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sabato 5 settembre 2015

Monsignor Filippo Santoro, Arcivescovo di Taranto all' #EXPOMilano2015

Mons.Filippo Santoro all'EXPO Milano2015
Dacci oggi il nostro pane quotidiano” è il cuore della preghiera del Maestro Gesù consegnata alla sua comunità. Spezzare il pane, condividerlo, ringraziare per il dono ricevuto sono i gesti intorno ai quali ruota la nostra fede, fede che va costituendo sempre un nuovo umanesimo, perché desidera che a tutti sia annunciata la propria  dignità di figli, di figli di Dio e che a tutti venga dato lo stesso pane. «Expo - come dice papa Francesco - è un’occasione propizia per globalizzare la solidarietà. Cerchiamo di non sprecarla ma di valorizzarla pienamente!».

Expo, occasione ricca e variegata di incontro fra i popoli e le culture, dal respiro mondiale, credo possa ricevere una luce efficace, da un testo della Chiesa dei nostri giorni, chiesa che vive un fremito missionario straordinario. Mi riferisco all’enciclica Laudato si’, che 
“non è un'enciclica verde ma è un'enciclica sociale perché all'interno della vita sociale dell'uomo non si può assolutamente escludere la cura dell'ambiente".
 Precisazione proprio di Papa Francesco ai sindaci di tutto il mondo, intervenendo su moderne schiavitù e mutamenti climatici, ponendo l’accento su quanto importante sia curare l’ambiente in quanto questo significa avere un atteggiamento di “ecologia umana”.
Il Papa ci invita a non separare l’uomo dall’ambiente e sottolinea la bellezza del termine italiano “Creato” che esprime bene il senso di ciò che il Signore ci ha donato.
      La mia esperienza pastorale si è svolta e si svolge in due luoghi che possono essere presi a esempio dei danni che l’uomo ha prodotto con la sua rincorsa dissennata al profitto: il Brasile e la Puglia, in particolare nella mia Taranto.
Ho trascorso molti anni in Brasile, da Rio a Petropolis, ultima diocesi latinoamericana della quale sono stato vescovo prima di ritornare in Italia. Ho conosciuto le difficoltà dei “campesinos”, i piccoli agricoltori costretti a rivendicare il diritto alla terra e a combattere contro le conseguenze delle mutazioni climatiche. 
Sono poi arrivato a Taranto, la città che più di ogni altra in Italia porta su di sé le ferite dovute alla corsa a un profitto di pochi a scapito dei valori che i Papi negli anni hanno richiamato, a cui torna con forza a far riferimento Francesco, del rispetto della dignità umana e dell’ambiente di un’intera comunità che oggi tenta di trovare una difficile via di redenzione.
Si tratta in entrambi i casi di idee di sviluppo superate che hanno relegato l’Uomo e il Creato in un ruolo di secondo piano rendendo oggi chiaro a tutti e non più eludibile la necessità che essi ritornino a essere gli attori principali del nostro agire politico e sociale. L’eterno conflitto tra salvaguardia dell’ambiente e posti di lavoro, tra sfruttamento delle risorse e progresso non è più tollerabile e ci chiama a una profonda riflessione per riprogettare il nostro futuro.
      Dobbiamo operare quindi una “conversione”, una presa di coscienza della nostra condizione di abitanti il pianeta Terra; dobbiamo superare la misera condizione di “consumatori”, di risorse e di merci, a scapito di una gran parte di essere umani. Dobbiamo salvarci dalla “perversione” che ha caratterizzato l’evoluzione dei sistemi produttivi che così tanti guasti hanno provocato, e torno a pensare al siderurgico di Taranto, e operare una “riconversione” in chiave di “ecologia umana” come la chiama il Papa.
“Nutrire il pianeta, energia per la vita” è il tema di Expo 2015 e come non pensare alle immagini terribili di questi giorni che ci raccontano il dramma dei migranti che spinti da fame e guerre la perdono la vita!
Siamo chiamati in causa da oltre 2 milioni di persone che soffrono la fame e che premono ai confini di una parte di mondo che consuma oltre il necessario e che si ostina a non condividere. La Chiesa in questa esposizione mondiale ha il compito di richiamare tutti a un sussulto etico affinché, come ha detto Papa Bergoglio: “Tutti possano beneficiare dei frutti della Terra”.
Leggendo e rileggendo la LS, sono sempre più convinto dell’opportunità che il testo in questione possa divenire occasione di approfondimento e di confronto ‘privilegiato’ anche in altri luoghi del nostro Paese, a cominciare da quei posti dove sono presenti conflitti ed emergenze ambientali (ad esempio, Terra dei fuochi, Vajont, Casale Monferrato, Brescia, Gela, Valle del Sacco, Quirra). 
Credo che questo documento sia un contributo importante del magistero sociale della Chiesa per ogni uomo di buona volontà sulla terra e illuminante per la nostra terra – e per tutti quei siti – dove si palesa da anni il grande conflitto fra salute e lavoro. Il magistero di Papa Francesco può dare respiro profondo a tutti quei temi, situazioni e contesti che legittimamente attendono e meritatamente rientrano nella cura dovuta alla casa comune. 
Ad una prima lettura si può notare con soddisfazione, il respiro propriamente cattolico e cioè universale dell’enciclica. Questa grande dimensione non disperde le soluzioni dei problemi territoriali nelle infinite emergenze mondiali, talvolta ben più grandi e gravi, se si parla ad esempio di emergenze che interessano continenti interi, ma paradossalmente o provvidenzialmente, a seconda del personale approccio al documento, vengono offerte alcune coordinate che possono permettere– tra le altre indicazioni – una precisa localizzazione del caso Taranto. 
Quei ponti di dialogo, quella conciliazione o equa soluzione tra ambiente, salute e lavoro tacciata da tanti come utopica, quella bonifica delle coscienze, tanto invocata molte volte in questi anni, l’evocazione costante del bene comune, non come slogan, ma come polo obiettivo indispensabile di conciliazione, finanche quella dimensione culturale delle proprie radici, come via del riscatto e della rinascita insieme a molti altri punti di riflessione, non ultimo anche quello riferito ai mass media, trovano una vasta esposizione in questo documento, ecco perché riveste un grande interesse e può essere per tutti noi un’occasione di approfondimento da non sprecare. È ovvio che l’enciclica ha uno sguardo mondiale e il tentativo di un’attualizzazione non deve sfiorare nessun riduzionismo, come è anche plausibile che in questa riflessione non possano essere toccati tutti gli aspetti del documento che entra anche nel merito di analisi, di esempi e di soluzioni concrete raccolte dall’intero pianeta.
Ma l’orizzonte così ampio che l’enciclica ci propone è la capacità di offrire una prospettiva adeguata per superare conflitti ritenuti cruciali come quello tra ambiente, salute e lavoro è possibile perché Papa Francesco pone innanzitutto una questione di metodo. Afferma infatti:

Le riflessioni teologiche e filosofiche sulla situazione dell’umanità e del mondo possono suonare come un messaggio ripetitivo e vuoto, se non si presentano nuovamente a partire da un confronto con il contesto attuale, in ciò che di inedito ha per la storia dell’umanità (17).

L’ascolto della realtà e l’attenzione alle circostanze che ci provocano sono indispensabili per un affronto adeguato dei problemi. Il Signore ci parla con spunti inediti della realtà in cui viviamo e ci provoca a tener conto di quanto accade per giudicarlo alla luce del messaggio evangelico. Il Papa utilizza così il metodo largamente diffuso in America latina del Vedere, Giudicare, Agire, ereditato dall’Azione Cattolica francese (precisamente dalla Joc degli anni 30 del secolo scorso). L’attenzione alla realtà è insita nel metodo della fede. Dell’applicazione di tale metodo papa Bergoglio è stato maestro nella V Conferenza Generale dell’Episcopato latinoamericano e dei Caraibi tenuta in Brasile ad Aparecida nel 2007. Certo il vedere non è mai un vedere puro, ma parte da una prospettiva in cui i fatti sono colti ed analizzati. Così ad Aparecida Bergoglio al vedere antepone una premessa costituita dagli “occhi e dal cuore dei discepoli missionari perché i nostri popoli abbiano vita”; e poi parte l’analisi della realtà. La premessa non è una ideologia o una teologia, ma è costituita dagli occhi e dal cuore di persone concrete, del popolo credente, fatto in prevalenza da gente povera e semplice. Questo soggetto vede la realtà e la vuole cambiare.
Anche nella LS il vedere è preceduto da una rapida carrellata su ciò che gli ultimi pontefici hanno detto sul tema dell’Ambiente a partire da San Giovanni XXIII con la Pacem in Terris ed otto anni dopo da Paolo VI nel discorso alla FAO e in vari messaggi. San Giovanni Paolo II ha ripreso globalmente il problema invitando ad una “conversione ecologica”. Nella allora Italsider di Taranto e a Martina Franca aveva, 26 anni fa, suonato il campanello d’allarme con un forte avvertimento, tristemente ignorato. Benedetto XVI aveva invitato ad eliminare le cause strutturali della disfunzione dell’economia mondiale e a correggere modelli di crescita incapaci di garantire il rispetto dell’ambiente.  Il vedere quindi è pieno di passione evangelica che, particolarmente in questa enciclica, si fa ferire dalla realtà. E così il tema della cura della casa comune diventa argomento centrale nel magistero pontificio ed indica anche un elemento non secondario, ma essenziale nella esperienza di fede.
Anche a uno sguardo veloce non è difficile notare la ricchezza del documento e la complessità della “cura della casa comune”. Vi è un cammino lento e accurato di comprensione e di attuazione, da declinare poi nei singoli territori. 
In questo senso, pensando al contesto spaziale in cui opero, che è diventato un caso emblematico a livello nazionale, l’audacia di Papa Francesco mi spingerebbe oggi, comunque sia, a voler redigere un vero e proprio “testo ecologico tarantino” in tutte le sue dimensioni: ecologia ambientale, economica sociale; ecologia culturale; ecologia della vita quotidiana.
Dal canto mio sono rimasto particolarmente bene impressionato per aver incontrato nelle citazioni molti riferimenti ai lavori delle diverse Conferenze Episcopali, specie quelle delle zone più povere, il che dà prova del desiderio di Papa Francesco di una sempre maggiore collegialità, attingendo a piene mani all’abbondante ricchezza della Chiesa sparsa in tutto il mondo. Davvero, nel solco della grande tradizione, egli presiede come Vescovo di Roma a tutte le altre Chiese nella carità. 
Saranno molte le interpretazioni sistematiche dell’enciclica. Personalmente mi sono lasciato suggestionare da alcuni passaggi che qui condivido. 
Partirei da un primo punto chiave ispirato proprio al santo di Assisi, del quale il Papa porta il nome, introducendo un concetto cardine, quello di ecologia integrale:  
“Credo che Francesco sia l’esempio per eccellenza della cura per ciò che è debole e di una ecologia integrale, vissuta con gioia e autenticità”  (n. 10).
Sempre parlando della spiritualità francescana, ci viene offerto un altro importante punto di vista della questione ambientale, una dimensione da recuperare, una situazione originale dell’uomo, situazione anch’essa diritto di ciascuno:
“Il mondo è qualcosa di più che un problema da risolvere, è un mistero gaudioso che contempliamo nella letizia e nella lode” (n. 12).
Per Papa Francesco, i delitti contro l’ambiente sono alimentati spesso dai potenti che sono sordi agli inviti di coloro che lottano per la sua custodia, ma non di meno sono complici del degrado coloro i quali vivono nel disinteresse, nell’indifferenza al problema:

“Purtroppo, molti sforzi per cercare soluzioni concrete alla crisi ambientale sono spesso frustrati non solo dal rifiuto dei potenti, ma anche dal disinteresse degli altri. Gli atteggiamenti che ostacolano le vie di soluzione, anche fra i credenti, vanno dalla negazione del problema all’indifferenza, alla rassegnazione comoda, o alla fiducia cieca nelle soluzioni tecniche. Abbiamo bisogno di nuova solidarietà universale. Come hanno detto i Vescovi del Sudafrica, «i talenti e il coinvolgimento di tutti sono necessari per riparare il danno causato dagli umani sulla creazione di Dio».Tutti possiamo collaborare come strumenti di Dio per la cura della creazione, ognuno con la propria cultura ed esperienza, le proprie iniziative e capacità” (n. 14).

Al contempo, dalle parole del Papa intuisco come in questo momento dalla storia del mondo – e quindi anche della mia e delle nostre città – il terreno del dialogo, della conciliazione, dell’incontro, della testimonianza, dell’ecumene sia proprio la custodia del creato. Questo documento mi incoraggia, lì dove c’è stata anche incomprensione, talvolta conflitto o pregiudizio, ad offrire l’opportunità di un cammino comune. Che sia la questione ambiente, per la Chiesa l’areopago dell’evangelizzazione dei prossimi anni?  

“Ma oggi non possiamo fare a meno di riconoscere che un vero approccio ecologico diventa sempre un approccio sociale, che deve integrare la giustizia nelle discussioni sull’ambiente, per ascoltare tanto il grido della terra quanto il grido dei poveri” (n.49).

La LS non lesina assolutamente riflessioni anche sull’urbanistica, sulla mancanza di spazi verdi, sulla cementificazione (vedi cap. IV).
Sarà anche interessante valutare a livello locale, con i dovuti adattamenti, l’opportunità di riflettere quanto sia maturato verso Taranto e verso tutti quei luoghi affetti da problematiche ambientali – quello che nell’enciclica viene chiamato “debito ecologico” (n. 51). Anche noi purtroppo, annoveriamo danni umani e ambientali, la disoccupazione, l’impoverimento ambientale, il danneggiamento dell’agricoltura e dell’allevamento, il mare inquinato, come anche la non avvenuta ricaduta in opere sociali, nonostante la presenza di colossi industriali. 
Papa Francesco non manca di sottolineare come il degrado ambientale e il degrado umano ed etico siano intimamente connessi (n. 56).
Sarà cura di noi tutti fare oggetto di meditazione e di approfondimento la grande lezione biblica e patristica che nell’enciclica è messa a fondamento delle motivazioni che portano i credenti ad essere custodi e non despoti del creato. Dalla creazione e dallo sguardo del Redentore sul mondo, il cristiano impara innanzitutto a non essere il dio del mondo, perché il mondo, in quanto creato ci precede, ci è donato. 

[Già nel convegno su Ambiente Salute e Lavoro del 7 novembre 2013 la Chiesa tarantina ha cominciato il suo percorso di prossimità proprio partendo dalla lezione sapienziale della Bibbia sul creato come anche sul lavoro, opera delle mani dell’uomo]. 

Come pastore di una Chiesa in uscita, come la vuole Papa Francesco, mi sento incoraggiato da questa enciclica a spronare la comunità ecclesiale all’esercizio dell’amore e della corresponsabilità portando al centro il problema ambientale, della salute e del lavoro che non può evidentemente essere posto fra le tante sfide pastorali, ma deve rientrare come prioritario:
“Non possiamo considerarci persone che amano veramente se escludiamo dai nostri interessi una parte della realtà: «Pace, giustizia e salvaguardia del creato sono tre questioni del tutto connesse, che non si potranno separare in modo da essere trattate singolarmente, a pena di ricadere nuovamente nel riduzionismo»” (n. 92).
Dobbiamo invitare alla speranza anche se:
“la gente ormai non sembra credere in un futuro felice, non confida ciecamente in un domani migliore a partire dalle attuali condizioni del mondo e dalle capacità tecniche. Prende coscienza che il progresso della scienza e della tecnica non equivale al progresso dell’umanità e della storia, e intravede che sono altre le strade fondamentali per un futuro felice” (n. 113).
Così come bisogna formare in maniera remota alla cultura ecologica, non solo fronteggiare l’emergenza:
“La cultura ecologica non si può ridurre a una serie di risposte urgenti e parziali ai problemi che si presentano riguardo al degrado ambientale, all’esaurimento delle riserve naturali e all’inquinamento. Dovrebbe essere uno sguardo diverso, un pensiero, una politica, un programma educativo, uno stile di vita e una spiritualità che diano forma ad una resistenza di fronte all’avanzare del paradigma tecnocratico. Diversamente, anche le migliori iniziative ecologiste possono finire rinchiuse nella stessa logica globalizzata. Cercare solamente un rimedio tecnico per ogni problema ambientale che si presenta, significa isolare cose che nella realtà sono connesse, e nascondere i veri e più profondi problemi del sistema mondiale” (n. 111).

Accanto all’analisi così puntuale per la custodia del creato, è provvidenza per noi che il Santo Padre abbia voluto parlare del lavoro. Anche per quest’ultimo ambito, il fondamento biblico-patristico, nonché l’accenno all’esperienza monastica, sono di particolare interesse. In questa sede il riferimento è al n. 129, dal cui utilizzo può scaturire ancora una volta un invito alla lettura integrale del documento. Per noi che siamo oppressi, anche fisicamente, dai colossi industriali, credo faccia bene sentir parlare anche il Papa di diversificazione dell’economia locale come antidoto per il futuro:

“Perché continui ad essere possibile offrire occupazione, è indispensabile promuovere un’economia che favorisca la diversificazione produttiva e la creatività imprenditoriale” (n. 129).

È ovvio che il documento ha una ricchezza e una profondità che non possono essere espresse esaustivamente in una prima lettura, ma in conclusione credo sia importante accennare brevemente ad un aspetto che evidenzio riprendendo il concetto di ecologia integrale, così come esposto in particolare nel capitolo quarto. Mi riferisco all’ecologia, ambientale, economica, sociale e culturale: 

“Le direttrici per la soluzione richiedono un approccio integrale per combattere la povertà, per restituire la dignità agli esclusi e nello stesso tempo per prendersi cura della natura” (n. 139).
“«…la protezione dell’ambiente dovrà costituire parte integrante del processo di sviluppo e non potrà considerarsi in maniera isolata»” (n. 141).
Incoraggia ancora una volta il santo Padre a procedere nell’incremento di una ecologia della cultura che per me richiama immediatamente il centro storico di Taranto – la vecchia Isola – come anche le periferie dei grandi centri urbani del nostro Paese. In specifico:

“È necessario curare gli spazi pubblici, i quadri prospettici e i punti di riferimento urbani che accrescono il nostro senso di appartenenza, la nostra sensazione di radicamento, il nostro «sentirci a casa» all’interno della città che ci contiene e ci unisce. È importante che le diverse parti di una città siano ben integrate e che gli abitanti possano avere una visione d’insieme invece di rinchiudersi in un quartiere, rinunciando a vivere la città intera come uno spazio proprio condiviso con gli altri. Ogni intervento nel paesaggio urbano o rurale dovrebbe considerare come i diversi elementi del luogo formino un tutto che è percepito dagli abitanti come un quadro coerente con la sua ricchezza di significati. In tal modo gli altri cessano di essere estranei e li si può percepire come parte di un «noi» che costruiamo insieme” (n. 151).

Concludo con un riferimento al bene comune, più volte citato dal Papa e a tutti caro come pietra miliare:
“Quando siamo capaci di superare l’individualismo, si può effettivamente produrre uno stile di vita alternativo e diventa possibile un cambiamento rilevante nella società” (n. 208).
Ma l’individualismo come lo superi? E soprattutto le grandi multinazionali come superano la pura logica del profitto che è alla base di una economia che uccide, come dice nella Evangelii Gaudium  Papa Francesco? Egli indica vari mezzi tra cui una “governance globale” (175) a cui l’economia dovrebbe obbedire. La vera prospettiva è quella di una “ecologia integrale” prodotta da una conversione ambientale (vedi tutto l’ultimo capitolo)  che supera il dominio del “paradigma tecnocratico” che nasce da un eccesso di antropocentrismo (116) e che presume di essere indipendente da altri valori di riferimento.
Il cuore evangelico di Papa Francesco rilancia il grido accorato della terra e dei poveri (49) per scuotere l’indifferenza dei potenti e propone a tutti gli uomini di buona volontà un messaggio energico e pieno di speranza per la custodia del creato secondo lo spirito del poverello di Assisi. Dalla lode al grido, al lavoro comune senza sconti. Siamo di fronte ad una enciclica che può dare una svolta radicale nella costruzione di un futuro in cui la vita delle persone e del pianeta è valorizzata e non distrutta. E’ indispensabile che sia realmente ripresa nei suoi contenuti e nel suo metodo. Con questa enciclica molti luoghi in cui la terra è stata violata e depredata, come è accaduto a Taranto,  possono diventare cantiere di speranza ed esempio virtuoso di cura della casa comune. 

“…e gli uomini imparano a convivere questi capì bene che la salvezza non viene dal potere e dal mondo, ma dalla radicalità sino alla croce dell’amore di Cristo. Lui è il cammino verso la pienezza della creazione” (100).

E di questo cammino verso la pienezza della creazione, che rileggo con nitidezza uno dei passaggi più alti dell’epistolario paolino. San Paolo al capitolo ottavo della Lettera ai Romani (cfr 8, 18-24) riconosce anche nella difficoltà e nel dolore la doglia di una nuova nascita, una spinta vitale anche se impegnativa, innervata dalla risurrezione di Cristo fin verso la piena liberazione. 
Lo sguardo della Chiesa sul creato, sul mondo, come ci ricorda l’Apostolo delle genti, è quello di chi è stato generato nella speranza la stessa speranza che illumina anch ei passaggi più drammatici dell’enciclica, come anche illumina e sostiene la chiesa a fianco degli ultimi, di coloro che patiscono la fame e bussano ai «popoli dell’opulenza» (Populorum Pogressio 3) 

Ancora una volta il papa su Expo:

Il Signore ci aiuti a cogliere con responsabilità questa grande occasione. Ci doni Lui, che è Amore, la vera “energia per la vita”: l’amore per condividere il pane, il “nostro pane quotidiano”, in pace e fraternità. E che non manchi il pane e la dignità del lavoro ad ogni uomo e donna.

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