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venerdì 13 dicembre 2013

I veri viandanti sanno di avere un porto e sanno anche che non è necessario raggiungerlo

di Pierfranco Bruni

Il monaco tibetano lungo le vie del deserto incontrò lo sciamano Yulta. Camminava a passi lenti. Con il silenzio e lo sguardo nelle onde della sabbia raccolse tutti i ricordi in una sola voce: il mistero.
Il monaco osservò lo sguardo di Yulta.
Gli occhi del monaco avevano un colore di terra e di mare. La terra e il mare degli Orienti della seta. Il loro incontro fu segnato dal silenzio dei destini.
“Abbiamo condiviso i viaggi dell’impossibile pensando che tra le maglie spezzate del possibile i sogni potessero diventare incantesimi. Ho cercato l’incantesimo non con le parole o tra le parole. Le parole sono spazio di vento. Ma io ho sempre vissuto l’impossibile per restare accanto a tutto ciò che non ho mai perso. Perché perdere è sempre perdersi”. Così disse lo sciamano Yulta.

“Se perdere è perdersi bisogna viversi per vivere non il tempo ma i segni della memoria. La memoria è un ondulare di ore perdute nella vita vissuta. Perdersi è tentare di capire l’armonia e la disarmonia. Viaggi. Scavati nel cuore. Scavati nell’anima. Scavare ha un senso e il senso è un viaggiare. Io vado sempre lentamente senza mai cercare di penetrare le ombre. Le ombre sono oltre i tramonti. Ascolta. Io ti ascolto”. Così disse il monaco tibetano.
Proseguirono lungo i loro tracciati. Anzi nella pianura e nelle dune del deserto.
Ogni battito di tempo si raccoglieva nella memoria e l’aquila dello sciamano giocava tra le frasi di vento, mentre il rosso e il giallo della veste del monaco avevano riflessi tra i chiarori degli orizzonti.
Si vive sempre di orizzonti perché gli orizzonti non sono una linea o un confine. Gli orizzonti sono le fantasie che si rincorrono per dare lo spazio ai pensieri e i pensieri sono un cerchio.
I pensieri sono sempre in cerchio. Anche quando sembrano linee rette più ti avvicini e più diventano una circolarità tra il sapere dell’anima e lo stupore.
Yulta: “Il mio accampamento ha in cerchio le tende. In ogni tenda i guerrieri ascoltano la voce del vento. I guerrieri sono in cerchio. Nel rotondo. Al centro un falò. Noi siamo stati venditori di fuoco. Noi siamo stati. Noi continueremo a raccontare la storia dei nostri cavalli in fuga. Noi ci lasceremo toccare dallo sguardo che ha pazienza delle aquile. Noi siamo stati aquile. Noi resteremo aquile”.
Il monaco tibetano: “Io ti porto la pazienza. Perché ho imparato che soltanto la pazienza ci offre l’armonia. Quando l’armonia viene colpita, viene ferita, viene sfilacciata tutto si rompe. Si rompe il pensiero. Anche il pensiero si rompe, e poi non basta recuperare i cocci. Il pensiero può avere frammenti ma non dovrà mai diventare un mosaico. Il pensiero che porti in te deve essere amore”.
Yulta: “Noi viviamo il pensiero come il viaggio impareggiabile del nostro esistere. Ma esistere non è essere tempo. È piuttosto raccogliersi nei luoghi della memoria che abitano il nostro esistere qui  e altrove. Ora le nostre strade vanno verso due deserti. Non si separano. C’è il deserto del mare. C’è il deserto della terra. Mai potrà esserci il deserto dell’anima”.
Il monaco tibetano: “Il deserto dell’anima non può appartenerci. Possiamo anche non sentirci testimoni. Ma abbiamo la necessità di testimoniarci. Le strade del cuore non conducono ai deserti…”.
Yulta: “Il cuore non ha i deserti. Ha il mare. Ha la terra, il vento, il volo, il camminamento…”.
Il loro incontro fu segnato dal silenzio dei destini. Da quel tramonto, e da quell’alba lungo le pianure del deserto o tra i labirinti delle dune, non si incontrarono più. Ma non essersi più incontrati non significa non essersi ritrovati. Ci si ritrova anche senza incontrarsi.
Ci sono amori e si ama senza amore. La finzione è un indefinibile incastro nella vita. Quando un amore non ama più sembra non esistere più nulla. Si è stati. Non si continuerà ad essere e a incontrarsi. Ma sarà solo un assurdo. L’amore non si spezza. L’amore non si spezza se si ama con amore.
Mio caro amico lettore, c’è il bisogno, a volte, di trasformare le illusioni in visioni, in immagini, in sogni. Bisogna fare in modo che ogni immagine possa vivere il destino del sogno.
Il monaco tibetano e lo sciamano Yulta si sono sempre ritrovati nel destino del sogno o nel sogno che si offre al destino. La vita è fatta di onde.
Io non penso più alle nuvole. Mi ritornano nello sguardo le onde: quelle onde che ascolto dalla finestra sul mare. Mi parlano e io a loro confesso con lo sguardo del silenzio ciò che ho affidato ai segreti. Ma c’è il mistero. Il mistero è l’onda tra le onde. Il mistero è l’unica salvezza se abbiamo il coraggio di credere alla salvezza. Chi crede nella salvezza ha già incontrato Dio.
Yulta osservò l’azzurro. Il monaco tibetano ascoltò le voci.
Io vivo il silenzio e il silenzio è il sorriso che custodiamo. Abbiamo bisogno di custodire perché abbiamo bisogno di segreti per restare nella vita. Impareggiabili come i  veri viandanti che sanno di avere un porto e sanno anche che non è necessario raggiungerlo.
Ho aperto il quaderno dello sciamano Yulta e sulla prima pagina ho trovato scritto: “Un giorno un monaco tibetano mi ha detto: ci vuole così poco per amare”.

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