E questa volta i ritardi ed i disservizi delle poste non centrano.Era il 1969 quando Steve Flaherty la scrisse:era un ragazzo del South Carolina, uno dei tanti giovani soldati mandati a combattere quella che è stata la prima grande disfatta militare americana: la guerra del Vietnam.“Se chiama papà, digli che sono stato vicinissimo alla morte, ma sono scampato anche questa volta” scriveva alla madre la notte prima di partecipare ad una rischiosa missione. “Questa è una sporca guerra crudele, ma spero che voi a casa riusciate a capire perchè la combattiamo”. La lettera non fu mai spedita.Il sergente Flaherty è stato ucciso il giorno dopo averla scritta, vittima di un’imboscata dell’esercito nord vietnamita ad Hamburger Hill, la “collina della carne trita”. Fu allora che i Viet Cong la trovarono e decisero di utilizzarla: un americano, un nemico che definiva quella guerra “dirty war” poteva essere un efficace strumento di propaganda. Quella lettera è stata così letta più volte da Radio Hanoi ed è stata pubblicata dai giornali simpatizzanti dei Viet Cong. Poi se ne sono perse le tracce. Fino ad oggi.Lo scorso anno un colonnello dell’esercito vietnamita in pensione ha rivelato su Internet di essere in possesso della lettera del sergente Flaherty. La notizia è stata intercettata dal Pentagono e sono state avviate le trattative: il diario di un soldato vietnamita in cambio della missiva.E così si ritorna a parlare di una delle pagine più sanguinose della storia recente: 58.226 morti e 303.704 feriti solo trai soldati americani intervenuti nella guerra contro i Viet Cong, tra il 1960 ed il 1975. 
Doveva essere un semplice intervento militare di routine per la superpotenza statunitense, ma si è invece rivelato una trappola mortale. Ancora oggi il Vietnam invia periodicamente agli USA delle scatole: scatole che contengono ossa. Il più delle volte si tratta di quello che resta di animali, ma si spera sempre di trovare i resti di uno dei 1277 “Mia”, ovvero missing in action.Le vittime non sono state solo i morti ed i dispersi, ma anche i reduci: coloro che hanno combattutto quella “sporca guerra crudele”, di cui non capivano il significato, che sono riusciti a sopravvivere ai campi di concentramento, al napalm. E che una volta tornati a casa non riuscivano più a riprendere una vita normale, andando incontro all’emarginazione. La storia di Rambo è il classico esempio. E magari anche Rambo potrà superare il suo rancore e tornare ad essere un semplice ragazzo che…
”…amava i Beatles e i Rolling Stones”.
girava il mondo
e poi fini'
a far la guerra nel vietnam
capelli lunghi non porta piu'
non suona la chitarra ma
uno strumento che sempre da'
la stessa nota ra ta ta ta!
non ha piu' amici
non ha piu' fans
vede la gente cadere giu'
nel suo paese non tornera'
adesso e' morto nel Vietnam…”
Scrisse Luca Goldoni: “Una donna resterà vedova mentre si discuterà su un vocabolo dell'accordo, un figlio resterà orfano mentre si metterà una virgola. Il Vietnam è sempre stato troppo lontano per toccarci emotivamente: questo tardivo requiem per gli ultimi morti, un poco ci riscatta. Se questi morti dell'ultima ora riescono a farci trasalire, se non proprio a commuoverci, a strapparci un attimo da un'indifferenza elevata a dottrina, è forse segno che da questa disumanità può nascere ancora una scintilla umana”.
NB Il 9 giugno del '72, una fotografia che sarebbe assurta a simbolo delle atrocità della guerra del Vietnam sconvolse gli Usa: ritraeva una bambina di nove anni, nuda e urlante, che correva sull'asfalto, le carni piagate dal Napalm. Oggi quella bambina, Phan Thi Kim Puc, vive in America, è moglie e madre, e ha chiamato il figlio Huan, Speranza.

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