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mercoledì 18 febbraio 2015

Alla ricerca della... Grammatica Italiana perduta.

L’italiano è senz’altro una lingua difficile, irta di difficoltà, anche per coloro che la conoscono in modo più  approfondito, sia perché ha regole e regoline che la governano, sia perché la differenza tra lingua parlata e lingua scritta è notevole,sia perché la Grammatica non è  più studiata in maniera decorosa nei luoghi dove dovrebbe essere studiata.

La Grammatica: parola innominabile e antipatica, che evoca pagine polverose e noiose, fitte di regole ferree, a volte inutili, a volte incomprensibili, che sembrano inventate apposta per far passare la voglia di studiare. Quando la si studia a Scuola, gli studenti diventano “verdi” per la noia e per il fastidio.Sono le ore di lezione più difficili da far trascorrere proficuamente! Purtroppo!

Sarà per questo che i ragazzi continuano a infarcire di errori  i temi di maturità, che gli adulti laureati costellano di svarioni i test dei concorsi, che i giornalisti continuino ad infrangere le regole più  semplici e meno semplici,che i politici scivolano sui congiuntivi, e non solo su quelli, nei loro discorsi pubblici,che pseudo intellettuali producono vuote tavole rotonde?

In questi ultimi anni l’utilizzo della comunicazione attraverso il sistema del messaggino dei cellulari con l’utilizzo della scrittura programmata (T9) ha ulteriormente portato confusione nel campo dell’ortografia, consegnandoci, per pigrizia ,all’ignoranza delle più semplici differenze ortografiche.Il ricorso, poi, all’uso dell’e-mail o lettera elettronica, che permette di comunicare velocemente e in tempo reale, giustifica con la fretta strafalcioni di ogni genere, perché l’obiettivo sarebbe “fare presto” e non “fare bene”.

È  necessario recuperare il senso dello scrivere in modo correttoLe ultime prove Invalsi, dimostrano la scarsissima  preparazione linguistica che coinvolge la maggior parte degli studenti italiani. Purtroppo, si assiste ad un impoverimento degli strumenti grammaticali, lessicali e sintattici di cui gli studenti fanno uso. L’aspetto, tra tutti, ritenuto più grave è però quello ideativo ossia l’incapacità di costruire e sostenere un ragionamento


In linea generale, gli strafalcioni più comuni riguardano: L’uso errato del congiuntivo


La scomparsa del passato remoto che viene progressivamente sostituito dal passato prossimo

Moltissimi errori nell’inserire l’ H al posto giusto, più di quanto si pensi

Errori di sintassi e difficoltà nell’articolare una frase con un inizio, uno svolgimento e una conclusione
Progressiva scomparsa dei segni di punteggiatura
Frequenti errori nel sapere dove va posto l’accento e dove l’apostrofo.

Credo che nessuno si sentirà leso se  mi permetto di proporre qualche  esempio, in particolare: qual è o qual'è?  “L'esatta grafia di qual è non prevede l'apostrofo in quanto si tratta di un'apocope vocalica, che si produce anche davanti a consonante (qual buon vento vi porta?) e non di un'elisione che invece si produce soltanto prima di una vocale (e l'apostrofo è il segno grafico che resta proprio nel caso dell'elisione). Come qual ci sono altri aggettivi soggetti allo stesso trattamento: tal, buon, pover (solo nell'italiano antico), ecc.” (Accademia della Crusca)
Sempre dalla Accademia della Crusca, il tempio della Lingua Italiana:



l'accento va messo su...
l'accento non va messo su...
(verbo dare): Mi fastidio
da (preposizione): Vengo da Bari
(il giorno): La sera del di festa
di (preposizione): È amico di Marco
è (verbo essere): È stanca
e (congiunzione): coltelli e forchette
(avverbio di luogo): vai
la (articolo o pronome): La pizza, la mangi?
(avverbio di luogo): Rimani
li (pronome): Non li vedo
(congiunzione negativa): carne pesce
ne (avverbio o pronome): Me ne vado; te ne importa?
(pronome): Chi fa da fa per tre
Naturalmente, il pronome “se”, unito con stesso, si scrive senza accento.
se (congiunzione): Se torni, avvisami
(affermazione): , mi piace
si (pronome): Marzia non si sopporta
(la bevanda): Una tazza di
te (pronome): Dico a te!

Ecco un elenco delle parole più comuni che richiedono l'accento acuto sulla e finale: affinché, benché, cosicché, finché, giacché, né, nonché, perché, poiché, purché, sé (quando è pronome: "Marco pensa solo a "), sicché, ventitré e tutti i composti di tre (trentatré, quarantatré, centotré, ecc.); infine, le terze persone singolari del passato remoto di verbi come battere, potere, ripetere, ecc.: batté, poté, ripeté, ecc. In tutti gli altri casi, l'accento sulla e finale è grave. Ricordare, in particolare, di segnarlo sulla terza persona del presente indicativo del verbo essere: è, su e su caffè.

Ancora  un elenco di parole di uso comune che spesso sono scritte in maniera errata.
"dovunque" non "d'ovunque"    "finora" non "fin'ora"    "ovverosia" non "ovvero sia"   "pressappoco" non "non press'a poco"   "perfino" non "perfino"                
"tuttora" non "tutt'ora"   "tutt'altro" e non "tuttaltro"   "senonché" non "se non che"
"ovverosia" e non "ovvero sia"
“Un po'" si scrive con l'apostrofo, non con l'accento. (È la forma apocopata di “un poco”.)"In fondo" si scrive staccato, mentre “apposta”, "infine" e "incinta" si scrivono attaccati.

Dopo il punto, punto esclamativo e punto interrogativo va messa la maiuscola, anche all’interno dei dialoghi. La maiuscola va sempre usata con i nomi propri, mentre in italiano (a differenza dell’inglese) non si usa con i nomi dei mesi e dei giorni della settimana, né con i sostantivi di nazionalità.Il punto va sempre a fine periodo, anche se all'interno di un dialogo.I numeri di norma vanno scritti in lettere e non in cifre, soprattutto se sono “piccoli”. (Eccezioni: percentuali, orari su ventiquattr'ore, date: giorni e anni, ecc.)
Soggetto e verbo non vanno mai separati dalla virgola (salvo che non ci sia una frase incisa).
Il vocativo deve sempre essere separato dal resto della frase da un inciso, con le virgole (che non possono essere tralasciate)Esempio: "Ascolta, Severus."Ricordiamo le concordanze maschile/femminile, anche nei pronomi. “Gli ho detto”, se è un maschio, ma “le ho detto” se è una femmina e “ho detto loro” se sono più di uno.Ricordiamo di non cambiare il tempo verbale all’interno della stessa frase (e in generale nel paragrafo, capitolo, storia) se non ci sono dei motivi ben precisi. Ribadisco  che ho fatto solo  qualche esempio.



Luca Serianni, linguista e filologo, " I ragazzi approdano all’ Università con un bagaglio linguistico estremamente povero. Affrontano Dante, diventato per loro inaccessibile, esattamemte come se si trattasse di una lingua straniera. Pensano a una traduzione in italiano non a un adattamento alla lingua attuale, quindi ciò che per noi è una parafrasi. "

Alla fine, posso fare un atto di accusa alla mia generazione, che ha compiuto alcune scelte disastrose e non manifesta oggi il minimo pentimento?.  In un mondo che vezzeggia i giovani,li blandisce, li compatisce, e ne alimenta ogni giorno il vittimismo, spero che essi con un gesto coraggioso e rivoluzionario si riprendano la libertà di scegliere se studiare o no, sovvertendo tutti gli insopportabili luoghi comuni che da almeno quarant'anni ci governano e ci opprimono.Lo faranno? Sono molto scettico.




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