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domenica 1 febbraio 2015

A cento anni dalla nascita di padre Francesco Stea

di Pierfranco Bruni

L’Oraziano  scrittore: Siamo tutti dei vissuti o dei sopravvissuti per la cerca della tradizione

Padre Francesco Stea, ha raccontato la classicità delle culture ponendo al centro tre figure caratterizzanti della civiltà occidentale. Orazio. San Francesco di Paola. Gian Battista Vico.
Siamo al centenario della nascita di padre Francesco Stea. 1915 – 2015. Ho ripassato le pagine di alcuni suoi libri. I suoi libri ultimi compresi ciò che usa chiamare “Memorare” dove i personaggi incontrano gli anni e il viaggio e il suo romanzo dove campeggiano Padre Pio e il suo viaggiare in Magna Grecia.
Una metafisica nella storia. Può accadere? Certo.
Perché? Siamo tutti dei vissuti o “sopravvissuti” che abitiamo quel tempo che ha il segno di  un “solco sotto traccia”. Sotto traccia non ci sono le parole, perché le parole si consumano nella storia e il racconto è la percezione di una metafisica che intreccia la possibilità dell’oblio e la metafora.
Il romanzo, perché credo che nel romanzo ci sia il vero diario di un vissuto, di Francesto Stea è un archetipo in un pellegrinaggio che conduce verso l’eremo della speranza che legge la sapientia come essere “raminghi per virtù”. Solco, traccia, virtù nel camminamento dell’essere raminghi. Una filosofia dell’essere che è filosofia della vita e del tempo che intreccia il narrare con la ricerca.
Siamo sempre in cerca. Noi siamo la cerca di noi stessi e ci perdiamo smarrendoci perché, in fondo, restiamo raminghi tra le strade di una speranza che approderà alla provvidenza o alla perdizione. Sempre la provvidenza per Francesco Stea, padre dell’Ordine dei Minimi, ha segnato i suoi studi e il suo orizzonte in una classicità intrecciata tra mondo greco e mondo latino.
La sintesi di questo suo modello la si può recuperare proprio in quell’Orazio che è stato tanto studiato da padre Stea sino ad una interpretazione, che vive nel mondo classico, ma si fa interprete di una contemporaneità che è visione di tradizione e di tradizioni non solo nella lingua, in quella etnia di parole la cui traduzione non ha il senso della rigorosa manifestazione di una fedeltà al testo soltanto, bensì diventa una riproposta per confrontarsi con una modernità che ha consumato tutti i linguaggi.
In fondo Stea si definisce in Orazio con l’incisivo modello di un vichiano ritorno ad una eredità di immagini. Oraziano è l’incidere nell’immagine di un dialogare tra la realtà e l’ironia, ovvero tra il reale e la satira passando tra i labirinti delle Epistole e le Odi senza trascurare mai le Epodi.
Orazio Flacco. Osare di tradurre dice padre Stea. Certo, ma dietro questo concetto “visionariamente” dannunziano c’è sempre la volontà di riportare sulla scena il disegno del Mito. E questo lo fa molto bene attraverso la centralità mitico – simbolica e simbolico - sacrale di Vico, che viene letto con una dimensione in cui la metafisica diventa la percezione del significato della parola nelle parole che è significante del tutto esistere.
Il suo Vico ha una religiosità ben definita anche quando ci racconta San Francesco di Paola in una prospettiva letteraria, oppure quando racconta della sua Grottaglie e del suo Convento dei Paolotti o anche quando tocca la cifra urbanistica e antropologica di città come Sannicandro di Bari.
C’è una universalità per raccontare il particolare ed è come se legasse la tradizione carismatica dei padri della Chiesa con una visione guicciardiniana in cui le “istorie” diventano incisi sul falò della preghiera. Anche quando parla di Giuseppe Battista, il Barocco in Battista diventa poetica, padre Stea ha una sua sottolineatura in cui la spiritualità non solo è devozione, ma ancoraggio alla storia di un processo religioso.
Infatti, tra il Paolano e il Battista, dirà: “…Grottaglie, dove l'Ordine dei Minimi ha profonde radici sin dal 1536 con una sentita e mai sopita devozione verso il Santo di Paola e i suoi figli religiosi, qui, tornati dopo centotrentaquattro anni di deprecata assenza, in seguito alle inique leggi soppressive, in conseguenza delle quali, il vetusto e monumentale convento vedeva il più affliggente degrado e abbandono, non poteva mancare di dare l'accento poetico per la penna di un suo illustre figlio, Giuseppe Battista…".
In questo coriandolare padre Stea è una pietra miliare proprio in quel cammino pedagogico che ci avvicina a San Francesco di Paola. La sua paziente lezione legata all’ascolto del Santo di Paola è una lezione rivolta anche all’uomo del nostro tempo che ci giunge sì attraverso i suoi testi sul Santo, ma, in modo, particolare, grazie ad una griglia letteraria che è appunto intrecciata da Orazio a Vico.
È su questo insistere che bisogna rintracciare quelle linee che sono il riferimento di una scrittura che è ricerca. Le sue ricerche, comunque,  costituiscono l’asse intorno al quale si mobilita l’idea, l’Idea, anzi, in cui la cultura ha la sua profondità nella classicità, ma questa classicità è una antropologia dell’essere.
Un ricercatore, padre Francesco Stea, che ha saputo unire l’eredità di un tempo scardinante con una lettura antropologica. Ha anticipato quella storia delle Idee, dunque, che vive proprio nelle Epistole di Orazio. Ma ogni vita ha la sua sospensione perché, come traduce da Orazio, “In sospeso ancora è il giudizio”.

Padre Stea era nato il 1 aprile 1915. muore il 9 dicembre 1997. Pone come incipit, di citazione,nel suo libro di “Memorare” il Salmo 67,14. Così recita: “Mentre voi dormite tra gli ovili, splendono d’argento le ali della colomba, le sue piume di riflessi d’oro”. Una metafora per raccontare e cercare di definire? Piuttosto una metafisica dell’anima in un Barocco dell’esistenza da Orazio a Vico.

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