
Ieri sera mi sono fatta un regalo sono andata a Brindisi ed ho visitato la XXI Rassegna Internazionale del Presepe nell'Arte e nella Tradizione.
Allestita nello stupendo scenario del complesso Santa Chiara - via Santa Chiara 6-8, Brindisi in prossimità di Piazza Duomo.
Dal 14 dicembre 2007 al 6 gennaio 2008
Un terzo dello spazio espositivo è dedicato al Maestro grottagliese Leonardo Petraroli, un trionfo:
Grande DINO: "Nessuno è profeta in Patria!"
Ecco quanto di lui scrivono nel catalogo, emozionante e per me un orgoglio di essere sua concittadina ed antica estimatrice.
"È natu ‘nnu piccinnu"
II presepe a tema di Leonardo Petraroli:
dalla tradizione antica la ricerca di una poetica contemporanea
- Daniela Vita Schirinzi -
Leonardo Petraroli è un maestro raffinato dell'arte presepiale, appassionato, ossessionato dall'iconografia del presepe; "Il presepe è una malattia", mi sussurra durante il nostro primo incontro nel suo laboratorio, mentre il mio sguardo vacilla stordito, saltellando sui numerosi pezzi della sua collezione privata, affastellata, elegante sugli scaffali. Voglio saperne di più di questa "malattia", io che con il mio lavoro sono anestetizzata dalla produzione seriale del design, io che trascuro il dato di unicità a favore del marchio, io che per prima sto dimenticando il fascino di un oggetto che parla al cuore.
Indugio sulle domande che mi ero proposta di rivolgergli e lascio che Leonardo Petraroli sfogli con me il suo album artistico di famiglia. La biografia personale e intima di Petraroli mi racconta molto di più della sua formazione artistica e dei premi che accreditano la sua arte: quella "malattia" è un'eredità genetica tramandata da padre in figlio; i riti gestuali del nonno paterno Edoardo Giovanni, maestro faenzaro, che plasmava e dipingeva i pupi a freddo dopo averli cotti tra i carboni e quelli più istruiti e colti del padre Domenico, modellatore, gli saranno stati inoculati sin da bambino, tanto da insinuarsi indelebilmente nella mente e
nell'animo. A quella scuola in casa, si sarà aggiunta la suggestione, lo studio, l'influenza della tradizione presepiale pugliese.
È lo stesso Petraroli che mi rinvia allo scultore Stefano da Putignano, le cui opere si distribuiscono in Puglia tra la fine del '400 e i primi 40 anni del '
I presepi di Petraroli, come quelli di Stefano da Putignano, parlano all'anima e riecheggiano la storia della natività scostandosi dall'immagine consueta, producendo effetti emozionali più intensi di quelli dello scultore cinquecentesco. Spesso i presepi di Petraroli si costruiscono intorno a luoghi realmente esistenti, la piazza del paese, dove un girotondo di personaggi secondari alla rappresentazione sacra, divengono protagonisti e senza i quali l'incanto narrativo perderebbe di
Petraroli riesce a drammatizzare con garbo, senza schiamazzi, senza orpelli: anche il colore delle sue opere si diluisce stemperandosi nella crenatura luminosa della ceramica sino a dileguarsi nel chiarore più opaco dell'avorio e dare voce all'essenzialità della forma. I personaggi partoriti tra le mani di Petraroli seguono un'ideale linea verticale che li spinge asciutti verso l'alto, donando un'esilità, una silhouette ordinata in funzione di un linguaggio iconico chiaro e netto. Il presepe esposto nella rassegna illustra, in scene, il racconto evangelico di San Luca inerente all'incarnazione di Gesù, gli eventi che lo annunciarono e quelli che lo seguirono relativi alla prima infanzia. L'opera si legge come se posassimo il dito tra le righe e le parole del testo sacro ed è proprio con un libro che si accede alla storia e al susseguirsi delle vicende: una pagina ci dice dove siamo, dove si snoda il racconto con l'obiettivo di includere l'evento sacro in un luogo che esiste ed è di questa terra.
Le figure svettano solide come monumenti e rivelano nelle vesti e nei pochi oggetti che le accompagnano il ruolo dei personaggi, alludendo alla loro provenienza, all'idea di Oriente antico e di un'epoca imperiale che è nell'immaginario comune. Zaccaria, sacerdote, è rappresentato con i rotoli sacri, vicino al simbolo della religione ebraica, il candelabro, con il viso avvizzito dal tempo perché è anziano tanto da doversi avvicinarsi al volto dell'Angelo per sentirne meglio le parole.
I gesti dei personaggi lasciano intendere con grazia ai dialoghi come un invisibile fumetto e i ventri appena rigonfi di Maria e della matura cugina Elisabetta parlano chiaro: il miracolo è in atto! Poetica è proprio l'immagine di Elisabetta distesa sul triclinio, secondo una tradizione iconografica della natività di origine siriana, intenta a vegliare sul piccolo Giovanni con una gambetta che sfugge dalla coperta. È semplice individuare il centurione con l'elmo, la spada fissata alla cinta e lo scudo, il fermo Cesare Augusto dal capo cinto di alloro, Giuseppe maturo dalla folta barba e i magi con i loro immaginari copricapo esotici, le ampolle dei doni e i loro cammelli bardati.
È facile leggere il messaggio divino, il miracolo che non ci è dato di vedere ma solo di averne fede: ecco perché soltanto agli angeli chiusi in un girotondo di preghiera, come fossero popolani trattenutosi in chiacchiere, è consentito vedere e comprendere la nascita del Figlio di Dio. La favola più antica del mondo parla con un alfabeto comprensibile a tutti: una lingua che Leonardo Petraroli inventa, modella in un impasto refrattario avorio, in cui la plasticità della forma vibra tra il vortice di linee che si raggomitolano in superficie creando la pienezza luminosa del non colore. Mi accorgo che in questo caso la "malattia" è fortunosa, prodiga di maestria e bellezza, a servizio della fede ed è bene che Leonardo Petraroli non ne guarisca mai.
Questa sera alle ore 20.00 assemblea al presidio permanente. Passate parola con ogni mezzo necessario
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