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martedì 3 febbraio 2015

A proposito di satira dall’origine ai tempi nostri

di Maria Beatrice Maranò
In questi tempi in cui la parola Satira va tanto di moda e tutti ce ne “sciacquiamo” la bocca come collutorio a buon mercato, mi piace  rammentarne la sua origine ed il suo originario significato! 

E così  …mi tornano in mente i Fescennini e la satura lanx di Diomede:  un piatto colmo di svariatissime e molteplici vivande, offerte agli Dei durante le cerimonie sacre, la cui varietà di cibi ci richiama alla varietà di metri della satira drammatica ( impleta modis) ..una miscela di musiche, danze, dialoghi a base di gesti comici e buffoneschi, canzonette qualcosa che richiama la nostra Rivista.
Quel che è certo è che la Satira Latina non aveva all’origine alcuno spirito aggressivo, infatti le satire di Ennio che ne fu il primo cultore non avevano alcun intento di “radere mores”. Solo dopo il contatto  con le civiltà elleniche Quintilano sarà il grande critico dell’età dei Flavi : “satyra quidem tota nostra est”

Facendo un balzo indietro nella civiltà greca un vero e proprio genere satirico i greci non l’ebbero …ma se per Satira intendiamo un rimprovero poetico contro il vizio e le follie umane, noi troviamo questo lavoro metrico pieno di estro e di energia in ogni genere di poesia greca …inni,  commedie, carmi, tragedie, epica, Eupoli, Cratino Aristofane ….per non parlare dei giambi di Archiloco tutto impulso, impeto e passione pronto a biasimare ed insultare, i cui ritmi Orazio si vantò di aver trasferito nei propri ed i cui tratti preannunziano Aristofane e le invettive di Ipponatte …  
Ma la satira latina a differenza di quella greca nasce proprio dalla singolare dote dei latini di essere maldicenti e di rappresentare con arte mirabile quell’”Italum acetum” che unito alla riflessione etica, essi riconoscevano come la nota dominante e tipica del loro carattere e della loro anima. Ritornando ad Ennio ..il suo fu un genere satirico e poetico nuovo, anche se Orazio lo ignora definendolo “rudi et Graecis intacti carmini auctor” ( Sat I 10,66) e reclama la paternità a favore di Lucilio. 
La satira Luciliana sorge a differenza dell’Enniana per intimo bisogno di sincerità e sfogo  come compromesso tra il sentimento lirico dello scrittore ed il suo vigoroso sentimento morale che lo induce a colpire senza distinzione di classe , i viziosi i farabutti e con esso la vita romana stessa, ormai decaduta dalla primitiva austerità. 
Orazio pur giudicando la sua espressione priva di Labor limae”, gli riconobbe il merito che “spesso dettava come se fosse una bravura, duecento versi in un ora, stando ritto su un sol piede. Procedendo egli come un fiume torbido e fangoso, v’è  in lui qualcosa che vorresti togliere via ( Sat I 4,9 segg.). Orazio uomo di indole riflessiva che non aveva gli ardori appassionati di Catullo, né le visioni sognanti di Virgilio, avvertiva intorno a sè una grande realtà umana che sfuggiva alle intenzioni dell’arte. Per questo iniziò la sua carriera artistica con una poesia, che, come egli stesso diceva, aveva ricavato da Archiloco e dalla sua commedia greca. Orazio volle servirsi della poesia come di un arma da combattimento civile; le sue prime Satire ebbero un carattere più caustico e personale; l’autore voleva affidare a questo tipo componimento un’aspra funzione censoria, convinto di trarre ispirazione da Eupoli, Cratino e Aristofane, poeti della commedia antica donde aveva tratto spunto anche Lucilio. 
Il venosino non fu  un filosofo ma un poeta. Se è vero che qua e là  nelle sue Satire, si ricavano delle massime, queste si illuminano di volta in volta in una battuta, in un guizzo, in un’immagine visiva, per cui le massime rimangono come forma del pensiero, mentre la poesia diviene l’essenza delle Satire scaturite da un pensiero solo, da un’anima, quella di Orazio. La satira di Orazio  è a fini pedagogici, come la sua stessa concezione dell’arte, ed è come una catarsi dell’anima umana. La filosofia di Orazio era quello del “beatus ille qui procul negotiis”…la più sana di tutte perché mossa dal buon cuore!  
Note sono le satire  di Persio e di Marziale , al primo  mancò la qualità che fa veri poeti e cioè l’immaginazione …la facoltà di abbandonarsi alla sensazione pura e semplice delle cose, di concedere se stesso al mondo e di sentire una parte del mondo in se stesso”.... Negli epigrammi di Marziale c’è invece tutto un mondo di variatissime caricature, dove il poeta intende che si cerchi la sua arte ed il suo stile e non la sua persona …e quelle caricature sono il risultato di lunghe osservazioni ….la somma di tutte le sue esperienze! 
Concludiamo con Giovenale egli come dice il Marchesi non sopporta limitazioni alle cose né va oltre il limite  delle cose. Fu insofferente ad ogni compromesso morale ...il suo stile è duro, difficile, egli ebbe però la potenza fantastica di uno scultore originale anche in senso stretto non può essere definito poeta. Stimò sinceramente Traiano e per dirla con Ceronetti lo definì "il buon principe in un ‘oceano' di immondizie”. 
Alla luce dei recenti fatti di Parigi forse sarebbe utile chiedersi, senza voler giustificare in alcun modo e misura violenza alcuna, la funzione di un offesa sconsiderata e oltre ogni misura al credo intimo e personale di ciascuno di noi!  


2 commenti:

  1. Mi permetto di fare un plauso personale alla cara Beatrice Marano' per il suo contributo.Trattando un argomento non certo facile ma irto di difficolta',ha dato prova di conoscenza, cultura,ottima lingua, padronanza ed esattezza delle nozioni necessarie,in un mondo di parolai e falsi "cultori" della cultura.

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  2. Grazie Elio , grazie davvero, un tuo complimento, con il sapere che ti contraddistingue, vale doppio ...in sintonia ...con lo scritto possiamo dire absit iniuria verbis ....Beatrice Marano'

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