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mercoledì 14 novembre 2012

Dioniso:quando l'umano diventa divino.

Quando frequentavo il Liceo Classico credevo che Dioniso (in greco: Διόνυσος) fosse solo il dio piu’ simpatico del paradigma dell’Olimpo:il dio piu’ bontempone, il  piu’ semplice,ma anche il  meno importante. Ma, andando avanti negli studi, ho compreso che questo dio e’,invece, quello piu’ complesso,piu’ “ filosofico “ e certamente piu’ importante  per le diverse implicazioni che la sua figura connota nella natura umana e nel creato. Come del resto si educe dalla complessità del suo mito, l’archetipo Dioniso ha forti potenzialità positive e negative, in quanto suscita i sentimenti più sublimi e più triviali, creando conflitti dentro e fuori dell’uomo che lo incarna.


Dioniso è una delle più affascinanti e contraddittorie divinità della mitologia greca. In senso generale egli rappresenta la prorompente energia della natura dal momento del suo risveglio, quella forza vitale e istintiva che accompagna i frutti alla maturazione, e in quanto tale è visto come una divinità benefica, da cui dipendono i doni della natura stessa.
  Ma, forse perché questa energia tende a scomparire con l’inverno, gli antichi gli attribuirono anche     una serie di simbologie connesse ad un’idea di sofferenza, persecuzione e follia.
Conosciuto soprattutto per aver introdotto il vino, bevanda “dionisiaca” per eccellenza, come vedremo il suo mito offre un ben più ampio simbolismo e molti sono i doni di questo Dio  di sesso maschile ma dall’indole profondamente femminile, amato e odiato, più di una volta ucciso e poi rinato, simbolo della “diversità”, della follia, del piacere senza limiti e di tutto  ciò che viene rinnegato soprattutto perché fa paura.
Bacco ne è il corrispettivo nell’antica Roma, Fuflunus per gli etruschi, Maimone per i sardi mentre Liber Pater è la divinità italica che gli corrisponde.
Uno dei tratti più controversi della divinità riguarda proprio le sue origini e la sua nascita, riguardo la quale esistono diverse versioni .
Per quanto indiscusso sia il nome del Padre, Zeus, diverse sono i nomi che riguardano la madre. Alcuni mitografi dicono sia figlio Demetra, altri di Io, o ancora di Lete; altri ancora lo fanno figlio di Dione, oppure di Persefone.Secondo alcune leggende orfiche, infatti la madre di Dioniso è definita "la regina della morte", il che fa appunto pensare a Persefone. Zeus stesso, innamoratosi di sua figlia, nascosta in una grotta per volere di Demetra, si sarebbe tramutato in serpente e l’avrebbe raggiunta mentre era intenta a tessere.  Fecondatala, la fanciulla partorì due bambini, Zagreo e lo stesso Dioniso.
La versione più conosciuta è comunque quella che lo vede figlio di Semele, donna mortale figlia di Cadmo, re di Tebe. Semele aveva suscitato l'amore di Zeus che la fecondò sotto le spoglie di un mortale.
La gelosa Era lo scoprì e decise vendicarsi contro Semele e il suo bambino non ancora nato. Le apparve quindi sotto le spoglie della sua vecchia nutrice, e convinse l'incauta fanciulla ad assicurarsi della natura divina del suo amante, insistendo perchè le si presentasse nello splendore della sua vera natura.
Quella stessa notte, quando Zeus venne a trovarIa, Semele lo pregò di farIe un favore, e Zeus giurò sul fiume Stige (un giuramento irrevocabile) che avrebbe fatto qualsiasi cosa gli avesse chiesto. Semele, che era stata ingannata da Era, gli chiese di apparirle in tutta la sua maestà di sovrano dell'Olimpo; non sapeva che ciò per lei avrebbe significato la morte. Costretto a rispettare il giuramento, Zeus prese le sue sembianze divine, una presenza che nessun mortale poteva sostenere. Il fuoco di folgore uccise Semele, ma rese immortale il piccolo non ancora nato. Nel momento stesso in cui Semele moriva, Zeus estrasse dal suo grembo Dioniso e se lo cucì nella coscia, che gli fece da incubatrice finché il piccolo non fu pronto per nascere. Ermes fu la levatrice di questo insolito parto. Era un dio adulto che moriva, un dio che trascorreva un certo tempo nell’oltretomba, un dio neonato.L’origine e la natura variegata di Dioniso risulta evidente dal gran numero di epiteti, che si riferiscono alle sue molteplici forme e caratteristiche divine:  epiteti legati alla sua vitalità animale e vegetale, a eventi e invocazioni rituali, a luoghi di culto, ad aspetti inerenti il mito, a prerogative e attribuzioni della sua complessa figura divina: Ampelos, “tralcio di vite”, -Orthòs, Dioniso "diritto"
-Mainòmenos, Dioniso "furibondo", -Endendros e Dendrìtes, ossia lo "spirito dell’albero", -Eriphos, Dioniso "capretto" -Omàdios e Omestès, "colui che si ciba di carne cruda", -Melànaigis, il dio "con la nera pelle di capra", -Bougenès significa Dioniso "figlio di vacca",- Zagreùs, il "grande, -Pyrìgenos, "nato dal fuoco" o "dalla folgore", -Eiraphiòtes,  "cucito nella coscia", -Dimètor, "colui che ha due madri", -Bròmios, Dioniso "rumoroso",-Iakchos, il dio portatore di fiaccola nei misteri notturni, ecc ecc
I fedeli di Dioniso, e soprattutto le donne dell'antica Grecia, erano in comunione con il dio, una comunione che avveniva nei luoghi montuosi più selvaggi. Esse entravano nella dimensione delle emozioni e dell'irrazionalità danzando, sospinte dalla forza irresistibile di una musica estremamente coinvolgente, possedute dal Dio. Stati alterni di orgia e di silenzio mortale erano l'elemento caratteristico del culto di Dioniso. La celebrazione di Dioniso era detta 'orgia' del Dio.
Con il vino o altre sostanze inebrianti e con danze ritmiche accompagnate dalla musica frenetica di zampogne, tamburi e cembali, i celebranti entravano in uno stato estatico e si sentivano 'tutt'uno' con il Dio. 

L'orgia arrivava al culmine nel momento in cui si faceva a pezzi e mangiava la carne cruda di un animale sacrificale, ritenuto un'incarnazione del Dio. Si trattava di un atto di comunione grazie al quale Dioniso entrava nel celebrante.
A Delfi, Apollo cedeva il proprio santuario a Dioniso per i tre mesi invernali. Lì, le feste in suo onore avevano sempre una natura orgiastica ma erano limitate a una rappresentanza ufficiale di donne provenienti dalle diverse città della Grecia e venivano celebrate ogni due anni.
Dioniso non veniva soppresso, bensì riconosciuto, moderato e istituzionalizzato. A Delfi, le celebranti diedero inizio anche a una sacra danza annuale con la scoperta rituale e il risveglio del piccolo Dioniso.
Le Menadi, dette anche Baccanti, Tiadi o Mimallonidi, erano donne in preda alla frenesia estatica e invasate da Dioniso.Vestite con pelli animali, con in testa una corona di edera o quercia o abete, esse celebravano il dio cantando, danzando e vagando come animali per monti e foreste.  Solitamente agitavano il tirso, cioè una picca avviluppata dall'edera sulla sommità.

La mitologia greca racconta che le Menadi accompagnavano il dio Dioniso nei suoi viaggi, costituendo anche un reparto del suo esercito nel suo viaggio in India. Nell'iconografia classica le menadi vengono raffigurate come l'oggetto del desiderio dei satiri tra le braccia dei quali vengono spesso raffigurate. Dioniso non è uno spirito vitale che ci spinge a “dire di sì” alla vita, ma è semplicemente quella divinità che attraverso le sue manifestazioni ci porta lontano, anche solo per un minuto, dal pensiero del dolore, della lotta e della fatalità dell’esistenza:
“Ultimo tra gli dei venisti ai mortali
E così grande che antichi
Segreti racconti dicono ricevesti
Le chiavi del Regno. A te che sei tutto 
                             e di tutto l’estremo contrario non è facile
                             levare il canto per i molti tuoi doni
                             e gli insondabili abissi
                             tra cui ti nascondi”(Omericchio)



E,per finire, cantiamo con Archiloco:
“io so intonare il bel canto di Dioniso Signore,
il ditirambo, quando nell'animo sono folgorato dal vino”.


N.B.Naturalmente ho volutamente tralasciato la "Problematica dionisiaca" di   Nietzsche




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