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mercoledì 23 gennaio 2013

LA MORTE DI PADRE SALVATORE DISCEPOLO


 di Pierfranco Bruni

Prima dei funerali
Il pellegrino cammina lungo i passi di Cristo. Essere pellegrino di Cristo è ascoltare la parola come rivelazione. Tra le parole di Padre Discepoloi il “celeste” pellegrino è un viandante che vive la fede nella verità della fede. Nella spiritualità e tra le parole che portavano sempre a un dialogo, forse lasciato il più delle volte a metà, con la scrittura, la letteratura e un “diario” che poneva al centro la religiosità degli scrittori.

Un ricordo? Padre Salvatore Discepolo è stato, per me, un attraversamento in un cadenzare un vocabolario meridionale con una profondità di segni. È  ritornato tra le stanze della Casa del Padre. In silenzio. Era nato a Napoli il 1927. Padre Gesuita. Viveva a Grottaglie e dirigeva la biblioteca del Centro di San Francesco de Geronimo. È morto  il 21 gennaio.  A un mese dalla morte di mio padre.
Poche frequentazioni ma lunghe telefonate. Tra un discorrere su Matteo Ricci e la sua illuminante visione dell’Oriente e Giuseppe Moscati al quale era legato e sul quale ha scritto un capitolo nelle due edizioni pubblicate da Nemapress con la cura scientifica del Centro Studi e Ricerche “Francesco Grisi”.
Coro del M° Parabita
 Ma un autore sul quale si spendeva il nostro discutere era Cesare Pavese. Scrittore camminante verso la cristianità? Scrittore avvolto tra le parole di una ricerca ontologica che chiede alla Grazia di farsi ascoltare? Mi ha posto, io che a Pavese ha dedicato letterariamente la mia vita, questi interrogativi. Interrogativi che vivono dentro "Il Pellegrino Celeste". Un percorso nella vita di Gesù di Padre Discepolo.
Tutta la vicaria della diocesi di Taranto
 In più occasioni. Ricordo bene che un giorno, in una mattinata grigia e fredda, nella sala della biblioteca, mi disse: “Senza il sapore di Cristo Pavese sarebbe una foglia frantumata da pezzetti di cronaca”. Insisteva su questa linea. Non so perché si rivolgeva, con quel suo sorrisetto sapiente, proprio ad uno come me che aveva tirato fuori Pavese dalla griglia consumata del marxismo e lo aveva consegnato alla religiosa pazienza degli spiriti inquieti che si inginocchiano soltanto alla vista di un portone di una chiesa. Pavese era questo. Ci confrontammo a lungo. Ma non c’era nulla che poteva dividerci su Pavese.
Il vangelo aperto sulla bara
 Ora scrivo e parlo, tra me, di Padre Discepolo come un gesuita che ha saputo anticipare i percorsi di un viaggio letterario dentro la cristianità. Come fu bello quel mattino quando gli consegnai la seconda edizione del nostro Giuseppe Moscati. Sempre nella sala della biblioteca. Lui, che mi parlava dei suoi manoscritti, delle sue ricerche, del suo mettere in ordine i suoi studi, del suo cercare un raccordo con gli archivi del Ministero per i beni culturali.
 Lui, sacerdote del pensiero navigante tra l’azione e la contemplazione. “Sai, ricordo ancora, ci sono versi di David Maria Turoldo che sembrano spade nel costato. Questi poeti cattolici, mi disse, sono poeti benedetti. La storia della poesia si ostina a dividere. I poeti maledetti perché sono stati chiamati tali? Se hanno avuto la grazia della poesia possono essere maledetti? Turoldo sembra un penitente della gioia”.
Mons.Benigno Papa benedice la salma
 Mi colpì molto questa cesellatura. Oggi la reputo importante anche dal punto di vista critico. Preparammo insieme anche la mostra su Giuseppe Battista in quel monumento che è il San Francesco.
 Un passo pesato. Era la sua parola. Ma anche un fiume in piena nella visione delle teologie della parola. La letteratura è teologia o mistero? Un interrogativo che ci siamo posti. Io continuo a considerare la letteratura un mistero ed è lontana dalla teologia. Ma un sacerdote si pone in ascolto della teologia della parola per dare un volto al mistero che è quello di Cristo.
Padre Quercia
 Chiaro? Probabile. Ma quando Mario Luzi, ci dicevamo, si propone, sotto l’invito di Giovanni Paolo II, di rappresentare, e mettere in versi, la Passione di Cristo da dove partiva il suo senso e il suo orizzonte poetico?. Il poeta, convenimmo, ha dentro di sé lo scavo del mistero e si lascia vivere dal cordone teologale.
 Discussioni che avevano certamente un orizzonte. Quello di ascoltare la parola dei poeti, della letteratura, delle scritture. Come fu con Matteo Ricci che proponemmo lo “scienziato” alla corte della fede o il religioso in Cristo tra i viandanti di un Oriente sempre proponente la fede.Mi telefonò qualche giorno prima della morte di mio padre. Ci fu solo silenzio in quella telefonata e poi una frase: “I padri continuano a vivere nei figli”. Non contento del mio costante silenzio mi recitò due versi di Alfonso Gatto: “Se a voltarti più non ti vedo/chi di noi due manca?”. Non ricordo se c’è il punto interrogativo. Non mi interessa verificarlo. Oggi mi offro e ti offro, Padre Salvatore Discepolo caro, lo stesso verso con una voce e una scrittura frammentata: “Se a voltati più non ti vedo chi di noi due manca?”.


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