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sabato 5 gennaio 2013

L’Epifania e la grotta del poeta sufi convertitosi alla Croce Nazhim Kalim Dakota Abshu


Pierfranco Bruni con un maestro
 Bactshima (Tetovo – Macedonia)
di Nazhim Kalim Dakota Abshu
Una religiosità nello scavo della contemplazione 
 di Pierfranco Bruni 
Nazhim Kalim Dakota Abshu. Il poeta che mi accompagna e che continua a condurmi per mano lungo i sentieri di un Mediterraneo che vive lo sponde dell’Occidente e dell’Oriente come se fossero non frontiere ma orizzonti. Ci sono scritti sui quali sto lavorando da anni e che lasciano tracce indelebili nel mio percorso di scrittore.  

Una presenza che ricontestualizza il mio pensare e il mio pensiero camusiano sui meridiani di un Mediterraneo che ha un senso non solo storico ma linguistico, antropologico, etnico, letterario.
Per l’occasione voglio sottolineare un inedito dedicato al giorno dell’Epifania è stato ritrovato nei “cartigli” del poeta Nazhim Kalim Dakota Abshu. Poeta e scrittore nato a Tunisi nel 1900 e morto in Francia (probabilmente a Nizza) nella notte di Natale del 1955. il suo viaggio letterario e umano è intrecciato tra esperienze religiose ed elementi antropologi.

Il mistico che abbraccia il pensiero dei sufi e la fede cristiana è dentro il poeta. La sua parola sembra un teatro di emozioni e di suggestioni oniriche recitate da un profeta. Nazhim Kalim Dakota Abshu è nato da una famiglia di commercianti che praticava il mestiere di tessitori di tappeti. I tappeti hanno i colori del mondo e disegnano la terra e il cielo in una antica metafora che ha il senso dell’infinito. L’infinito è la “ruota magica” di Abshu: “Magia e mistero/raccolgono la mia parola”, dirà in altri versi.
Della sua vita si sa molto poco. Vissuto, con ogni probabilità, per i primi venti anni a Tunisi. Si e' formato alla scuola dei sufi, ma e' stato un autodidatta ed e' stato un grande lettore di testi cristiani occidentali e indiani risalenti al mondo buddista. Ha studiato con attenzione la storia degli indiani d'America approfondendo i canti degli sciamani e delle danze.
 Abshu è un poeta che ha scavato tra le sue eredità islamiche e nel Mediterraneo immenso ha trovato nel cristianesimo la voce profonda del suo misterioso viaggio. Tra le sue pagine ci sono indicazione e orizzonti ben definiti come il poemetto, appunto, sull‘Epifania dal titolo ‘Cantito della Grotta’, che costituisce un riferimento significativo soprattutto tra gli inediti”.
Abshu è il poeta, tra l’altro, che ha scritto versi come: “"La poesia è una grazia e non è mai una costruzione". “Se Cristo mi dicesse: ‘ti perdonerò dei tuoi peccati’,/ coprirei il suo viso di foglie di alloro/ e dimenticherei la sua voce”.  “Non credo che Cristo avesse parole;/Cristo è semplicemente un gesto,/e danza tra i fuochi e la pioggia”. Un inciso che condurrà il poeta a navigare il mistero sulle strade dei mistici.
L’inedito sull’Epifania è un poemetto di cinque quartine e quattro terzine con la chiusa di sei distici. Un poemetto tra la religiosa visione dell’apparizione e il mistero della rivelazione all’interno di un processo sia esistenziale che culturale.
La metafisica è metafisica dell’anima nell’intreccio tra tempo e spazio nel quale il cantico non è altro che una preghiera in una dimensione simbolica. Leggiamo dunque il “Cantico”:




Il Cantico della Grotta

“La magia dei Re
È giunta sulla voce della grotta
Con l’Oriente
Come canto.

La malinconia è un suono
Che non ha parole
Nel vento dei Sufi
Danzanti.

Cristo
Nella paglia il Tuo respiro
Poi verrà la Croce
Ma sei anima.

Terra misteriosa
Epifania
Nell’apparizione
Di sguardi.

Il Cantico della Grotta
Ha il cuore di betulla
Nella parola pregante
Come onda di mare.

Epifania
Mistero
Grotta.

Cammineremo
Per restarTi
Accanto.

Sino al giorno
Della Passione
Per vivere in Te.

Il mare di Tunisi
Ti regalo
Cristo nato in me.

Io nel Cantico della Grotta
Per ubbidienza
Del Tuo essere nel Mondo.

Non ci saranno dubbi
Il forse si arrenderà.

Davanti alla grotta
Sono la magia dei Re.

Io che non Ti appartenevo
Ora in preghiera con il dono del cuore.

Giorno verrà
Per perdermi e ritrovarmi in Te.

Ti offro la mia danza
Ascoltando il cielo.

Le stelle a  Te
Mi hanno condotto”.


Così il “Cantico della Grotta” diventa metafora certamente ma più propriamente allegoria di una cristianità vissuta fino in fondo. Due concetti, “cantico” e “grotta”, che rimandano sia alla cultura religiosa biblico – evangelica sia a quella cranica. Ma Abshu resta un poeta intrecciato da questi due mondi nonostante abbia vissuto con intensità il suo passaggio lungo Damasco.
Si era già confrontato con la Croce in un poemetto di alcuni anni. Spesso ritorna su questi temi alternando una poesia lirico - amorosa con  visioni di una profonda sensualità ed erotismo. Ma resta un poeta ancorato alla voce e alla musicalità dei sufi. Anche il verso presenta una andatura che è quella dello scavo orientale.
L’Oriente, anzi i diversi Orienti, è una geografia reale ma diventa anche le penetrazione di una ontologia della memoria in cui il dato reale – simbolico si trasforma in profezia e in battito mistico. Il mistero è ontologia del pensiero e dell’anima. Altri scritti confermano ciò. In questo “Cantico” la chiusa è un diletto del cuore: “Le stelle a Te/Mi hanno condotto”.
La simbologia delle stelle permea il suo incontro tra le diverse culture che ha vissuto in ancestrale richiamo alle origini attraverso un passaggio che è quello della memoria che diventa necessità di capre i linguaggi esistenziali e religiosi del presente.

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