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giovedì 28 luglio 2016

LA BANCA E IL POSTMODERNO


 di Francesco Annicchiarico 
(docente UniBa Taranto)
“Protect me from what I want”(Proteggetemi da ciò che voglio): frase e opera d’arte composta da luci LED, concepita dall’artista americana Jenny Holzer, che nel 1982 campeggiò insieme ad altre frasi della serie “Truisms” sullo schermo gigante di Times Square a New York.
È un pensiero che percorre lo spirito postmoderno, una definizione del quale, è data dal filosofo Maurizio Ferraris come “il tramonto di un mito”.

Il mito che termina, con l’avvento del postmoderno, è quello della modernità con le sue verità “forti” tra le quali si annoverano principalmente l’illuminismo, l’idealismo e il marxismo e ciò che rimane è una spinta individualista.
Il filosofo che teorizzò questa nuova concezione sociale e umana fu il francese Jean-François Lyotard, che nel 1979 pubblicò il saggio intitolato “La condizione postmoderna” definita, già nelle prime pagine, come “l’incredulità verso la metanarrativa”: il venir meno della fede nelle  grandi ideologie.

Il termine, però, fu coniato, nel 1917, dal filosofo tedesco Rudolf Pannwitz come aggettivo, nella sua frase: “L’uomo postmoderno si sottomette alle tendenze culturali, esigenti quanto vane ed irrisorie, della modernità”, ad indicare un passaggio ad una visione che non agogna più ad abbracciare i grandi sistemi.
Si trattò solo di una frase e non  ancora di un programma estetico e filosofico.
Per i teorici di questa concezione,  la gravità della storia passata sembrerebbe non interessare più: l’individuo vive la propria individualità, risultante dalla natura egoista ed edonista e al contempo fa i conti con la limitatezza della propria capacità d’azione, percependo le Istituzioni politiche, economiche e amministrative  distanti dai propri bisogni.

Un altro importante filosofo, avrebbe individuato la matrice di questo stato di cose e lo avrebbe esplicitato anche nel titolo della sua opera più importante del 1986: “Il Postmoderno o la logica del tardo capitalismo”, ovvero il nuovo corso postmoderno trae origine dalla diffusione del capitalismo a livello globale e dalla nuova tecnologia utilizzata dai media di comunicazione.

L’opera citata è di grande pregio intellettuale e vorrei ricordare alcuni passi:
-“È successo che, oggi, la produzione estetica si è integrata nella produzione di merce in generale: la frenetica necessità economica di produrre nuove linee di beni dall'aspetto sempre più inconsueto (dal vestiario agli aeroplani), con un giro d'affari sempre più grande, assegna all'innovazione e alla sperimentazione estetiche una funzione e una posizione strutturali più essenziali.

-“…un’assuefazione – storicamente originale- dei consumatori a un mondo trasformato in pure immagini di se stesso o a pseudo eventi e “spettacoli”. E’ ad oggetti di questo tipo che vorremmo riservare la concezione platonica del “simulacro” – copia identica di un originale mai esistito. Si può dire che la cultura del simulacro prenda vita in una società in cui il valore di scambio si è talmente generalizzato da cancellare la stessa memoria d’uso”. (Jameson, 1986)
Insomma, per Jameson noi prendiamo per reale solo la porzione di mondo che il mercato globale ci “impachetta” e che ci “spaccia” per realtà.
Egli riprende una frase di Guy Debord dall’opera “La società dello spettacolo”: “L’immagine è diventata la forma finale della reificazione”.

La cultura dell’immagine così esplicitata ci condanna a non conoscere il passato storico perché oggi viviamo: “una situazione storica nuova  e originale, in cui siamo condannati ad indagare la Storia passando per le nostre immagini ‘ pop’ e per i simulacri di questa stessa storia, che come tale resta sempre irraggiungibile.” (Jameson, 1986)

Nella visione del filosofo, il capitalismo unito alla tecnologia è la causa della condizione postmoderna:
“La tecnologia della società contemporanea è perciò cattivante e affascinante, non tanto di per sè, ma perchè sembra fornire una rappresentazione sintetica e privilegiata per comprendere un network di potere e controllo ancor più difficile da cogliere per la nostra mente e per la nostra immaginazione - ossia l’intero nuovo network globale decentrato del terzo stadio del capitalismo.”  (Jameson, 1986)

Il terzo stadio del capitalismo sarebbe quello che egli definisce “multinazionale” e viene dopo il primo stadio “mercantile” ed il secondo “imperialistico o monopolista”.
Caratterizzante questo terzo stadio è la componente cospirativa  globale, come si evincerebbe dalle stesse produzioni cinematografiche e di fiction, in cui i soggetti istituzionali agiscono con l’utilizzo delle tecnologie più moderne a scapito dei comuni cittadini; egli infatti spiega:
“Soltanto nei termini di quest’altra realtà, quella delle istituzioni economiche e sociali- enorme e minacciosa, ma percepibile soltanto oscuramente – è a mio avviso possibile teorizzare adeguatamente il sublime postmoderno”  (Jameson, 1986)

Pertanto, gli uomini di potere sono mossi da interesse personale, e sarebbe questa la ragione alla base degli scambi economici e finanziari: nulla viene ideato e prodotto se non per perseguire la volontà di potenza dei singoli individui o dei governi nazionali.
È lo stesso Friedrich Nietzsche, annoverabile tra i precursori postmoderni a scrivere in riferimento  agli “oltreuomini”: “una specie superiore di uomini che grazie alla loro sovrabbondanza di volontà, sapere, ricchezza e influsso, si serviranno dell'Europa democratica come del loro strumento più docile e maneggevole per prendere in mano le sorti della terra, per plasmare, come artisti, l'uomo stesso” (Frammenti postumi, 1885,1887)

Qualunque forma ideale, viene così persa, e anche la scienza, come argomentato da Lyotard, è soggetta alle stesse regole della finanza postmoderna: nulla viene concepito scientificamente se non ha un valore di accrescimento economico o militare, altrimenti non verrebbe finanziato, in quanto privo di utilità.

“(Il sapere) può circolare nei nuovi canali, e divenire operativo, solo se si tratta di conoscenza traducibile in quantità di informazione. Se ne può trarre la previsione che, tutto ciò che nell’ambito del sapere costituito non soddisfa tale condizione sarà abbandonato…. L'antico principio secondo il quale l'acquisizione del sapere è inscindibile dalla formazione (bildung) dello spirito, e anche della personalità, cade e cadrà sempre più in disuso. Questo rapporto tra la conoscenza ed i suoi fornitori ed utenti, tende e tenderà a rivestire la forma di quello che intercorre fra la merce ed i suoi produttori e consumatori, vale a dire la forma del valore. Il sapere viene e verrà prodotto per essere venduto, e viene e verrà consumato per essere valorizzato in un nuovo tipo di produzione: in entrambi i casi, per essere scambiato.”  (Lyotard, 1979)

La conoscenza è oggetto di studio, limitatamente alla componente che può essere riconosciuta come merce:
 “Si può immaginare che le conoscenze, invece di essere diffuse in virtù del loro valore “formativo” o della loro importanza politica (amministrativa, diplomatica, militare), vengano fatte circolare negli stessi circuiti della moneta, “conoscenza dei mezzi di pagamento/conoscenza dei mezzi di investimento”, vale a dire: conoscenze scambiate nell’ambito della riproduzione della vita quotidiana (riproduzione della forza-lavoro, “sopravvivenza”) versus credito di conoscenza per ottimizzare le prestazioni di un programma.”  (Lyotard, 1979)
Inoltre, la società smette di essere coesa creando forti divergenze incolmabili.

La volontà di potenza dei singoli individui come degli Stati Nazione diventa l’unica ragione dell’agire:
“Da questa decomposizione delle grandi Narrazioni..., deriva ciò che alcuni analizzano come dissoluzione del rapporto sociale e passaggio delle collettività sociali allo stato di una massa composta di atomi individuali lanciati in un assurdo movimento browniano”    (Lyotard, 1979)

La più importante di queste “Narrazioni”, l’Illuminismo è ben descritta dallo stesso filosofo francese nell’introduzione della sua Opera:
“…avviene per esempio che la regola del consenso fra destinatore e destinatario di un enunciato con valore di verità venga considerata accettabile qualora si inscriva nella prospettiva di una possibile unanimità degli spiriti razionali: tale era la narrazione dei Lumi, dove l’eroe del sapere lavora per un fine etico-politico buono, la pace universale. Da questo caso risulta evidente come legittimando il sapere attraverso una metanarrazione, che implica una filosofia della storia, si è portati ad interrogarsi sulla validità delle istituzioni che governano il legame sociale: anch’esse richiedono una legittimazione. La giustizia diviene in tal modo il referente di una grande narrazione, allo stesso titolo della verità”. (Lyotard, 1979)

La filosofia postmoderna perde, quindi i valori laici e illuministici.
La finanza non è più concepita come strumento di emancipazione dell’individuo, e la banca, l’Istituzione che codifica l’attività finanziaria, non è più motore di libertà, come lo fu per la fiorente borghesia duecentesca, che si affermò nei liberi Comuni, Italiani prima e  Europei dopo.

Né lo scambio di merci, avrebbe più quel valore che Voltaire attribuiva e che amerei ricordare in una sua lettera: “Entrate nella borsa di Londra, questo luogo più rispettabile di tante Corti, vi vedrete riuniti i deputati di tutte le nazioni per l’utilità degli uomini. Là il giudeo, il maomettano e il cristiano trattano l’uno con l’altro come se fossero della medesima religione, e non danno l’appellativo di infedeli se non a coloro che fanno bancarotta; là il presbiteriano si fida dell’anabattista e l’anglicano accetta la cambiale del quacchero. (…) Se in Inghilterra vi fosse una sola religione, ci sarebbe da temere il dispotismo; se ve ne fossero due, si scannerebbero a vicenda; ma ve ne sono trenta, e vivono felici e in pace”.(VI delle lettere inglesi dell’ Encyclopédie)

Perché, dunque, nella nostra età attuale la finanza e il capitalismo evocano scenari postmoderni di oppressione della élite dirigente, anziché opportunità per i comuni cittadini?
Indubbiamente i fatti di cronaca, ci avvertono della pericolosità degli uomini di potere, soggetti talvolta senza scrupoli a cui interesserebbe il solo tornaconto personale, mentre le condizioni di vita e lavorative della classe popolare peggiorano qualitativamente senza intravedere possibilità di cambiamento.
Pertanto, verrebbe da chiedersi: le pesanti crisi economiche, i fallimenti bancari sono la realizzazione sempre più visibile della concezione nichilista “incredula” della postmodernità?

La società disgregata e atomista, è quindi impotente nei confronti della spregiudicatezza della classe che governa le istituzioni politiche ed economiche?
A mio giudizio, la postmodernità caratterizza la decadenza culturale e conseguentemente istituzionale della nostra società.
La capacità di avversare la tendenza postmoderna consisterebbe nel proporre ancora l’Illuminismo, libero dai compromessi culturali che lo hanno mortificato, nel corso delle epoche successive, unito ad una visione patriottica e romantica.

Chi ricorda le “metanarrazioni” di Giuseppe Mazzini o di Abramo Lincoln?
Tornando alla finanza, senza la quale non sarebbe possibile alcuna ipotesi di sviluppo, cosa dovrebbe accadere alle istituzione bancarie per riacquistare la fiducia dei cittadini?

Anche in questo caso, andrebbero applicati i principi illuministici di libero mercato: la classe  politica dovrebbe togliere i suoi giri clientelari, create, in Italia, dalle fondazioni bancarie, che permettono ai politici di governare le banche e  conseguentemente permettono solo ai pochi raccomandati di ottenere credito oltre ogni merito.
Sarebbe necessario separare la funzione del prestito a famiglie e imprese, che è la vera ragione dell’importanza di questa Istituzione, dalla funzione di investimento in prodotti bancari e finanziari, tristemente noti per l’abuso dei titoli derivati e che dovrebbe essere di appannaggio degli esperti del settore. Insomma dividere la banca commerciale dalla banca d’investimento.
La divisione delle due tipologie, permetterebbe di separare i capitali presi a prestito dai correntisti, dagli impieghi in attività finanziarie che niente hanno a che fare con la crescita economica e sociale, ma solo con attività speculative di cui beneficiano soltanto le cerchie dirigenziali e clientelari.
Perché ciò non viene fatto? Forse è proprio la mancata educazione laica anche in questo settore, e la tendenza culturale che in questo articolo è stata descritta come postmoderna, che spinge verso una visione irrimediabilmente decadente senza spiegare i termini della questione.
Ricordo  una frase di Abramo Lincoln: “Dobbiamo avere fede che la ragione disponga della forza” che apre la via ad una narrazione illuminata.
Inoltre ricordo l’ importante elettore del politico americano: il poeta e filosofo Ralph Waldo Emerson: “L’uomo deve essere capitalista” in quanto: “la vera prosperità consiste nello spendere sempre su un piano più elevato; nell’investire e investire, così da poter spendere in creazione spirituale e non nell’accrescere l’entità animale”.
Un ritorno pertanto alla narrazione, da opporre al declino attuale.
È questa infatti la forza dell’Occidente fin dalle origini,  ed è lo stesso Lyotard a ricordarcelo:
“… è con la sua stessa forma, che lo sforzo di legittimazione nei ‘Dialoghi’ scritti da Platone, rende l'onore delle armi alla narrazione; l'uno e l'altra rivestono sempre infatti la forma del racconto di una discussione scientifica. Poco importa qui che la storia del dibattito sia più rappresentata che riferita, messa in scena piuttosto che narrata e che appartenga dunque più alla tragedia che all’epica. ..Il sapere scientifico non può sapere e far sapere che è il vero sapere senza ricorrere all’altro sapere, il racconto”  (Lyotard, 1979)

Di Aristotele, il filosofo francese scrive:
“Aristotele è stato indubbiamente uno dei più moderni, isolando la descrizione delle regole cui devono sottostare gli enunciati che  si dichiarano scientifici (l’Organon) e della ricerca della loro legittimità all’interno di un discorso sull’essere (la Metafisica).” (Lyotard, 1979)

L’antica Grecia da cui ha avuto origine la narrazione occidentale ha contenuto in sé i germi della forza di progresso umano, come egli stesso scrive:
“Questa inclinazione generale della modernità a definire le condizioni di un discorso in un discorso sulle condizioni, si accompagna ad una reintegrazione della dignità delle culture narrative (…) già nell’umanesimo rinascimentale, e successivamente con modalità diverse nell’Illuminismo… Questo esplicito ricorso alla narrazione nella problematica del sapere coincide con l’emancipazione delle borghesie dalle autorità tradizionali. Il sapere narrativo ricompare in Occidente per offrire una soluzione alla legittimazione delle nuove autorità… Chi ha il diritto di decidere per la società? Qual è il soggetto le cui prescrizioni hanno valore normativo per coloro che esse obbligano? Questo modo di interrogare la legittimità socio politica si combina con la nuova attitudine scientifica: il nome dell’eroe è il popolo, il segno della legittimità è il consenso popolare, il modo della produzione normativa è la deliberazione. Ne deriva immancabilmente l’idea di progresso…”(Lyotard, 1979)

Nonostante l’ottima analisi del filosofo postmoderno, egli evidenzia la sua avversione al sistema:
“Ognuno dei grandi racconti di emancipazione, a qualunque genere abbia dato l’egemonia, è stato per così dire invalidato nel suo fondamento dagli ultimi cinquant’anni. – Tutto ciò che è reale è razionale, tutto ciò che è razionale è reale: “Auschwitz” confuta la dottrina speculativa. Almeno questo crimine, che è reale, non è razionale. – Tutto ciò che è proletario è comunista, tutto ciò che è comunista è proletario: “Berlino 1953, Budapest 1956, Cecoslovacchia 1968, Polonia 1980” (e la serie non è completa) confutano la dottrina del materialismo storico: i lavoratori insorgono contro il partito. – Tutto ciò che è democratico viene dal popolo e va al popolo, e viceversa: il “Maggio 1968” confuta la dottrina del liberalismo parlamentare. Il sociale quotidiano mette in crisi l’istituzione rappresentativa. – Tutto ciò che è libero gioco della domanda e dell’offerta favorisce l’arricchimento generale, e viceversa: le “crisi del 1911 e del 1929” confutano la dottrina del liberalismo economico mentre le “crisi degli anni 1974-1979” confutano la versione post-keynesiana di essa”.    (Lyotard)

“ L’inevitabilità storica” di questa condizione è sempre oggetto di riflessione, per Jameson: “Possiamo individuare qualche momento di verità dentro i più evidenti momenti di falsità della cultura postmoderna?....Non tende forse a smobilitarci e a consegnarci alla passività e all’impotenza, facendo svanire sistematicamente le possibilità di azione nella nebbia impenetrabile dell’inevitabilità storica? Converrà discutere questi due problemi (relati) nei termini delle attuali possibilità di condurre oggi una efficace politica culturale e di costruire una  cultura genuinamente politica.”

Una svolta culturale, nella realtà odierna dominata dalla forza delle immagini, dall’iperrealtà visiva e virtuale e  da un flusso informativo ininterrotto , potrà trovare campo d’azione in nuovi collegamenti con le migliori tradizioni del passato: un’opera “aperta”, pertanto, citando l’ importante opera di Umberto Eco, in cui  scienza e  linguaggio di oggi trovano i loro precursori: James Joyce, in primis, ben ricordato da U. Eco:
“In Finnegans Wake (l’ultima Opera di Joyce) infine siamo veramente in presenza di un cosmo einsteniano, incurvato su se stesso – la parola di inizio si salda con quella finale – e quindi finito, ma proprio per questo illimitato” (da “Opera Aperta” ed. 1997)

Vorrei ricordare una frase, in particolare, del Finnegans Wake: “I miei consumatori non sono forse i miei produttori?”.
Un concetto sul quale anche i banchieri di oggi dovrebbero riflettere quando attuano nuove strategie.
Ai pensatori del postmoderno, spesso critici nei confronti della cultura occidentale, vorrei rivolgere un’altra frase di Joyce: “L’Ovest scuoterà l’Est svegliandolo, mentre  tu cammini avendo la notte per il dì”.( Finnegans Wake, 1939).


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