Che ora è ?

sabato 3 novembre 2012

“Memora eos qui eramus” ovvero “ricorda chi eravamo”.


La seconda metà del Novecento ha prodotto una divaricazione nella storia dell’uso della lingua latina. Tramontata già da secoli come strumento della comunicazione erudita, essa ha resistito nella scuola, come materia di studio in alcuni programmi educativi di livello secondario superiore, e, nella Chiesa cattolica, in generale, come mezzo di espressione della liturgia .
C’è oggi,fortunatamente, un grande e rinnovato interesse per il mondo antico e per le sue letterature, in particolare per quella latina e greca. Soltanto una decina d’anni fa, il latino sembrava destinato a un triste, inesorabile declino; ora basta dare un’ occhiata in giro per accorgersi del contrario.
L’editoria non fa che riproporre classici in collane economiche, negli Stati Uniti le facoltà umanistiche riaprono le classi di latino, la Radio Televisione Finlandese trasmette settimanalmente un notiziario radiofonico in lingua latina. Il latino sta vivendo una rinascita nelle scuole tedesche, dove sempre più studenti chiedono di impararlo. In un articolo in prima pagina dal titolo "Lingua latina vivit", il quotidiano Sueddeutsche Zeitung riporta alcuni dati resi noti dall'Istituto nazionale di statistica, secondo cui, nell'anno scolastico appena iniziato, un terzo degli studenti dei licei studia il latino, mentre in tutte le scuole nel loro complesso sono 800mila gli studenti che sudano sui banchi per poter leggere Orazio e Tacito nella lingua originale. Non solo, con il 10% del totale degli studenti che lo scelgono, il latino è ormai al terzo posto nella graduatoria degli idiomi insegnati, dietro l'inglese ed il francese, ma davanti allo spagnolo, studiato appena dal 4%. L’idioma dei nostri antenati è ben presente nei nuovi territori di Internet, numerosi sono i siti redatti in latino con i loro forum di discussione (Face book) ed è possibile reperire on line l’intero corpus, o quasi, della letteratura latina. Insomma,volendo contattarli,i siti in Latino sono sempre piu’ numerosi.

La famosa Wikipedia, la libera enciclopedia in rete, fra le sue numerose edizioni ha anche quella  in lingua latina.Solo l’Italia, patria geografica del latino, è in controtendenza , come al solito: l’interesse per questa lingua sembra affievolirsi nella società e nella scuola del nostro paese, abituato da sempre a prendere dall’estero, in particolare dal mondo anglosassone, le cose peggiori e a tralasciare le migliori. Ma questo è un altro discorso, affrontare il problema mi porterebbe troppo lontano.
Perché all’inizio del III millennio si continua ancora nel mondo a leggere e a studiare i classici?
Perché questo indelebile interesse per le letterature antiche, e soprattutto per quella latina?
Una delle risposte è che sia il sintomo del desiderio, spesso della precisa volontà, di riproporre una centralità della cultura classica, di cui il latino, madre di alcuni dei principali idiomi del mondo, e che fu a lungo lingua internazionale anche dopo la caduta del potere di Roma, ne costituisce il veicolo linguistico primario.
È il bisogno di capire quello che siamo stati, di cercare qualcosa che ci appartiene, e che nel momento presente, così vertiginoso e confuso, non riusciamo più a trovare.La modernità e l’emancipazione hanno forse reso gli uomini più liberi, ma non necessariamente più felici, come è stato detto. Nei disastri del XX secolo è naufragata del tutto l’idea dell’inarrestabile progresso della specie umana, e al concetto di modernità non appare più legata alcuna promessa di felicità. 
Il mondo classico perciò rappresenta quei simboli e quegli universali che la casualità del mondo d’oggi ci sottrae, in un certo modo esso fa da argine alla crisi della ragione e della moralità.
Ci si rivolge alle letterature classiche per riappropriarsi di qualcosa che nel corso del tempo ci è sfuggito, perché la poesia degli antichi era quella del possesso, della centralità, della pienezza dell’esistenza, mentre la poesia dei moderni sembra essere quella della nostalgia e dell’eventuale ritorno.Se nostalgia c’era negli antichi, essa era di cose ben concrete: dolore per la lontananza dalla patria, rimpianto per le persone e le cose amate e perdute. Le letterature moderne sono segnate da un altro tipo di nostalgia, non di qualcosa di specifico o particolare, ma di indeterminato, di astratto, forse della vita in sé. Gli antichi si sentivano inseriti nella totalità della vita, nel cuore delle cose, nella gioia o nel dolore ma sempre in piena luce; noi moderni, pur sostenuti da una religione che ha tentato di sciogliere il mistero dell’esistenza, ce ne sentiamo lontani, come sradicati dall’armonia con l’essere.Un altro modo di pensare, e di vedere la realtà, ci separa dall’uomo antico, e cioè il peso di una intera civiltà. Sono le strutture di un’altra religione e di un’altra filosofia a fare la differenza. Ma in che modo il paganesimo improntava lo spirito dell’uomo?
L’uomo antico credeva che ogni forza, ogni espressione della natura: il vento, il mare, il sole, gli alberi, l’amore, fosse divina e sacra, anzi che fosse proprio il dio, una delle manifestazioni della sua potenza (Iovis omnia plena, scrive Virgilio). Egli pensava che ogni cosa avesse un’anima, uno spirito e che quest’anima fosse divina. Era una sorta di animismo, ma un animismo evoluto, non irrazionale, né tribale, quello di una società profondamente legata allo spirito della natura, e che allo stesso tempo credeva con forza nella ragione(De Rerum Natura,Lucrezio).Il paganesimo rispettava alberi e ruscelli perché in loro vedeva il dio, ed era altresì capace di grandi impeti e di improvvise violenze, perché ugualmente sottomesso alle forze sotterranee e dell’oscuro. Marte, impersonante la guerra, conviveva con Venere che era l’esatto contrario, cioè l’amore.Nel mito del congiungimento delle due divinità, il paganesimo fece un grande sforzo intellettuale, provando a conciliare gli opposti, considerando Eros e Aggressività manifestazioni della stessa forza, la forza vitale. Cercò in tal modo di trovare il punto di equilibrio del mondo, e forse riuscì ad avvicinarsi a uno dei misteri dell’esistenza.L’uomo pagano, col suo tranquillo scetticismo, non credeva molto alla vita eterna, o meglio, non essendo sicuro che ci fosse (nessuna “rivelazione” era scesa a dargli la risposta), non voleva che condizionasse l’esistenza. Preferiva, senza negarla recisamente, non prenderla in esame, non parlarne, tenerla in ombra e considerare centro d’ogni azione, il “qui” e l’ “adesso”.
La vita doveva risultare conciliazione di spinte opposte, di forza e di grazia, di razionale e di irrazionale, di impeto istintivo e di civile cortesia, non dovuta a dettami superiori, ma derivante dal sentire comune, dalla responsabilità della persona, e dalla convinzione che l’equilibrio sta nel mezzo, che ci troviamo al centro di una rete infinita di forze, a noi superiori, alcune conosciute e altre sconosciute. Il paganesimo fu in definitiva sottomissione volontaria alle forze sacre del mondo, e insieme il riconoscimento dell’esiguità dell’uomo e l’accettazione del suo inconoscibile destino.Egli sa, visceralmente, in modo più profondo del nostro, quanto sia forte e fragile la vita, quanto dura ma anche preziosa e bella, in ogni aspetto, e misteriosamente sacra, per la chiarezza del giorno e per le oscurità della notte. Egli la possedeva tutta la sua vita, nel bene e nel male, fisicamente e nello spirito, ne era al centro, ne era padrone, dentro il grande interrogativo dell’esistere, che aveva accettato e che rispettava.
Non si attendeva nulla dall’aldilà, il senso e la pienezza dell’esistenza erano tutti quaggiù, legati a realtà ben concrete: la famiglia, la terra, l’onore.L’uomo pagano era allo stesso tempo certo e incerto delle ombre; ogni volta che anche noi siamo certi e incerti delle ombre, siamo vicini a lui, e per un momento siamo anche noi pagani.In questa sottile ambiguità risiede il fascino dello sguardo antico, e del suo malinconico sorriso, il mistero di quella serenità senza escatologie e contraddizioni.In una società in cui le parole di maggior consumo sono immediatezza, praticità, concretezza,utilitarismo, la caratteristica del Latino è costituita dal “non servire” a nessunissima applicazione immediata, pratica, concreta, utilitaria… Il Latino fa intravedere che al di là delle nozioni utili c’è il mondo delle idee e delle immagini. “Fa intuire che al di là della tecnica e della scienza applicata, c’è la sapienza che conta molto di più perché insegna l’armonia del vivere e del morire. È una disciplina dell’intelligenza, che direttamente non serve a nulla, ma aiuta a capire tutte le cose che servono e a dominarle e a non lasciarsi mai asservire ad esse.
La disgrazia più inqualificabile (per gli studenti) è essere stati inclusi negli studi classici senza averne tratto nessun vantaggio intellettuale, la vera disgrazia è aver fatto gli studi classici ritenendoli e mal sopportandoli come il più grave dei pesi… perché al tempo della scuola tutto si è odiato, tutto è stato condanna e sbadiglio”.È la lingua latina, con la perfezione geometrica della sua struttura, con l’armonia delle sue assonanze, con la raffinatezza dei suoi accorgimenti retorici,a comunicare emozione e rigore logico, senso del bello e razionalità, accendendo l’interesse dell’adolescente posto di fronte ai grandi interrogativi della vita.
E mentre mi accorgo di amare questa Lingua sempre piu’, con un misto di nostalgia e tenerezza da quel lontano anno in cui cominciai a conoscerla e studiarla,ovvero la 1° Media di tanti anni fa, appaiono nella mia mente gli immortali versi di Virgilio, in esametri, sulla perenne missione di Roma e a testimonianza della sua imperitura grandezza:

"Tu regere imperio populos, Romane, memento:
hae tibi erunt artes, pacisque imponere morem,
parcere subiectis et debellare superbos".

Traduco liberamente: 
"Tu, o Romano,ricorda di  guidare i popoli coll’autorita’,
tu avrai questi ruoli, imporre usanza di pace,
risparmiare i  vinti  e schiacciare chi si oppone con la sua alterigia".


1 commento:

  1. Per la mia età anche io ho studiato il latino e mi piaceva,poi ho fatto altro nella vita.Spero che lo rimettono di nuovo alla media,i ragazzi non sanno quanto perdono,come dice l'articolo.

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blog culturale fondato dalla giornalista Lilli D'Amicis

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