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venerdì 22 marzo 2013

Sognando le cupole d’oro di Costantinopoli



I sette colli del Corno d’Oro… la città di Istanbul… l'antica Bisanzio … Costantinopoli,  il  fascino attraverso le cupole scintillanti e i minareti delle moschee che diffondono nell’aria il suono dell’invito alla preghiera: fascinoso e  magico levante,sole che brucia ed indora le nuvole che corrono armoniosamente nel cielo,frammenti di storia in ogni granello di pietra…Nella chiesa di San Giorgio il cantore intona le ultime strofe dell’inno in onore della Vergine: una melopea che sembra emergere da un altro tempo, quando Istanbul era ancora  Costantinopoli, la seconda Roma, e le funzioni altrimenti fastose. Il celebrante incensa le icone e i fedeli. Poi il Patriarca dà la sua benedizione. Mi guardo intorno:le porte del Fanar, sede del patriarcato ecumenico, per assistere alla paraclisis, una celebrazione tra le più popolari in tutto l’Oriente cristiano. Fuori, è una normale giornata di caos in un brulichio umano.
Al canto della paraclisis (e dei suoi inni, scritti da san Giovanni Damasceno) subentra il concerto di clacson delle macchine che vanno e vengono dal Corno d’Oro. Traffico, macchine, clacson. Forse aveva ragione Iosif Brodskij, poeta e premio Nobel: «vi sono luoghi in cui la storia è inevitabile, come un incidente automobilistico – luoghi in cui la geografia provoca la storia. Uno è Istanbul, alias Costantinopoli, alias Bisanzio. Un semaforo sballato, con tutte le tre luci accese contemporaneamente. Non rosso-giallo-verde, ma bianco-giallo-marrone. E, naturalmente, azzurro: per l’acqua, per il Bosforo-Marmara-Dardanelli».Il semaforo cominciò a lampeggiare all’impazzata quel giorno di maggio del 1453 quando «la chiave di tutta l’ecumene», l’«occhio della cristianità», cadde nelle mani di Maometto II. L’assedio era stato lungo, ma l’impero era da tempo allo sfascio, dilaniato dalle lotte intestine e dalle rivalità delle potenze cristiane di allora: Franchi, Genovesi, Veneziani. Quando,  quel 29 maggio del 1453, i giannizzeri penetrarono nella città mettendola a ferro e a fuoco, della gloria di Bisanzio restava ben poca cosa e Costantino XII, l’ultimo imperatore, regnava ormai su una minuscola fetta di territorio. Immensa fu, tuttavia, l’eco dell’evento.
La caduta di Bisanzio fu percepita come una catastrofe epocale, come un colpo durissimo inferto alla cristianità. Il senso di dolore e di smarrimento fu amplificato dai resoconti dei testimoni, dal racconto delle violenze e degli stupri. I cronisti del tempo non risparmiano i particolari agghiaccianti: le grida di dolore degli uomini impalati lungo le rive del Bosforo; i soldati decapitati, i cadaveri fatti a pezzi; le monache violentate sugli altari delle chiese. E poi: i crocifissi divelti, le icone calpestate, gli splendidi mosaici imbrattati o coperti di calce. «Tutte le vie, le strade e i vicoli erano pieni di sangue e di umore sanguigno che colava dai cadaveri», scrisse il cardinale Isidoro di Kiev. «Dalle case venivano tratte fuori le donne, nobili e libere, legate con una fune al collo… Appena fu loro possibile, i turchi buttarono giù e fecero a pezzi nella chiesa che si chiamava di Santa Sofia e che ora è una moschea, tutte le
statue, tutte le icone e le immagini di Cristo, dei santi e delle sante, compiendovi ogni sorta di nefandezza».Come ha documentato Agostino Pertusi in una bella antologia in due volumi (La caduta di Costantinopoli, Fondazione Lorenzo Valla, 1976), da quei racconti nacque un genere letterario fatto di monodie, di lamenti e di compianti sulla fine della seconda Roma. Anche il grande musicista franco-fiammingo Guillaume Dufay scrisse, in francese, una Lamentatio sanctae matris Ecclesiae
Costantinopolitanae di struggente bellezza. Ma forse l’epitaffio più triste (e commovente) fu quello pronunciato da Maometto II il Conquistatore, contemplando dall’alto di Santa Sofia la città in rovina: «Il ragno sta di guardia al Palazzo di Cosroe. Il gufo chiama l’ora nel palazzo di Afrasigiab». Bisanzio, la città di vecchi cantata dal poeta irlandese William B. Yeats, era già una città di spettri, un impero coperto di ragnatele e di polvere. Le luci del Bosforo si erano spente da tempo; restavano come stanco rituale – negli ultimi anni dell’impero – le cerimonie  e le processioni con le sacre icone, i giochi del circo, le corse all’ippodromo. Ma la lunga agonia aveva consumato tutte le energie. Così quel giorno di maggio del 1453 la città cadde come un frutto maturo, anzi marcio; come un vecchio decrepito ed esangue. E  Bisanzio divenne Istanbul, non più la capitale dell’Oriente cristiano, ma, come dice Olivier Clément, «un errore di pronuncia, un equivoco della storia»: Istanbul è, infatti, la deformazione dell’espressione greca che vuol dire «verso la città». Finivano tra le fiamme e i saccheggi dodici secoli di storia, un «lungo rosario di sommosse e di infamie, di intrighi e tradimenti», secondo le semplificazioni o gli stereotipi della storiografia illuminista, semplificazioni e stereotipi in parte giustificati dai resoconti di molti cronisti bizantini (a cominciare da Procopio di Cesarea e dai suoi pettegolezzi sulle turpitudini dell’imperatrice Teodora). Ma finiva anche un mondo religioso e poetico, una civiltà che solo alcuni inossidabili cliché dipingono come in perenne decadenza, come il teatro di intrighi e di congiure, una scena in cui brillano le lame dei pugnali e si arroventano le armi che permetteranno di accecare il fratello, il cugino, l’amico, possibili rivali nella conquista e nella gestione del potere.Finiva il sogno teocratico di un’impossibile armonia fra il trono e l’altare, tra Dio e Cesare. E tramontava per sempre una civiltà che dalla sintesi tra cristianesimo e cultura greca aveva fatto nascere capolavori artistici e religiosi di incomparabile bellezza, come i mosaici e gli affreschi di San Salvatore in Chora o del santuario della Vergine Pammakaristos, ora chiamata Fetyie Djami: esempi – come diceva Sergio Quinzio – di un «pensiero forte» che accanto alle cupole dorate di Venezia costruisce le prigioni, facendo del paradiso e dell’inferno due realtà contigue (e che talvolta si confondono); ma anche tentativi di offrire qui, sulla terra, un riflesso della bellezza celeste, di un mondo trasfigurato dalla luce della Grazia.E ora che di quella civiltà restano le testimonianze purificate da secoli di sofferenza non è forse tempo – come scriveva il teologo Georges Florovskij in Vie della teologia russa – di tornare a Bisanzio, di riscoprire le radici greche del cristianesimo, di conciliare o, perlomeno, di non contrapporre Atene e Gerusalemme? 
In cinque secoli di storia la Chiesa ortodossa non ha mai cessato di fare i conti con Bisanzio, con la sua grandezza e i suoi limiti, non ha mai cessato di richiamarsi alla sua eredità, alla sapienza liturgica che conferisce a ogni atto di lode un significato sacerdotale. Ma da Bisanzio, oltre Bisanzio, il mondo ortodosso cerca nuove vie di testimonianza, cerca insomma di liberarsi delle vecchie tentazioni – il nazionalismo e la confusione tra Chiesa e Stato – per rispondere alle sfide della modernità.«Se guardiamo retrospettivamente il nostro secolo», dice Kallistos Ware, vescovo di Diokleia, autore di una bella sintesi storica sull’Ortodossia , «la vita dei cristiani d’Oriente ci appare segnata da tre parole-chiave che corrispondono ad altrettante realtà: martyria, diaspora, hesychia. Il XX secolo è stato un secolo di martirio, anzi, in maniera più precisa, di testimonianza attraverso il martirio, un tempo di prove terribili, di esilio e di morte violenta: si pensi alla persecuzione dei cristiani russi dopo la Rivoluzione del 1917 e alle sofferenze dei cristiani d’Asia Minore negli Anni ’20». Ma il nostro – aggiunge Ware – è stato anche il secolo della diaspora, della dispersione oltre i confini dell’Oriente cristiano e della nascita di un’Ortodossia occidentale: una diaspora provvidenziale, vissuta da molti come un’opportunità, un’occasione di «trascendere ogni forma di nazionalismo e di esclusivismo etnico» per rendere testimonianza della reale cattolicità dell’Ortodossia.Resta l’hesychia, la ricerca dell’unità interiore, del «silenzio del cuore», di una spiritualità che è essenzialmente filocalia, amore della Bellezza. Al di là del rumore e del furore, dei malintesi e delle crudeltà della storia, l’eredità di Bisanzio è tutta qui: in questa spiritualità filocalica capace di fare di ogni cosa – anche delle prove più terribili – celebrazione di lode, dono, eucaristia.A Istanbul, alias Costantinopoli, alias Bisanzio il semaforo continua ad essere sballato, con le tre luci accese contemporaneamente...e non è detto che sia un male.

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