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domenica 7 aprile 2013

...mosse mille navi e distrusse le torri quadrate di Ilio...



La reggia di Menelao, così fastosa da competere con le dimore degli dei, ove si aggira  una donna dalle belle chiome, dalla veste lunga e fluente, il cui volto risplende di una luce malinconica, simile a quella della luna quando le nubi ne velano il fulgore. Se il sovrano riceve qualche ospite nell' alta sala rivestita d' oro e di bronzo, la donna li raggiunge, preceduta dalle sue ancelle che recano per lei un trono, un tappeto, un grande cesto d' argento colmo di filo ben torto sul quale è posata una conocchia d' oro; allora, dopo aver rivolto ai visitatori uno sguardo timoroso, siede sul trono che è stato sistemato dalle ancelle accanto a quello di Menelao, e mentre fila distrattamente la lana partecipa con frasi caute e forbite alla conversazione degli uomini…
Elena, sposa di Menelao, poi di Paride, poi ancora di Menelao; Elena distruttrice di navi, che tornando a quella reggia dai lontani lidi della Troade si è lasciata alle spalle una città distrutta, fumante sulle sue rovine, e schiere di eroi morti o lasciati a vagare per anni sulle vie del mare da numi corrucciati che impedivano loro il ritorno. Così anche qui, in questa terra di Sparta di cui è nuovamente regina, non vi è chi non la guardi con odio, e persino le ancelle addette alla sua persona tengono verso di lei un atteggiamento arrogante, poiché loro magari non saranno regine, ma in compenso non portano un nome maledetto; non saranno figlie di Zeus, ma i genitori non devono rimpiangere di averle date alla luce; non possiedono quella bellezza straordinaria, mai veduta in donna mortale, ma sono convinte che la stessa Elena, potendo, avrebbe rinunciato volentieri a un dono così gravido di sventura. E forse hanno ragione, perché è proprio la bellezza, prima ancora della fama di distruttrice, a fare di Elena una straniera, qui come a Ilio, fra gli achei come fra i troiani. Elena conosce gli dei perché lei stessa è stata un loro strumento, o un loro gradevole dono, secondo le parole usate una volta da Paride con ironia involontaria.
Conosce soprattutto Afrodite, la più crudele tra le abitatrici dell' Olimpo, la più incline a prendersi gioco dei mortali con lusinghe e promesse illusorie. Afrodite che ama il sorriso: così la definiscono gli aedi, e sulla natura di quel sorriso Elena potrebbe certo dire la sua, se timore e venerazione non le sigillassero le labbra. Con un sorriso la dea la donò a Paride strappandola alla sua casa e conducendola tra le remote mura di Ilio e con un sorriso l' ha poi restituita a Menelao, che l' ha ripresa con sé quasi senza batter ciglio: forse perché persuaso dalla strana favola architettata da qualche cortigiano compiacente, secondo la quale a fuggire con il principe troiano non era stata Elena in carne e ossa, ma soltanto un suo simulacro che una divinità in vena di burle aveva plasmato per l' occasione con i vapori di una nuvola. Ombra triste Ancora adesso, mentre si aggira come un' ombra triste per la reggia di Sparta, Elena si stringe incredula nelle spalle al pensiero che proprio lei, la cagna, la donna funesta tra tutte, possa essere causa di quella beatitudine postuma. Il suo destino invece, a quanto dicono alcuni, sarà più ambiguo anche dopo la morte: dovrà separarsi di nuovo dal marito legittimo per essere compagna di Achille, del distruttore di Troia, e vivere con lui su un' isola ammantata di cipressi, vietata ai naviganti dopo il calar del sole, dove sorge un tempio che gli uccelli purificano quotidianamente sfiorandolo con le ali intrise d' acqua salmastra. Eppure, per quanti sforzi faccia, non riesce a immaginarsi su quell' isola. Se pensa a ciò che le accadrà dopo la morte non si figura nulla se non le parole degli aedi che nei secoli canteranno la sua gloria e la sua vergogna, il dono funesto della sua bellezza e la sventura che esso causò a due popoli: θάνατος κα γλαία, thanatos kai  aglaia, morte e bellezza sulla fatale  piana di Troia! 
Solo per questo, ne è perfettamente consapevole, gli dei accecarono la mente a lei e a Paride inducendoli a quella fuga rovinosa, per questo spinsero gli Achei a prendere il mare sulle rapide navi e a raggiungere in armi la piana di Ilio: perché la loro sorte maligna si eternasse nei versi dei poeti e anche in futuro, per le genti a venire, vi fosse materia di canto. L'epica si impossessò di questa epopea, trasformando i fatti reali - o almeno quelli salienti - in raffigurazioni simboliche, secondo i precisi criteri fissati da una tradizione plurimillenaria.In questo modo ad ogni livello di comprensione - dal meno evoluto al più sofisticato - ciascuno avrebbe recepito esattamente quel che era alla sua portata, ed i conoscitori del linguaggio simbolico avrebbero sempre potuto sfrondare l'elemento celebrativo per cogliere quello sostanziale che oggi, anche se i significati a volte rimangono oscuri, vale ancora la pena cercare.
Scrisse Erodoto, da buon  saggio e da ottimo storico qual fu:” la bellezza vale più nella donna che la virtù, e la morte sana tutti i mali forse perché fa tacere l’invidia”.

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