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lunedì 29 ottobre 2012

“Fatta da Dio” per…gli uomini:la Cappella Sistina.

Il 31 ottobre 1512 l’immenso genio di  Michelangelo Buonarroti    regalava all’umanita’ uno dei gioielli dell’arte e dello spirito: la Cappella Sistina. Arte e fede,divino ed umano,bellezza e macerazione:si sono sprecati nomi ed aggettivi per tentare di commentare questo capolavoro del genio umano.A cinque secoli dall’inaugurazione, la Cappella Sistina continua a incantare i turisti di tutto il mondo. E pensare che l’incarico a Michelangelo nacque dalla volontà dei rivali di farlo sfigurare!
Il 1 no­vembre 1512, papa Giulio II inaugurò con una messa solenne la Cappella Sistina, di­venuta simbolo del cattolicesimo per il suo ruolo centrale nell’elezione dei ponte­fici, oltre che gioiello artistico impareggiabile. E an­cora oggi è così ammirata da attirare oltre 5 milioni di visitatori l’anno (nel 2011 sono stati 5 milioni e 80 mila), ossia una media 15-20 mila al giorno nei periodi di “alta stagione”. Ma non tutti sanno che la sua de­corazione fu al centro di intrighi e gelosie tra artisti e l’incarico venne affidato a Michelangelo su consiglio di colleghi che contavano su un suo fallimento. La Cappella venne realizzata tra il 1477 e il 1480 sot­to Papa Sisto IV – da cui prende il nome – come ri­strutturazione della già esistente Cappella Magna. E gli affreschi furono eseguiti tra il 1481 e il 1482 da pittori del calibro di Domenico Ghirlandaio, Pietro Perugino, Cosimo Rosselli e Sandro Botticelli, mentre la volta fu opera di Pier Matteo d’Amelia. Ma già nel 1508 Giulio II fece fare delle modifiche, chiamando Michelangelo a ridipingere la volta con nove quadri che riprendono sto­rie della Genesi, mentre ai quattro angoli della sala rap­presentò le Salvazioni di Israele, nelle lunette alle som­mità delle pareti gli Antenati di Cristo e, negli spazi tra le lunette cinque Sibille e sette Profeti. Non solo. Alla fine del 1533 Michelangelo fu nuovamente chia­mato da Clemente VII per dipingere sulla parete dell’al­tare il Giudizio Universale, iniziato nel 1536 (c’era già Paolo III) e completato nel 1541. Seguendo però i racconti di Giorgio Vasari nelle sue Vite de’ più eccellenti pittori, scultori e architettori ita­liani, da Cimabue insino a’ tempi nostri, si scopre che quest’opera artistica grandiosa, che di fatto consacrò Michelangelo in campo artistico, rappresentò un ri­schio nella sua carriera. Anzi, nelle intenzioni di Bra­mante, progettista della Basilica di San Pietro, avreb­be dovuto essere un vero e proprio fallimento. Nar­ra infatti Vasari che «Bramante, amico e parente di Raffaello da Urbino, e per questo rispetto poco amico di Michelagnolo» persuase il papa a far dipingere pro­prio al Buonarroti la volta della Cappella. «Ed in que­sto modo pareva a Bramante ed altri emuli di Miche­lagnolo di ritrarlo dalla scoltura, ove lo vedeva perfet­to, e metterlo in disperazione, pensando col farlo dipi­gnere che dovessi fare, per non avere sperimento ne’ colori a fresco, opera men lodata, e che dovessi riusci­re da meno che Raffaello (a quel tempo impegnato a dipingere La scuola di Atene nella Stanza della Segna­tura, all’interno dei Palazzi Apostolici, ossia a poche centinaia di metri di distanza,)». In effetti, Miche­langelo, avendo poca pratica nell’affresco, «cercò con ogni via di scaricarsi questo peso da dosso, mettendo per ciò in­nanzi Raffaello. Ma tanto quan­to più ricusava, tanto maggior voglia ne cresceva al papa». Cosicché, si può dire, non ebbe via di scampo e dovette accet­tare l’incarico. Ma se il merito della scel­ta, seppur frutto di cat­tive intenzioni, va allora at­tribuito in buona parte al Bramante, tutto il resto è opera di Michelangelo. Tan­to per cominciare l’architetto non rinunciò a met­tergli i bastoni tra le ruote già a partire delle impal­cature necessarie a raggiungere la volta. Riporta, in­fatti, sempre Vasari: «A Bramante comandò il papa che facessi, per poterla dipignere, il palco; dove lo fece impiccato tutto sopra canapi, bucando la vol­ta: il che da Michelagnolo visto, dimandò Bramante come egli aveva a fare, finito che avea di dipigner­la, a riturare i buchi; il quale disse: “E’ vi si pense­rà poi”; e che non si poteva fare altrimenti. Conob­be Michelagnolo, che, o Bramante in questo valeva poco, o che è gli era poco amico».
Così il Buonarro­ti decise di fare da sé, e si costruì da solo l’impalca­tura, fissandola al muro tramite fori posti nella par­te alta, accanto alle finestre. Dopodiché rimase de­luso anche dagli amici pittori che aveva fatto arriva­re da Firenze. Insoddisfatto dei loro lavori, ricomin­ciò tutto da capo «e rinchiusosi nella cappella, non volse mai aprir loro, né manco a casa, dove era, da essi si lasciò vedere». Insomma, nonostante l’impor­tanza e la vastità del lavoro, e la scomodità di dover dipingere a testa all’insù, Michelangelo decise di far tutto da solo, senza mai ammettere alcun visitato­re, papa compreso, se non dopo lunga insistenza. E quando Bramante, tentò almeno di far concludere il lavoro a Raffaello, lo rimise definitivamente al suo posto rivelando a Giulio II particolari scabrosi della vita dell’architetto e, soprattutto, i difetti delle sue opere da lui realizzate a San Pietro. Difetti che ven­ne poi chiamato a correggere. Nell’immaginario del pubblico di tutto il mondo, la Cappella è principalmente il luogo dove si elegge il papa, questo credo sia il fattore di suggestione mediatica più forte. E poi c’è il personaggio Michelangelo. Il grande pubblico non guarda nemmeno le opere dei pittori quattrocenteschi che decorano i lati della Cappella – e dire che, per esempio, ci sono tre Botticelli uno più bello dell’altro, ma anche opere di Perugino e Ghirlandaio – esiste solo Michelangelo. E qui gioca non tanto la sua arte, difficilissima da capire anche per chi è del mestiere, ma la sua personalità, l’eccezionalità del personaggio, la mitologia de Il tormento e l’estasi che, dall’uscita del film negli anni ’60, ha sempre accompagnato il suo nome. È così che il pubblico di tutto il mondo, in particolare quello americano, pensa a Michelangelo.L’area di affresco particolarmente suggestiva e’ tutta la serie che sta al centro della volta con gli episodi della Genesi. Quello che personalmente  colpisce di più è il primo nell’ordine della narrazione, quello che sta proprio in fondo, in cui Michelangelo rappresenta il “fiat lux”. Si vede questo Padre Eterno come un immenso aquilone librato, e da una parte c’è il buio, il nero del nulla primigenio, dall’altra il bianco della luce. Un’idea geniale: Michelangelo ha saputo tradurre in immagine, in fondo con poche tracce di pittura vera, un concetto vertiginoso.Secondo alcuni critici, i personaggi ritratti nel Giudizio Universale sarebbero manovali e facchini incontrati dall’artista nei bagni della capitale pontificia, luogo di ritrovo abituale per le classi popolari del tempo. A confermare tale ipotesi sarebbero anche le contratte muscolature delle figure buonarrotiane, simbolo di fatiche fisiche reali, non simulate a scopo melodrammatico. Ma c’è dell’altro: i bagni erano pure centro fiorente della prostituzione locale, esercitata sia da uomini che da donne, e Michelangelo avrebbe rappresentato questo “turpe commercio” nelle anime della Sistina, trascinate all’inferno per i testicoli oppure sensualmente accarezzate tra le nuvole del paradiso.Non a caso queste effusioni “oscene” - chiaro riferimento all’ambiguità sessuale dello stesso Michelangelo, protagonista di molte relazioni omoerotiche nel corso della sua vita - furono oggetto di pesanti attenzioni da parte della curia romana, che tentò spesso di nasconderle agli occhi dei fedeli con grottesche “cancellature”. Dopo il Concilio di Trento la Cappella rischiò addirittura la distruzione per via della sua estetica palesemente contraria ai decreti della Controriforma cattolica.

Leggiamo dall’ Omelia della celebrazione per l’inaugurazione dei restauri degli affreschi di Michelangelo, 8 aprile 1994, di Papa Giovanni paolo II:
«La Cappella Sistina è il luogo che, per ogni Papa, racchiude il ricordo di un giorno particolare della sua vita [...]. Proprio qui, in questo spazio sacro, si raccolgono i cardinali, aspettando la manifestazione della volontà di Cristo riguardo alla persona del Successore di San Pietro [...] E qui, in spirito di obbedienza a Cristo e affidandomi alla sua Madre, ho accettato l’elezione scaturita dal Conclave, dichiarando [...] la mia disponibilità a servire la Chiesa. Così dunque la Cappella Sistina ancora una volta è diventata davanti a tutta la Comunità cattolica il luogo dell’azione dello Spirito Santo che costituisce nella Chiesa i vescovi, costituisce in modo particolare colui che deve essere il Vescovo di Roma e il Successore di Pietro».



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