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venerdì 18 gennaio 2013

Noi che siamo i figli di "Cuore"

Quando nel 1886 Edmondo De Amicis termina il libro Cuore, la penisola italiana, dalla Sicilia al Veneto, a Roma è ormai unita sotto i Savoia. Quella che è ancora da compiere, in una nazione ancora analfabeta e contadina, in cui l'italiano è la lingua di una esigua minoranza, è l'effettiva unificazione culturale. De Amicis, nato e cresciuto nel Regno di Savoia, è un chiaro esponente della borghesia settentrionale più illuminata, mossa da intenti chiaramente pedagogici. Il suo scopo è quello di creare un libro che serva a educare i ragazzi dell'intera nazione ai valori della borghesia laica, quelli del sacrificio, del lavoro e della solidarietà tra le classi. I protagonisti della classe di Cuore non sono né il sottoproletario Franti, né l'aristocratico e stizzoso Nobis, ma proprio la fascia del ceto medio rappresentata da artigiani, commercianti, impiegati.
Il romanzo è ambientato a Torino, anche se i personaggi vengono da varie regioni d'Italia. Il riferimento costante è al mito del Risorgimento, mentre in tutto il romanzo è completamente rimossa la Chiesa Cattolica. Quella di Cuore è una pedagogia che oggi può interessare solo come reperto archeologico, da studiare appunto come tentativo progressivo e laico di educazione di una nazione. Coi suoi aspetti ingenui o addirittura ipocriti è facile ironizzare, così come col suo stile sentimentale, ma l'idea della scuola, come elemento centrale della formazione di una nazione, specchio dei suoi conflitti e delle loro risoluzioni, è un'idea narrativa che regge l'intera struttura, rendendo il libro Cuore un prodotto né elementare, né retrivo, quanto piuttosto un complesso insieme di detto e di non detto; non tanto lo specchio dell'Italia Umbertina, quanto un suo sogno e a tratti un suo incubo. De Amicis mette insieme una serie di accorgimenti per fare in modo che il libro funzioni nel Sud come nel Nord. I protagonisti del racconto appartengano ad aree geografiche diverse d'Italia. Il tentativo di De Amicis è quello di fare un romanzo che ha forti radici locali nella Torino dell'epoca, ma che tenga conto però di una realtà nazionale in formazione che, tra l’altro, affiora in vari momenti del libro. Ciò nonostante c'è, da parte dell’autore, una visione incerta della geografia dell'Italia del tempo e questo è indicativo di quanto, all’epoca, l'Italia unificata fosse ancora più un'ideale che un fatto concreto. Persino per gli intellettuali. La descrizione della scuola non è realistica, ma piuttosto edulcorata, addolcita e questo testimonia la grande bravura di De Amicis, la sua genialità nell'addolcire, indorare, rendere accettabile la scuola così com'è e, al tempo stesso, lasciare delle contraddizioni forti che vi erano a quel tempo. I personaggi, poi, sono stereotipati per renderli immediatamente riconoscibili. Pensiamo a Nelli che si porta dietro la sua roba e per questo viene battezzato "il gobbino"; poi c’è il ragazzo con le stampelle, sua caratteristica questa, dopo essersi azzoppito per aver salvato un alunno dalle ruote che lo stavano per travolgere. Dunque, ciascuno ha una sua veloce caratterizzazione che lo accompagna per tutto il libro. Quello che interessa all’autore è il gruppo caratterizzato dai sentimenti, ma anche la narrazione di un anno scolastico che dica qual'è la funzione della scuola, dello studio, dell'imparare, perché per lui la scuola è fondamentale per crescere, in tutti i sensi. Il protagonista è sicuramente Enrico Bottini, un bambino che racconta, quello che sta apprendendo mentre diventa adulto, per poi far parte della buona borghesia torinese, così come accade alla famiglia Bottini da generazioni. Enrico quindi rappresenta, in prospettiva, la futura classe dirigente ed ha i tratti caratteristici che, nell'immaginazione di De Amicis e nelle attese della classe media borghese, avrebbe dovuto avere il gruppo dirigente della Nuova Italia. Ci sono, poi, altre figure, che sono solo di contorno. Sono i figli degli artigiani, che alternano scuola e lavoro, destinati a uscire dalla scuola e a entrare nel mondo del lavoro subito dopo la fine del ciclo di istruzione elementare, dopo la Quarta Elementare. Poi ci sono i figli della Classe Media, gente agiata, che va bene a scuola e che seguiterà a studiare. E infine ci sono due personaggi che rappresentano due poli estremi, che sono odiosi a De Amicis: il primo è Nobis, l'aristocratico che viene dalla vecchia nobiltà e l'altro è Franti, il barbaro, ovvero la negazione della società civile che rappresenta un pericolo per la scuola e per la società stessa. 
A mio avviso, i libri non si leggono solo perché ci devono parlare del nostro tempo, raccontandoci dei nostri problemi; essi servono anche a capire da dove vengono i problemi che noi oggi affrontiamo. Oggi sarebbe interessante mettere a confronto il modo in cui noi risolviamo le difficoltà all’interno della scuola e della società con quello adottato dai personaggi di De Amicis. Essi portano dentro la scuola i problemi che hanno fuori. Tra De Rossi che studia comodamente a casa e Coretti che invece è costretto a lavorare e a studiare, c'è una grande differenza, eppure sono tutti nella stessa classe. La stessa condizione dei maestri è molto diversa da quelli attuali, perché costretti a far fronte a scolaresche di 54 alunni, spesso ricorrono alla violenza. Insomma è un libro straordinariamente ricco ancora oggi per capire un po' di storia della scuola italiana e per capire i problemi che abbiamo noi oggi. In fondo narra di un mondo diviso in privilegiati e non privilegiati. Dunque si tratta di un’opera quanto mai attuale se si pensa che questo tipo di differenza è ancora viva ai giorni nostri.
Questa la dedica del medesimo autore: Questo libro è particolarmente dedicato ai ragazzi delle scuole elementari, i quali sono tra i 9 e i 13 anni, e si potrebbe intitolare: Storia d'un anno scolastico, scritta da un alunno di terza d'una scuola municipale d'Italia. - Dicendo scritta da un alunno di terza, non voglio dire che l'abbia scritta propriamente lui, tal qual è stampata. Egli notava man mano in un quaderno, come sapeva, quello che aveva visto, sentito, pensato, nella scuola e fuori; e suo padre, in fin d'anno, scrisse queste pagine su quelle note, studiandosi di non alterare il pensiero, e di conservare, quanto fosse possibile, le parole del figliuolo. Il quale poi, 4 anni dopo, essendo già nel Ginnasio, rilesse il manoscritto e v'aggiunse qualcosa di suo, valendosi della memoria ancor fresca delle persone e delle cose. Ora leggete questo libro, ragazzi: io spero che ne sarete contenti e che vi farà del bene. 
Per chi ha la passione dei libri, per chi subisce il fascino dell’odore della carta, delle pagine che scorrono sotto le dita, dell’incontro con i libri come fatto giocoso e sensuale, questo libro e’ una macchina del tempo:ci ricorda un’atmosfera, un qualcosa che ormai e’ perso  d e f i n i  t i v a m e n t e !




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Io so perché sono un intellettuale, uno scrittore, che cerca di seguire tutto ciò che succede, di conoscere tutto ciò che se ne scrive, di immaginare tutto ciò che non si sa o che si tace; che coordina fatti anche lontani, che mette insieme i pezzi disorganizzati e frammentari di un intero coerente quadro politico, che ristabilisce la logica là dove sembrano regnare l'arbitrarietà,
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Pierpaolo Pasolini
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ammazzato nel novembre del 1975

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