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venerdì 12 aprile 2013

La vergogna senza rimorso del “bwana” bianco



L'Africa,culla di grandi civiltà, l'Antico Egitto, ma anche il regno nubiano che per un periodo controllò l'Egitto dei faraoni, i regni etiopici e le colonie fenice lungo tutta la costa fino al nord della Mauritania attuale. Il porto di Alessandria, fondato nel 334 a.C., è rimasto il principale nodo di scambio del Mediterraneo per vari secoli. L'Egitto è stato uno dei paesi più sviluppati fino al XIX secolo. Siamo in molti, oggi, a credere che l'Africa sia solo: guerre, carestia, fame, estrema povertà e invece no. Essa è, paradossalmente, condannata a causa delle sue enormi ricchezze, è costretta a viveve in miseria e molto spesso le sue disavventure sono ignorate, non così invece i suoi giacimenti. Ieri: i mali della schiavitù, la colonizzazione, la guerra fredda.Oggi: la globalizzazione. L'America civile, importa merce umana catturata in Africa e ridotta in schiavitù. Questa abominevole deportazione iniziata nel cinquecento si protrae quasi fino alla fine dell'ottocento.
Lo scopo era avere manovalanza nelle piantagioni. I neri dell'Africa erano molto robusti e resistenti alla fatica per cui erano preferiti agli indigeni.Alla fine del XVIII secolo. un uomo giovane veniva acquistato per 26 sterline sulla costa occidentale e rivenduto per 40 in America. Gli schiavi sbarcati oltreoceano tra il 1501 e 1888 furono circa 9.475.000.A iniziare la tratta, cioè la deportazione di centinaia di migliaia di neri verso l'America, furono i portoghesi nel secolo XV, fin dai primi contatti con le popolazioni nere della Guinea e, poco dopo che le tre caravelle di Cristoforo Colombo sbarcarono nel nuovo mondo (12 ottobre 1492), Lisbona diventò un gigantesco mercato di schiavi. Furono privati di dignità, umiliati, linciati ed emarginati, ma soprattutto furono costretti a rinunciare ad un bene d’immenso valore: la libertà. Con l'aumentare del volume degli affari legato al commercio degli schiavi, molti regni africani giunsero a basare la propria economia su questo traffico. Nessuno quindi può mettere in discussione che la tratta degli schiavi abbia pesato in modo negativo sullo sviluppo del continente.La cifra totale di schiavi che hanno lasciato il continente lungo i secoli è incerta. Non esistono documenti completi.Qualunque sia la stima, è certamente vero che l'Africa ha perso milioni di persone, solitamente le più giovani e forti e che interi sistemi economico-sociali sono stati distrutti dalle razzie e dalle loro conseguenze. Il colonialismo in Africa, ovvero la colonizzazione dell'Africa da parte delle nazioni europee, raggiunse il proprio apice a partire dalla seconda metà del XIX secolo, periodo in cui si ebbe una vera e propria spartizione dell'Africa i cui protagonisti furono soprattutto Francia e Gran Bretagna e, in misura minore, Germania, Portogallo, Italia, Belgio e Spagna. Pur riferendosi spesso a una presunta "missione civilizzatrice" nei confronti soprattutto dei popoli relativamente arretrati dell'Africa subsahariana, le potenze coloniali europee si dedicarono soprattutto allo sfruttamento delle risorse naturali del continente. Soltanto in alcuni casi la presenza europea in Africa portò a un effettivo sviluppo delle regioni occupate, per esempio attraverso la costruzione di infrastrutture. Nei luoghi in cui si stabilirono comunità di origine europea (l'esempio più rappresentativo è il Sudafrica) la popolazione locale fu in genere discriminata politicamente ed economicamente. Sebbene non sia corretto addossare tutte le colpe dello stato attuale dell’Africa al colonialismo, è indubbio che la spartizione dell’Africa tra le potenze europee e le strutture messe in atto nei vari paesi hanno gravemente influito sulla mancanza di sviluppo. Molti popoli sono stati divisi fra due, tre stati.
 È il caso dei Luo (Uganda, Tanzania, Kenya), degli Acholi (Uganda, Sudan), degli Tswana (Sudafrica, Botswana), ecc. Questo processo fu fatto intenzionalmente per dividere i popoli e controllare meglio il loro movimento. Così facendo si sono anche disturbate le linee di commercio sviluppatesi negli anni. Si è anche introdotto il pericoloso termine di paragone etnico. La tensione etnica, fattore già presente nelle culture locali in molte regioni africane, è stata usata ad arte per dividere le nazioni e permettere un migliore controllo sociale. La ricaduta è stata quella di una più profonda divisione interna anche nelle nuove nazioni indipendenti.Le economie locali sono state organizzate verso l’esportazione di materie prime, e non sulla loro trasformazione per la vendita di un prodotto finito. Questo non ha aiutato lo sviluppo di un’economia locale capace di imporre il valore della propria produzione sul mercato internazionale. Sulla stessa linea, la produzione di monoculture – sviluppo imposto in epoca coloniale- cotone in Africa Occidentale, caffè e tè in Africa Orientale, hanno esposto i paesi produttori ai capricci di mercato. Infatti, il valore di questi prodotti non è deciso alla produzione, ma dalle borse di Londra, New York e Amsterdam. Non vanno però dimenticate le cause locali. Il tipo di processi decisionali e la disponibilità delle forze politiche a rispettare la legislazione decisa dalle autorità del paese hanno determinato la mancata crescita di molti paesi. In pratica, molti presidenti hanno applicato metodologie e strutture di potere tradizionali a livello nazionale. Questo ha solo favorito la cleptocrazia,ovvero le ruberie, la corruzione, il nepotismo. Immense fortune sono state distribuite alle classi dirigenti, senza pensare allo sviluppo del paese e impoverendo le strutture nazionali. Di qui la perdita di potere d’acquisto delle masse più povere.Le potenze coloniali hanno, in alcuni casi, tentato di migliorare la loro presenza durante gli ultimi anni del colonialismo. Questo è stato fatto dotando i vari paesi di strutture che sarebbero servite per lo sviluppo futuro, e preparando piani di sviluppo economico. L’aumento demografico ha però reso del tutto inadeguate queste misure. Nairobi, capitale del Kenya, venne progettata per crescere nei decenni a venire e ospitare fino a duecentomila persone. Si stima che la popolazione di Nairobi abbia ormai superato i 4 milioni, e si avvicini ai 6 milioni, se si considerano le città satelliti ormai alla periferia della città. Esclusi pochi casi, Botswana, Sudafrica, lo sviluppo delle infrastrutture è in netto ritardo rispetto ai bisogni, soffocando lo sviluppo possibile. Aggiungiamoci anche le continue guerre intestine ed il quadro è completo.Negli ultimi 15 anni, si sono combattute più guerre in Africa che non nel resto del mondo. Guerre tra stati e guerre civili hanno distrutto le infrastrutture, deviato l’uso di ingenti capitali dallo sviluppo, creato barriere e inimicizie che bloccano il libero commercio e limitano la crescita. Il Sudan non ha conosciuto pace – se non per brevi periodi - sin dall’indipendenza. La Somalia non ha un governo da due decenni e l’insicurezza nel paese è totale. L’Uganda convive con una guerra civile da due decenni. La lista potrebbe continuare.
Le guerre si sono dimostrate una buona fonte di finanziamento per alcuni (vendita di armamenti, mercato illegale di materie prime ) ma un terribile fardello da portare per i più poveri .Non Africa degli animali o Africa degli uomini, ma un’Africa dell’anima, profonda e misteriosa, complessa e affascinante che amo. Pulsa al ritmo dei tamburi, si muove lenta come le dune del deserto, veloce come le rapide del fiume, ha i colori fiammeggianti degli abiti della festa, l’aroma del cumino e del berberè, riconosce nelle parole dei vecchi la voce dei saggi, ha gli occhi dei bambini che racchiudono tutti i sogni e le speranze del mondo.

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